Il problema sono le real news, non le fake news

Il problema sono le real news, non le fake news

Maggio 22, 2020 - 21:26

Fake news o real news, dove sta il confine? Più che censurare le fake news, dovremmo imparare a gestire le real news. E servirà anche la squola...

Giorgio Agamben si chiede: “Perché, anche se la falsità viene documentata, si continua a prestarvi fede?”. Come tutti, è preoccupato dalle fake news e della deriva che la società sta vivendo per arginare il fenomeno, inaugurando colossali dispositivi di censura digitale. Secondo me però il problema va osservato da un’altro punto di vista. Bisogna smettere di concentrarsi sul falso e bisogna cominciare a guardare meglio il vero. Il problema del mondo contemporaneo non sono le “fake news”, ma piuttosto le “real news”.

Mi spiego.

La crisi del coronavirus ha dato uno spaccato fenomenale del problema della verità nella società moderna, dominata dagli esperti. Pensiamo alla “signora del sacco”, la stimata virologa Maria Rita Gismondo. Lei diceva il 23 febbraio: "A me sembra una follia. Si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri. […] Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!". Oggi diremmo: una fake news. Ma si basava sui dati, non stava dicendo una bugia. Non era una fake news. Dall’altro canto però interveniva Roberto Burioni, altro virologo, che il 24 febbraio la insultava e ci metteva in guardia: “questa è stata la mortalità dell’influenza spagnola che ha fatto molte decine di milioni di morti”. Non aveva ragione nemmeno lui, si è dimostrata un’influenza assolutamente poco democratica, che ha il potenziale per far collassare il sistema sanitario, ma di certo non è letale come allora. Una fake news. Eppure anche lui usava i numeri. Non era una fake news.

Già qui si comincia a notare che continuare a concentrarsi sulle fake news è riduttivo. Continuiamo.

In gioco c’era l’allarmismo contro il rassicurazionismo. Per molti, scatenare l’allarme era solo una strategia della paura, anche per Agamben, che ancora il 26 febbraio (quando il Rabadan era già finito, per intenderci), nel suo articolo “L’invenzione di una pandemia” scriveva: “La sproporzione di fronte a quella che secondo il CNR è una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti, salta agli occhi”. E gli allarmisti venivano fustigati: “i media e le autorità si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato di eccezione”. Tutte le autorità? No, persino il medico cantonale il 23 febbraio disse quell’infelice “diciamo che è molto più facile ritrovarsi a carnevale da parte a miss mondo, che non a qualcuno con un’infezione di questo tipo”. Ma aveva numeri falsi pure lui. Come i miei amici infermieri, che da un mese si preparavano per un’inluenza perniciosa, non certo per sto coso qui.

I risultati li conosciamo. C'è la catastrofe Lombarda. I camion dell’esercito a Bergamo il 18 marzo, gli infermieri che postavano la disperazione su facebook con i loro volti distrutti e la loro desolazione. Il tasso di mortalità nella bargamasca è risultato del 568% maggiore rispetto al solito. Anche in Svizzera i grafici della sovramortalità mostrano un’impennata decisa, che già stava doppiando la mortalità delle influenze più violente degli ultimi anni. È stata fermata solo grazie al lockdown e isolando gli anziani (per cui l’isolamento, lo sappiamo, è peggio del veleno). La real news della letalità del virus ha però mostrato altre real news. Che non conoscevamo e che hanno contibuito a far diventare il virus più pericoloso, rendendo ancora più difficile fare prognosi. Scopriamo che la privatizzazione della sanità ha peggiorato la situazione. E scopriamo che i padroni eran pronti a sacrificare intere valli.

