Il peso di essere una divinità

Il peso di essere una divinità

Novembre 28, 2020 - 12:10
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Lo scorso 25 novembre è morto Diego Armando Maradona, probabilmente il più grande giocatore che il mondo del pallone abbia mai visto. In questi giorni lo hanno celebrato tutti, per le sue gesta eroiche in campo. Un tocco di palla che va oltre le possibilità umane, gol strepitosi, dribbling incredibili, giocate che piegano le leggi della fisica. Maradona, però, non è stato semplicemente un calciatore straordinario. Infatti, egli ha saputo portare alla vittoria delle squadre che non sono abituate a vincere. Dall'Argentina che ha alzato la Coppa del Mondo nel 1986; al Napoli, con cui Maradona ha vinto soprattutto due campionati italiani (nel 1986/87 e nel 1989/90) e una Coppa Uefa (1988/89). In qualche modo, Maradona è stato l'eroe di vittorie che hanno un valore simbolico che trascende il calcio. A Napoli Maradona ha rappresentato una sorta di divinità, che ha portato un momento di rivincita del sud del Paese contro il ricco nord, rappresentato dalla Juventus degli Agnelli. In nazionale, invece, Maradona è stato la raffigurazione del riscatto di un'Argentina soffocata dai problemi economici, dalla dittatura militare (terminata nel 1983) e dalla sconfitta nella Guerra delle Falkland, per mano dell'Inghilterra di Margaret Thatcher. Nel 1986, ai quarti di finale dei mondiali giocati in Messico, l'Argentina eliminò proprio l'Inghilterra, vincendo per 2-1, con due reti di Maradona. In quella partita dal sapore politico, Maradona segnò due dei suoi gol più importanti. Due reti che resteranno per sempre nella storia del calcio. Il primo è la Mano de Dios, un gol segnato "un po' con la testa di Maradona e un po' con la mano di Dio", come disse lo stesso giocatore in una dichiarazione pubblica rilasciata nel post-partita (vedi qui). Il secondo, invece, è il gol del secolo: una corsa di 60 metri palla al piede, nella quale Maradona scartò cinque giocatori inglesi e il portiere (vedi qui).

 

Ricordando Maradona, però, non ci si può scordare della sua vita spericolata. Gli eccessi del giocatore e soprattutto di chi viveva con lui (la cosiddetta Banda Maradona), la droga, le risse, le notti brave. Maradona non è mai stato un esempio fuori dal campo, ma forse non ha mai preteso di esserlo. In fin dei conti, Maradona era un ragazzino povero, cresciuto nella difficile periferia di Buenos Aires e di punto in bianco ritrovatosi ricco e trattato come una divinità. La notorietà investì Maradona già in giovanissima età, sin da quando palleggiava negli intervalli delle partite dell'Argentinos Juniors, dove faceva il raccattapalle, in quanto era uno dei bambini del settore giovanile. A 10 giorni dal compimento dei 16 anni, Maradona esordì nella prima divisione argentina, ed era già un idolo dell'Argentinos Juniors. Il resto della carriera la conosco tutti, così come il valore di Maradona per la città di Napoli.

 

Per ricordare Maradona, forse, la cosa migliore sarebbe quella di normalizzarlo. Il dio del calcio, sì, ma anche semplicemente un uomo. Infallibile in campo, sì, ma con una vita travagliata. Tattare Maradona come un semplice uomo non sminuisce la figura del calciatore, che è stato sì divino. Magari, se Maradona non avesse dovuto sopportare il peso di essere trattato come una divinità, avrebbe potuto vivere più serenamente l'essere stato il più grande giocatore della storia del pallone.

 

TM