L’ordine divino e l’orgasmo femminile

L’ordine divino e l’orgasmo femminile

Aprile 28, 2017 - 06:10

Ai Quartz di quest’anno al secondo posto si è piazzato il bel film “Die göttliche Ordnung”, che parla di orgasmo femminile e della votazione per dare il diritto di voto alle donne nel 1971.

Il miglior film svizzero del 2017?
Il film “Die göttliche Ordnung” (letteralmente: “l’ordine divino”) si è classificato come secondo miglior film svizzero ai Quartz dopo il candidato agli oscar “Ma vie de courgette”. Ha inoltre preso il premio per la miglior sceneggiatura (è scritto e diretto da Petra Volpe) e per le migliori attrici protagonista e non protagonista.
 
Penserete: ma Contarini è impazzito a parlarci di un film di chiesa? Evidentemente no. Perché in effetti, nonostante il titolo, la religione in questo film non c’entra niente. Si tratta invece della storia di un gruppo di donne e del loro attivismo per la votazione del 1971 in Svizzera per dare finalmente il voto anche all’altra metà del cielo.
 
 
Mamma e moglie in Svizzera: una benedizione?
O meglio ancora: si tratta di due storie, distinte e intrecciate di una singola donna e delle compagne che le stanno attorno. Da un lato l’emancipazione come pretesa di godere finalmente di un orgasmo. Dall’altro lato l’emancipazione come battaglia per i diritti di partecipazione femminile e l’abbattimento dell’omertà sul muro patriarcale.
 
La tecnica narrativa gioca sul ruolo della protagonista, Nora, mamma e moglie modello, che un giorno decide di voler andare a lavorare in un’agenzia per viaggi. Trova però la totale opposizione di suo marito, tutto ringalluzzito perché appena promosso capoofficina. Il bell’omone non solo impone il divieto, ma le spiega pure che in casa la sua parola “è legge”.
 
Confrontata in seguito ad una nipote adolescente burrascosa che viene internata con l’assenso del cognato, Nora capisce che è proprio arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita.
 
 
Emancipazione e contesti
L’ambiente è ostile, si tratta di mettere in discussione i ruoli in uno sperduto paesino di campagna, nella frontiera della modernità. Il ritardo della puntuale Svizzera di fronte al riconoscimento dei diritti sociali è contestualizzato in modo esemplare: la ruolizzazione è nella testa delle persone, dai bambini alle donne stesse.
 
È l’assenza del marito per il corso di ripetizione militare a dare l’opportunità alla nostra protagonista di attivarsi: decide di informare il suo villaggio sulla votazione sul diritto di voto alle donne e trova in un’anziana barista lasciata sul lastrico dal marito e in una vigorosa immigrata italiana, diremmo quasi due outsider del paesino, due compagne di lotta perfette. Periodo difficile, quello del 1971: non ci si dimentichi che il voto alle donne era stato pesantemente rifiutato in via di referendum popolare ancora nel 1959.
 
 
La Svezia e l’orgasmo
Dopo le prime difficoltà, Nora crea un gruppo d’azione femminile e organizza uno sciopero, le donne in paese decidono di rinunciare alle loro mansioni domestiche e stare tutte assieme fino al giorno della votazione, subendo varie angherie maschili.
 
E proprio nei momenti di gruppo nasce la consapevolezza di un doppio binario necessario dell’emancipazione. Scese in città a manifestare, le donne vengono introdotte a una presa di coscienza della negazione di sé che subiscono persino nella sfera più intima. La propria fisicità diventa allora una prospettiva di lotta. Guidate da una santona svedese, personaggio splendido nell’economia del film e nella gestione delle rotture, si aprono le porte della scoperta del proprio sesso, del piacere, dell’autoerotismo, dell’orgasmo.
 
In questo momento del film l’abilità della regista è massima. Non possiamo infatti dimenticare chi siamo noi oggi: una società del Duemila dimentica che solo 40 anni fa le donne non votavano. Una società che vive nella pornificazione una banalizzazione feroce della sessualità, con relativa ruolizzazione di ritorno. Mentre nelle scene di “Die göttliche Ordnung” non c’è niente di pornografico, né di erotico.
 
Nessun bisogno di fare il Lars von Trier della situazione, insomma, sebbene Petra Volpe provi a mettere completamente in gioco quella dicotomia fra individualità e socialità che rende sesso e amore amalgami così complessi - e centrali nella struttura dell’emancipazione.
 
 
La ruolizzazione: anche i maschi devono lottare per l’emancipazione
Nora infatti non odia il marito, legge i suoi atteggiamenti all’interno di un contesto sociale che vuole però mettere in discussione. Sa che lui può pensarla come lei e ne comprende l’inibizione. È sì delusa, ma lotta consapevole del suo rispetto. Lotta per mettere in discussione i ruoli, e lotta perché nella loro relazione anche lei venga messa al centro: sì, lotta anche per il suo orgasmo.
 
In un gioco di scene innocue e molto dolci, Petra Volpe fa capire che l’emancipazione per Nora passa necessariamente per una ricerca di una situazione paritaria e di dialogo anche e soprattutto con il suo compagno. Parità, non strumentalità: qua sta un momento fondamentale del messaggio. Dialogo che deve però passare anche attraverso a una messa in discussione di sé e del suo modo di vivere la coppia, un discorso che certamente non vale solo per le donne!
 
I colpi di scena e il sermone in chiesa contro le parole del prete li lascio a chi vorrà vedere il film. Sarebbe poi bello sentire qualche voce femminile sull’efficacia di questo film. Io ho necessariamente una visione maschile: quanto si tratti di cliché e quanto ci sia di importante per l’emancipazione ce lo deve dire comunque anzitutto l’altra metà del cielo.
 
 
Filippo Contarini