Ci sono poi gli altre real news che rasentano l’assurdo, che non ci aspettavamo. Abbiamo scoperto Improvvisamente che la stampa e le autorità comparano cose incomparabili, ad esempio il numero assoluto di morti in Italia e negli USA, un gigantesco non-sense perchè una è una picocla nazione, l’altro quasi un continente. Ma ancora più choccante è vedere che nessuno se ne lamenti. Copriamo che la politica si nutre di paternalismo, cercando di salvarci tutti, anche chi non glielo ha chiesto. Abbiamo scoperto che in Ticino la donne sono state eclissate dalla classe dirigente. E infine abbiamo visto il Capitale in Ticino accucciarsi e, vista l’aria che tirava contro i padroni lombardi, far intervenire i suoi politici e i media di destra a fare l’operazione chirurgica di ricostruzione della verginità più grande della Storia.

Ecco, ora fermiamoci e riavvolgiamo. Parliamo di real news e di prognosi

Con il senno di poi sono bravi tutti. Non è vero che “Burioni aveva ragione” dicendo che il Coronavirus era la Spagnola e che invece la “Gisimondo aveva torto” perchè diceva che era solo un’influenza. Se i numeri che hai sono falsi (p.e. perchè vengono da un paese comunista che non conosce la trasparenza come valore) ecco che anche il miglior scienziato potrà solo dare prognosi sbagliate. Nel mondo delle prognosi, ovvero il nostro mondo, non è vero che chi parla dice la falsità, se la sua analisi si basa su dati ritenuti attendibili. Nel mondo delle prognosi ci sono sempre varie verità parallele e ognuna di loro è vera fino a quando la comunità di esperti improvvisamente non la ritenga falsa (mentre prima la riteneva vera). Questa è la modernità, la società del “dopo sono tutti più bravi” che ha mobilizzato il futuro rendendolo rischioso.

Agamben nel suo ultimo articolo sulla biosicurezza ci mette in guardia su questa che chiamerei “società della prognosi”, soprattutto di fronte ai problemi portati dall’innovazione digitale. Ci ricorda che questa nostra società del rischio non è necessariamente una società del progresso. Si indigna dell’utilizzo delle nuove tecnologie, usate per controllarci tutti: “si approfitterà di questo distanziamento per sostituire ovunque i dispositivi tecnologici digitali ai rapporti umani nella loro fisicità, divenuti come tali sospetti di contagio”. Belle parole eh, scritte su un sito internet di una casa editrice invece che su un giornale. È lui stesso un attore dell’intermediazione che viviamo tutti attraverso i nuovi media. Quel’intermediazione (p.e. postare i video degli infermieri sui social) è un nuovo modo di creare sincronizzazione osservativa fra i cittadini-internauti. Che ci “abitua” a cercare su internet la fonte del nostro sapere.

Ecco che qua si vede scorgere il rapporto fra le real news e la società delle prognosi.

Nel mondo di internet noi internauti ci aspettiamo che troveremo in internet quello che cerchiamo, e ci aspettiamo che sarà affidabile. Mi aspetto che se metto su google “Agamben Coronavirus” troverò veramente il sito della sua casa editrice. Ed in effetti molto probabilmente lo troverò. Questa alta probabilità vale anche nella nostra esperienza della vita quotidiana. Io lo ho vissuto come animatore scout, vivendo la transizione dalla quotidianità senza smartphone a quella con lo smartphone. 15 anni fa preparavamo una gita in montagna con una mappa geografica, indicandovi sopra dove stava il  terreno su cui recarsi e ci portavamo dietro la mappa, sennò ciao a trovare il punto di alloggio. Oggi ci si aspetta che al momento di arrivare nelle vicinanze del terreno si troverà sullo smartphone la propria posizione e si controllerà la distanza dal punto di arrivo.

