La depilazione e la “morte del maschio” contemporaneo

La depilazione e la “morte del maschio” contemporaneo

Aprile 14, 2017 - 12:39

Depilatio pallorum. Per alcuni è questa l'essenza della neo-modernità. Negli spogliatoi maschili oggigiorno soprattutto una cosa è diventata d'abitudine: non si vedono più peli pubici nemmeno a pagarli oro. 

Assistiamo veramente alla scomparsa del maschio?
È la ceretta maschile il simbolo della famosa “scomparsa del maschio occidentale”, così spesso sventolata dai critici del contemporaneo? O è questa piuttosto un'attenzione al mondo del piacere, finalmente anche femminile? O, ancora, e se depilarsi esprimesse un'angoscia malriposta verso lo sporco, noi società di schizzinosetti che ha serenità nel vedere linde superfici lisce? O, esageriamo, si tratta di una riproduzione di modelli pornografici, come se nell’amplesso un regista ci stesse filmando e quindi non solo la brasiliana maschile, ma magari anche un tocco di fard là sotto è ormai elemento irrinunciabile del man-for-sex 2.0?
 
Discorsi da bar, evidentemente, ma che hanno una loro effettività (la depilazione, per l'appunto, è fenomeno collettivo). Eppure come può un discorso da bar entrare così in profondo nelle corde di una presunta auto-critica sociale che denuncia la cosiddetta "morte del maschio" come causa di tanti mali di oggi? Chi è, in fin dei conti, maschio?
 
Che la nostra società abbia un nuovo approccio alla sessualità e con essa alla mascolinità è indubbio e qua sono sicuramente i sessuologi (e non un giurista quale sono io) a poterlo spiegare con competenza. Dal fenomeno sociale si sviluppano però considerazioni normative e là io mi ci ficco, visto che non sono poche le voci (nazional-conservatrici in primis) che vedono in questa presunta "morte del maschio occidentale" una questione politica.
 
 
Il maschio, da patriarca a strumento?
La "morte del maschio", dicevamo. Ce ne si lamenta da più punti di vista: da un lato la procreazione artificiale e gli uteri in affitto, che rendono il concetto del maschio capofamiglia come fonte riproduttiva sostanzialmente superfluo. Da un altro la presunta fuga degli uomini di fronte alle loro responsabilità educative, permessa anche da un accesso maggiore della donna ai mezzi finanziari e quindi la sostanziale sostenibilità delle famiglie monoparentali. E che dire del superamento del discorso sociale maschiocentrico, del cercare di rimettere la donna al centro del villaggio e rendere obsolete strutture e sovrastrutture sostanzialmente patriarcali e tradizionaliste?
 
Le donne oggi hanno successo a scuola, hanno dimostrato contro i cliché che possono lavorare in team senza scannarsi, si sono emancipate dal loro ruolo di esclusive tutrici della progenie. Insomma semplicemente: vengono sempre più riconosciute in quanto individui nella nostra società, e non solo come uteri semoventi. È qua la grande differenza rispetto a ciò che vigeva prima: non fanno solo figli, ma fanno anche figli.
 
Della “morte del maschio” si lamentano allora in primis tutti quei maschi che hanno un rapporto non paritario con il genere femminile. Tutte quelle persone che, ad esempio, non riescono a scorgere nel cosiddetto “sessismo benevolente” una forma di discriminazione. L'uomo qui, la donna lì, in un discorso sociale automaticamente (anche se non sempre consapevolmente) gerarchico ed esclusivo. Si tratta di tutte quelle persone che nel maschio vedono tutto sommato una forma atavica di violenza residua e di ruolo protettore, per cui effettivamente in queste nuove condizioni sociali di autonomia della donna si smarriscono.
 
 
La ruolizzazione e la società conservatrice
Il macho oggi, nella società (un po’) emancipata serve però oggettivamente a poco. E così, invece di costruirsi una nuova condizione di esistenza basata sulla parità, questi maschi si lamentano dei bei tempi andati. E fanno blocco sociale, Trump e la Lega lo sanno.
 
Omofobia e xenofobia sono due elementi di questa evoluzione sociale. Sono elementi che - nota bene! - congiungono i nostri conservatori occidentali e gli islamisti: dio, casa, famiglia, ruolizzazione. Nelle questioni femminismo e famiglia un leghista ticinese ha idee sicuramente più vicine a quelle di un immigrato turco filo-Erdogan che alle mie, siamone coscienti! Certo, i leghisti sono contro il burka (come lo sono io), ma non lo sono per permettere un’emancipazione femminile. È piuttosto una questione di Deutungshoheit, di lotta su significanti e significati. Loro legano una presunta androginia alla transnazionalità, significa che alla “morte del maschio” fanno corrispondere la “morte della nazione”. Proprio come fa Erdogan con il neo-conservatorismo turco-mussulmano.
 
