Il Ticino, Zurigo e le statistiche della paura

Il Ticino, Zurigo e le statistiche della paura

Maggio 02, 2020 - 14:08

Il coronavirus e il diverso atteggimaneto mediatico fra Ticino e Svizzera tedesca. Se male usata, la statistica è pericolosa tanto quanto il virus...

Anche io, come tanti, sono stato male, ma non ho potuto godere di un test per sapere se ho avuto il virus. Anche io come tanti, ho dei genitori nell’età a rischio, e quindi son due mesi e mezzo che non li vedo. Anch’io, come tanti, vorrei sapere se mi posso avvicinare alle persone senza metterne a rischio la vita. Infine anch’io, come tanti altri giovani so che, leggendo le statistiche, questo virus non è particolarmente pericoloso per quelli della mia età.

Sin da Carlo Cattaneo, il “padre” intellettuale del Canton Ticino moderno, la statistica è alla base delle scelte di convivenza nella nostra comunità. Lo Stato burocratico grazie ai numeri può individuare delle situazioni silenziose, nascoste, che uno sguardo diretto non potrebbero mai mostrare. Il problema è semplice: se osservo dal vivo una cosa, non posso osservare un’altra in un altro posto. I numeri hanno il merito di astrarre i casi individuali, renderli calcolabili, e dare quindi dei quadri complessivi. Nella crisi del coronavirus grazie ai numeri si sono prese delle misure di protezione della popolazione. Ad esempio si è immediatamente attuato il distanziamento sociale nei confronti degli anziani.

L’atteggiamento mediatico e politico in Svizzera tedesca nei confronti del virus è stato sin da subito legato a un confronto mediatico rigoroso sui dati. Che han portato a rassicurare la popolazione. Io leggo tanto i media ticinesi. E inizialmente mi sentivo disorientato qua a Zurigo: “perché non ci allarmano come in Ticino?”, mi chiedevo. Si somma che ero in contatto con tantissimi ticinesi al nord, che hanno sviluppato una sorta di “comunità della paura” che ci permettesse di continuare ad aver paura come in Ticino sebbene qua al nord quasi nessuno avesse paura.

Questa “comunità della paura” era dovuta anche a un modo diverso di dare le notizie al sud, dove ogni giorno vengono dati i morti in un modo strillato e senza un certo rigore. Se guardiamo quel che succede su tio.ch, quando ci sono pochi nuovi morti danno il numero totale dei morti degli ultimi settimane, quando ci sono tanti morti giornalieri allora danno il numero dei tanti morti giornalieri. Noi Ticinesi abbiamo vissuto la pressione “da casa”, ovvero l’idea che “il virus sarebbe arrivato anche qui al nord”.

Il problema è legato anche a come i numeri sono circolati. Con le statistiche infatti si può pure ridurre la complessità del mondo. Si guardi la mappa dei contagi mostrata da tio.ch una settimana fa: possiamo notare che faceva vedere Zurigo più rosso del Ticino, mostrando che ci sono effettivamente più contagiati a Zurigo che in Ticino.

La notizia “vera” era però un’altra: Zurigo ha molti più abitanti del Ticino, e quindi in realtà si dovrebbe far vedere una percentuale molto più bassa rispetto a quella ticinese. Proprio come hanno mostrato sul Tagesanzeiger:

A questo bisognerebbe aggiungere che non sappiamo da questi grafici qual sia la percentuale di testati sull’intera popolazione. Quindi in realtà persino questo secondo grafico, decisamente più adeguato rispetto a quello di tio.ch, non dice ancora molto sulla vera realtà.

Se male usata, la statistica è pericolosa tanto quanto il virus, perché corre sul nostri canali informativi veloce quanto il virus. Perché su di essa si basano molte decisioni. Anche la statistica malfatta può portare morte, perché delegittima gli strumenti di comunicazione e l’attività politica, creando le condizioni per pensare che tutto quello che stiamo vivendo sia falso.

Tutto ciò succede anche fuori dai tempi di crisi. Noi non possiamo dimenticare che ci sono forze politiche che fanno della menzogna la loro forza. Non possiamo dimenticare che ci sono dei gruppi di potenti investitori che fanno della delegittimazione il loro vantaggio sulle istituzioni. Non possiamo quindi dimenticare il ruolo centrale che un’informazione meno sensazionalistica dà alla tenuta della società.

Con queste parole non voglio dire che è sbagliato aver paura. Non voglio neanche dire che quello che sta succedendo Ticino è sbagliato, o che quello che vivo a Zurigo sia giusto. Queste parole vogliono però creare un dibattito, o perlomeno di una discussione, su come “bisogna” aver paura. Fin troppe persone parlano di ritorno alla normalità senza osservare quanto di sbagliato ci fosse in quella normalità. Ad esempio, la cosiddetta “boulevardizzazione” dell’opinione pubblica.

Io non voglio tornare alla normalità, non a quella! Io vorrei che usciamo da questa crisi atroce con una nuova consapevolezza di come funziona la nostra società. Se voi volete continuare a fare i consumisti acritici, disposti a fare i sudditi e a subire le statistiche a cazzo pur di non occuparvi della vostra società, beh, not in my name.

 

Filippo Contarini