Il personaggio emergente della sinistra elvetica parla di comunicazione e social-media

Il personaggio emergente della sinistra elvetica parla di comunicazione e social-media

Febbraio 14, 2017 - 14:25

Cédric Wermuth è di sinistra e sa comunicare, incredibile vero? Lo trovi a scrivere sul Blick e sulla Weltwoche, appare da Giacobbo e Müller e riesce ad essere più ironico di loro, è stato perfino intervistato da Schawinski.  Piace tanto anche ai ticinesi, Franco Cavalli e Vasco Pedrina lo presentavano nel 2011 a Olten a un gruppo di socialisti (dissidenti, as usual…). Nel 2015, copresidente del partito cantonale argoviese, perde un seggio alle nazionali, ma nota bene: PPD, PLR e UDC gli hanno dovuto opporre un listone unico. Wermuth spacca gli animi e così gli altri si ritrovano a dover simulare il maggioritario. Non a caso il Cédric nazionale ha vinto le seguenti elezioni cantonali. 
Oggi su Ticinotoday, per il Malleus e i nostri temi riguardanti la velocità e la struttura della comunicazione sociale vi propongo un dialogo con Cédric Wermuth. Le domande gli sono state poste in italiano e lui ha risposto in tedesco, che in seguuito è stato tradotto in italiano.

Cédric, in Ticino siamo abituati a un certo buonismo e nel contempo a “parlare difficile”, mentre tu non sei schizzinoso. Quando sali su un podio universitario sembra che ti senti a casa, ma riesci a farti capire anche dal parrucchiere, dalla poliziotta, dal cuoco, dallo svizzero di Engelberg e dal migrante di Dietikon. Hai lavorato sulla tua lingua per questo? Oppure il segreto della buona comunicazione sta nella scelta dei temi?
No, penso che il “segreto” sia nel dare più fiducia alle persone. I politici cercano spesso di scegliere artificialmente una “lingua semplice”. Ma solo raramente questo rende il tutto credibile. Io cerco di inserire nei miei discorsi quegli stessi concetti su cui rifletto intellettualmente – ad esempio il concetto di egemonia culturale. La mia esperienza è: cavolo, funziona! La gente capisce molto di più di ciò che ci pare a prima vista.
 
 
 
 Stiamo vivendo in un periodo di boulevardizzazione, amplificata a dismisura da internet e dai social media. Al grido di “good news = no news” siamo sommersi da una quantità incredibile di informazioni disordinate, spesso cretine, spesso negative, spesso inventate. Tutto questo delegittima l’azione politica. Quando elabori le tue strategie politiche cerchi di creare tu un agenda-setting o sei costretto a seguire l’onda giornalistica?
È come affrontare una scalata in alta montagna! Io cerco di essere sempre consapevole di quanto possa essere distante la realtà rispetto al dibattito massmediatico. Noi “professionisti della politica” leggiamo ogni giorno tanti giornali e ci sembra che ci diano una rappresentazione fedele della realtà. Ma è un fatto: anche i giornalisti si muovono all’interno di una bolla.
La crisi dei media, ormai dilagante, rende sempre più difficile affrontare i temi in modo ragionato. Contemporaneamente il ciclo mediatico h24, come noti tu, è pericoloso. La crisi dei media comporta che ci siano sempre meno risorse per presentare i contesti strutturali oppure per indagare fatti e situazioni in modo pulito.
Personalmente posso comunque dire che ho fatto un’evoluzione: prima giocavo molto più spesso al gioco dei media. Oggi sono invece in una posizione privilegiata: sono io che posso scegliermi quando e come partecipare. Penso ad ogni modo che la Sinistra debba trovare nuovamente forme con cui esprimersi direttamente con la sua gente.
 