Il punto indicato dal GPS è una real news. Ma poniamoci la domanda : è più reale il punto sulla mappa in cui noi pensavamo di essere 15 anni fa, o è più reale il punto sulla mappa in cui il GPS ci dice di essere? Con il cuore in mano dobbiamo ammettere che il GPS potrebbe aver più ragione di noi. Ma attenzione: il “colpevole” di questa supremazia della macchina sull’Uomo non è l’internet, ma è la stessa mappa geografica. È ovvero quell’espressione di pura modernità che ha cominciato a concepire il nostro essere-al-mondo come iscrivibile in una dimensione geografica perfetta nella sua astrazione. La mappa geografica, infatti, altro non è che una menzogna. Lei dice dove una cosa è, ma per farlo costruisce un’astrazione della realtà, non è vera. Potremmo dire che è un po’ una fake news anche lei. Un metro nella realtà non è un metro sulla mappa, nemmeno se la mappa è disegnata 1a1. La mappa è sempre la riduzione a 2 dimensioni di una realtà a 3 dimensioni (4 col tempo). Quindi quando noi ci visualizziamo sulla mappa, ci stiamo de-territorializzando, anche se stiamo dicendo dove siamo.

Possiamo quindi dire, con un po’ di malinconia invero, che nella nostra società moderna non è mica chiarissimo dove sia il confine fra fake news e real news.

Quello che sappiamo è che la de-territorializzazione della mappa corrisponde alla logica di funzionamento dell’internet. Nel momento in cui internet è in grado di fornirci real news con regolarità, ovvero nel momento che posso aspettarmi informazioni più corrette di quelle che avrei senza internet, ecco che l’utilità delle mie capacità cognitive e delle mie prognosi cala notevolmente.

Più che la falsità, più che le fake news, noi abbiamo un problema reale con le real news. Certo, il problema non è proprio nuovissimo. Nuovissimo è che l’internet ha scoperchiato il vaso di pandora e che ora, potendo tutti vedere il casino della verità, bisogna correre ai ripari con interventi non solo mirati, ma generali.

Lo Stato e i giornalisti in questo momento cercano di risolvere il problema censurando le fake news, senza cogliere che il motivo per cui noi non riusciamo a distinguerle dalle real news è proprio perchè non sappiamo gestire le real news! Noi ci aspettiamo che grazie a internet possiamo rinunciare a pensare, ma ci dimentichiamo che viviamo in una società del rischio. Dove la maggior parte di quelle real news sono delle prognosi probabilistiche, e che quindi ci sono tante verità parallele possibili. Ecco che l’errore sta nella nostra educazione, che ci fa prendere per oro colato tutte le real news e non ci ha educati alla comprensione contestuale del tessuto informativo. Peggio: abbiamo l’aspettativa che le real news siano migliori delle nostre prognosi e abbiamo l’aspettativa che esse siano sempre raggiungibili, ovunque noi siamo.

Se la modernità era astrazione, ecco che ci siamo fatti cogliere impreparati laddove l’astrazione sarebbe entrata direttamente nelle nostre tasche con i nostri smartphone.

In questi giorni stiamo scoprendo quanto la realtà delle tante verità può creare confusione. Siamo entrati in circoli depressivi perchè ci sono troppe verità in giro e non sappiamo bene a quale attenerci. E così, nel dubbio, facciamo come se non ci fosse stata nessuna epidemia e andiamo alla LIDL come ci andavamo prima. Che la routine, quella sì, deve essere vera. Nel contempo ci viene da insultare le autorità e considerare tutti dei coglioni, perchè tutti dicono la verità, ma nessuno sa quale verità sia più vera. Ci manca, purtroppo, una struttura sociale in grado di gestire questa complessità.

Soluzioni rapide non ce ne sono. Dobbiamo però essere consapevoli del problema, invece di negarlo. Dobbiamo partire già nelle scuole, perchè se il futuro che abbiamo davanti è sempre instabile a causa delle tecnologie, ecco che dobbiamo concepire la scuola ora più come bussola e non più come palestra. Improvvisamente la scuola ha il dovere di poter essere anche squola, o skuola, perchè in computer sarà sempre in grado di correggere la nostra lingua e in automatico scrivere scuola, ma non sarà mai in grado di cogliere l’ironia insita dei nostri lati più folli, che sono anche sempre quelli più interessanti e performativi di ognuno di noi.

 

Filippo Contarini, teorico del diritto