"Il virtuale: un surrogato della realtà". Ai concerti meglio pochi, ma buoni?

"Il virtuale: un surrogato della realtà". Ai concerti meglio pochi, ma buoni?

Agosto 23, 2020 - 19:50

Brunori Sas, intervistato sul Corriere della Sera, dice la sua sul confronto fra realtà virtuale e concerti in presenza:  "Non mi convince un surrogato di esistenza".

Se si dovessero dovessero individuare gli "succesori" della colossale storia cantautorale italiana, difficilmente, fra i nomi emersi negli ultimi anni, non si potrebbe includere Dario Brunori, in arte Brunori Sas, non fosse altro per quel suo timbro di voce e quel ritmo nel cantare che ricorda tanto uno dei “mostri sacri” di quella storia, Francesco De Gregori. In realtà più che l’assonanza a designare Brunori è stato il Premio Tenco (dedicato alla memoria del cantautore Luigi Tenco, morto suicida nel 1967, uno dei più prestigiosi premi nella musica italiana) ricevuto per il suo ultimo album “Cip!”, oltre che un Nastro d’Argento per la colonna sonora di “Odio l’estate” (già nel 2017 aveva ricevuto una “Targa Tenco” per la canzone “La Verità”).

Di questo periodo però è inevitabile che, se si viene intervistati, si finisce a parlare di Covid. Specialmente per dei musicisti che oggi, a differenza dei “mostri sacri” sorti a cavallo fra anni ’60 e ’70 (per quelli ancora in vita vale lo stesso oggi), si è spostata pesantemente dai dischi venduti ai concerti.

Brunori Sas, che si esibisce di questi tempi in “concertini acustici”, in formazione ridotta, con pubblico ridotto, ma in location suggestive, intervistato sul Corriere della Sera ha detto la sua sugli scenari a cavallo fra presenza fisica e contatto digitale riguardanti la musica. Ed è stato piuttosto chiaro. “Alla prima data ho percepito subito quanto avessi bisogno io di quella cosa”, dice. “In quarantena ho vissuto un periodo di down. Avevo paura che ci si abituasse a fare tutto a distanza, in streaming, tutti sul divano. Teniamoci stretta questa dimensione: non ha paragone con quella virtuale, non mi convince un surrogato di esistenza”. Proprio il lockdown ha bloccato il Tuor che doveva portare Brunori per la prima volta nei palazzetti dello sport. “Alla fine delle prove per il tour, che sarebbe dovuto partire il 29 febbraio, ho detto: “cosa darei per avere un mese più…””, ironizza. “La prossima volta sto zitto e non mi lamento”.

Brunori solleva pure, rispondendo a una domanda, un tema piuttosto importante, anche alle nostre latitudini: spesso si addita una determinata categoria o luogo perché non farebbe abbastanza per frenare il contagio, che siano le discoteche, i giovani, gli artisti, mentre altre no. Nello specifico la domanda verteva sugli artisti che hanno fatto show in discoteche (prima della chiusura decisa dal Governo italiano la scorsa settimana). “Un po’ mi ha dato fastidio... Non me la sento di additare gli artisti, però se mi fossi trovato davanti 3 mila persone senza mascherina e tutte appiccicate una domanda me la sarei fatta”, dice Brunori. Ma la stessa domanda “me la faccio anche quando prendo un aereo e la navetta è piena. C’è una coscienza individuale, ma ci dovrebbe essere qualcuno che dà regole univoche e le fa rispettare. Noi stiamo facendo grande attenzione a ogni data, altri hanno preso quello che c’era”.