 
 
 Gli studi dicono che i politici sono visti dalla popolazione come i principali attori delle decisioni pubbliche, nel contempo gli si dà sempre la colpa, anche quando non c’entrano. Voi politici mediatizzati siete quindi sovra-esposti e nel contempo sovra-responsabilizzati. Rischiate facilmente un burn-out, o addirittura di montarvi la testa. Quali strategie comunicative utilizzi per riportare la gente con i piedi per terra e spiegare che, ehi!, tu sei Cédric Wermuth. Un essere umano con le sue idee e responsabile -solo- delle decisioni che effettivamente prende?
Io penso che la politica debba comportarsi in modo umano e contemporaneamente riuscire a tenersi con i piedi per terra. Per questo secondo lato la mia famiglia e un ambiente molto critico che mi accompagna sono centrali. Prima pensavo che le informazioni personali, le “home stories”, mi avrebbero fatto restare con i piedi per terra, ma mi sbagliavo alla grande! Ciò che è successo è che la politica oggi ancor di più è entrata nel mondo delle “star” e quindi è sempre più lontano dalle persone. Io cerco allora di non farmi divorare dalla quotidianità della politica. Porto mia figlia all’asilo, vado alle serate con i genitori, mi bevo le mie birrette con gli amici in città invece di andare agli aperitivi ufficiali. Le persone della città dove vivo sanno che io sono assolutamente normale. Tutto questo aiuta molto.
Sono infine convinto che abbiamo bisogno di una nuova cultura dell’errore. Mi è stato propinato per anni dai cosiddetti “professionisti della comunicazione” che come politici dobbiamo avere un’opinione chiara e non possiamo mai fare errori. Entrambe queste cose sono false. Oggi se non ho idea di un tema lo dico chiaramente – anche davanti alla telecamera. E oso persino cambiare opinione, se penso che stavo sbagliando.
 
 
La gioia che portano i social-media, ovvero il riuscire a riunire persone lontane, maschera la dittatura dell’algoritmo: le persone tendono a leggere solo cose che l’algoritmo individua interessanti per loro. La politica di sinistra rischia di essere ghettizzata solo a chi già legge cose di sinistra?  Insomma: nella società dello spettacolo Cédric Wermuth è sullo stesso piano di Brad Pitt e di Xherdan Shaqiri, per cui i tuoi non sono elettori, ma tifosi? Pensi che con internet si possano individuare nuove piattaforme per rendere  la politica (di sinistra) un argomento più importante degli altri?
Beh, non ho ancora così tanti Follower su Twitter come Brad Pitt  Ma dico di più: io ai social media non ci credo proprio. Noi dimentichiamo spesso, come Sinistra, che nemmeno quelli sono luoghi liberi dalle logiche del potere. Come tu noti bene: i social media seguono una logica di mercato e pubblicitaria, non certo logiche libere da ogni dominio discorsivo. Per questo ho ridotto in modo drastico il mio utilizzo di Facebook e Twitter. E questo anche come autodifesa. Io penso che il PS a livello nazionale vada nella direzione giusta volendo usare più tempo nel contatto diretto. Il telefono e la strada invece di Facebook.
 
 
Sei spesso sulla stampa, che sempre più risponde alle logiche quantitative del capitale. Dirò di più: la stampa ormai riesce quasi solo a ragionare in termini di click, confondendo la lettura di un articolo con la portata effettiva del suo messaggio. Ma un articolo molto letto o cliccato non necessariamente ha più impatto sociale e di ottenimento del consenso! Ti dà fastidio scrivere su questi giornali, che in fondo sono un po’ borghesi e ti “capitalizzano”? Sui media è come in parlamento, dove bisogna trovare accordi e fare buon viso a cattivo gioco?
I giornalisti mi hanno già detto apertamente che loro volentieri riportano storie online “con il Cédric Wermuth”, visto che gli porto un sacco di clic. Questo mi ha fatto riflettere moltissimo. Io sono privilegiato: critico la stampa spesso e duramente, ma posso farlo perché posso sempre accedervi. Sinceramente: ogni tanto è schizofrenico.
Ritengo comunque un grande problema che la Sinistra abbia ampiamente perso la sua stampa schierata, ora deve ricostruirla.
 
 
Disciplina. Questa è la parola che più mi ha impressionato nel discorso di Jody Dean a reclaim-democracy a Basilea lo scorso week-end, seduta accanto a te. Questa teorica comunista del marxismo-leninismo, voce di occupy wall-street, raccontava il “partito” e il “comunismo” come i giusti strumenti per le lotte delle moltitudini (crowd’s struggle), mettendo da parte la democrazia. Anche il populista Srećko Horvat, vicino a Varoufakis, ha parlato a reclaim-democracy, ma le sue parole sembravano più un minestrone che altro. Di fronte a queste due personalità delle lotte di sinistra nel mondo è venuta fuori tutta la potenza della “sala pensante” di Basilea, e tu ne eri al centro. Noi svizzeri di sinistra siamo ben consapevoli che siamo parassiti delle ricchezze del resto del mondo, il comunismo non ci fa necessariamente schifo. Eppure quelle idee di disciplina, l’idea di un partito, oggi ci fanno tornare indietro con il pensiero, non guardare in avanti. In fondo la riflessione democratica non è mai disciplinata! Tu in quelle sale a Basilea hai mostrato che si può essere rigorosi, pensanti, attenti, indisciplinati, autorevoli, recettivi, ascoltatori, ma comunque dannatamente di sinistra. Di fronte ai semplicismi di un comunismo ammuffito e di un populismo del tutto e niente, quale è allora la via della sinistra per avere comunque attenzione mediatica, per appassionare le folle?
Beh è chiaro che se io ora avessi la risposta pronta avremmo ben più del 20% di elettori… Devo essere sincero: io non sono ancora sicuro di aver completamente capito cosa intendeva dire con le sue parole Jodi Dean.
La mia impressione è che abbiamo bisogno di una “terza via” tra il ritorno ai vecchi partiti di classe e la perdita di qualsiasi critica all’autorità. Ci sono dei motivi per cui il vecchio partito di classe è morto. Ad esempio spesso non era democratico, era molto patriarcale e talvolta persino razzista. La via di Tony Blair in Inghilterra poi di sicuro dal 2008 è diventata impraticabile.
Io arrivo da una scuola gramsciana: sono convinto che dobbiamo intendere lo sfruttamento ecologico, il razzismo, il sessismo e la società classista come fenomeni di un progetto integrale ed egemoniale. La nostra risposta deve quindi essere pluridimensionale e contemporaneamente unitaria. Detto diversamente: si tratta di libertà. E di libertà ce n’è solo una. Non posso essere per la libertà degli omosessuali, ma contro il salario minimo – o viceversa. In sostanza si tratta di volere la democratizzazione di tutti gli ambiti della nostra vita.
 
 
Ultima domanda: a fronte di una società im-mediata di facebook e whatsapp, il “partito” così elogiato da Jody Dean sembra sia una “struttura” piramidale ormai obsoleta. Vedi delle chance nella nuova comunicazione digitale per la costruzione di nuove strutture democratiche? Soprattutto nella plurilingue Svizzera, non è proprio internet con i suoi strumenti di traduzione linguistica immediata, a darci degli strumenti adeguati per questo? Ma possiamo veramente dipendere da internet, in mano a delle grandi aziende multinazionali? E infine: può esserci un internazionalismo non populista, che non sia standardizzato e non si dimentichi delle varietà culturali?
Dobbiamo fare attenzione a non confondere lo strumento con il contenuto. Sicuramente le nuove tecnologie possono aiutare, ad esempio ad organizzare proteste contro Donald Trump. Ma le proteste contro Trump o la rivoluzione araba non ci sono a causa di internet. Questo è un tentativo idiota di dare una spiegazione ad una questione seria. Rivoluzioni e rivolte c’erano anche prima di Whats’app. Evegny Morozov lo chiama soluzionismo: l’illusione che la soluzione a tutte le questioni sociali sia l’innovazione tecnologica.
Applichiamolo alla tua domanda: riprodurre in Svizzera la realtà multiculturale e multilinguistica nelle nostre istituzioni democratiche – sia nel partito, sia nella società – è una questione di volontà politica, non dipende certo dall’assenza di strumenti tecnologici. In un certo senso questo vale anche per l’internazionalismo. La Sinistra deve finalmente porsi contro gli interessi nazionalisti e contro la concorrenza fra regioni. Allora sì che la politica internazionalista può mettersi in moto.
La questione di internet offre comunque anche a noi una chance per staccarci dalla nostra ottica statocentrica. Mi spiego: perché ci lamentiamo del controllo della rete fatto da grandi monopolisti come google? Sarebbe veramente così difficile, come Sinistra internazionale, creare un motore di ricerca indipendente? Quando non c’erano ancora le assicurazioni contro la disoccupazione, i sindacati crearono l’assicurazione contro la disoccupazione. Oggi probabilmente siamo di nuovo a quel punto.
 
 
Intervista realizzata da Filippo Contarini