I nazional-conservatori patriarcali si lamentano d'essere “criminalizzati” quando sostengono le loro idee retrograde. Senza notare che non solo il mondo mussulmano, ma anche la maggioranza del mondo occidentale vede il loro patriarcato e la ruolizzazione (purtroppo) ancora come baluardi da difendere. Chi è criminalizzato, anzi, siamo noi. Chi sostiene il femminismo e le teorie gender è oggetto di scherno e di scetticismo: basti pensare che papa Francesco ha detto che noi sostenitori del gender vogliamo scatenare una guerra mondiale (contro il matrimonio), fate voi…
 
 
Genderismo, patriarcato e capitalismo
Interessante: per mischiare ancora di più le carte i retrogradi legano tutto questo ad un’evoluzione capitalistica avanzata. Le teorie gender sarebbero quindi figlie del neoliberalismo, il mercato volendoci tutti consumatori e tutti addomesticati al dispositivo tenderebbe a negare le differenze innate fra uomini e donne (state attenti: solo uomini e solo donne, tertium non datur). L'interesse del buon capitalista sarebbe quindi la transumanità, dicono i criticoni: averci tutti uguali, basta donne e basta uomini, il mercato vuole solo un genere. Il soldo vorrebbe solo esseri informi, tutti uguali, tutti prevedibili, tutti depilati: la brasiliana come nuovo orizzonte del Capitale!
 
Sono evidentemente cazzate.
Non è vero che la diversità, pilastro hegeliano, è negata quando il femminismo e il genderismo mettono in discussione il concetto di sesso e di genere. Anzi, il nostro è un discorso a tutela dell'emancipazione dell'individualità sessuale: noi non imponiamo un genere solo, e nemmeno due, ma anzi pretendiamo che ognuno possa semplicemente essere sé stesso, senza scandali né tabù. Vogliamo che le persone non rimangano incastrate in una tassonomia binaria. Noi siamo per far sì che non ci siano i confini di genere, mentre nella società contemporanea valgono solo i due modelli certi e storicamente tramandati: maschio e femmina, come il patriarcato d'origine religiosa pretende che sia.
 
Attenti anche qua: non fate l’errore di applicare al discorso sociale i modelli zoologici. Chi fra noi mette in dubbio che per procreare naturalmente ci voglia un maschio e una femmina? Nessuno. Ma che da questa realtà bisogni poi impostare la totalità sia delle nostre relazioni sociali, sia della nostra educazione, ce ne corre. La gestione del dispositivo sessuale e di genere è questione enormemente più complessa.
 
Chiaro, quando per contrastare le teoriegender i religiosi fanno comunella con Darwin, allora il tutto assume un sapore post-moderno, il loro richiamo al capitalismo è più retorica da discorsi da bar che altro. E così eccoli ad affermare che senza riconoscere i due sessi si corre il rischio dell'estinzione della specie! Come se a noi della teoria gender non ci piacesse fare sesso - corrispondere sentimenti amorosi - avere bambini. Ma vi siete rincoglioniti? Anzi: i goderecci fra noi non sono pochi! Ma c’è una differenza fra voler figliare e condannare coloro che semplicemente amano chi è del loro stesso sesso. Noi non imponiamo una verità a chi non vuole essere schematizzato in una struttura sessuale socialmente preordinata.
 
Mentre è sotto gli occhi di tutti che sebbene la società stia ancora vivendo l'onda lunga dell'emancipazione, il capitalismo ora gira proprio attorno alla ruolizzazione. Volete negare che nella società dello spettacolo vale il principio “sex sells”, dove il sex è normalmente un paio di chiappe nude di donna.
 
 
Procreazione, pornificazione e società
Torniamo sulla non necessità del maschio procreatore. Si faccia attenzione: anche io vedo perfettamente i rischi della postumanità. Siamo di fronte ad un movimento scientifico che vedrà la specie umana diventare sempre più antiquata. È vero, stiamo scivolando verso un niente dominato dalle macchine, dove l'immortalità appartiene più alle molecole create in laboratorio: Asimov per i libri, Gattaca e Matrix per la filmografia hanno molto da dire su questo tema. Ma si tratta di un movimento che proprio la teoria gender aiuta a mettere in discussione e sotto pressione perché pretende che si approcci l'umano secondo realtà e non secondo mitizzazione, né secondo imposizione normativa.
 
Dice il nazional-conservatore cattolico darwinista, che evidentemente da buon post-modernista cita pure Marx oltre al papa: se non siamo riusciti a fare una società senza classi, abbiamo però creato una società senza sessi. E quindi per lui rasarsi le palle è osceno, come suppongo dire che pisello e clitoride siano la stessa cosa è osceno, che maschi e femmine guardino filmini porno assieme è osceno. Insomma invece di questionare la società post-sessuale, la si condanna e basta. Un approccio non solo sociologicamente, ma proprio socialmente sbagliato. Perché le evoluzioni vanno accompagnate, mentre i criticoni di fronte alle sfide del contemporaneo rispondono solo con la santa, vecchia ruolizzazione. Si basano su ragionamenti tradizionalisti e irrazionali, ha senso nel Duemila?
 
Dovremmo essere più attenti, più analitici. Viviamo in un'epoca dove gli adolescenti vivono una sessualità traviata dall'usa-e-getta del porno. Dove manca vera educazione sessuale, ma soprattutto manca educazione sentimentale. Dove ci sono dei blocchi che non permettono di distinguere tra passione, strumentalità, godimento, amore, potere. Questi non sono fenomeni di superamento del maschio, quanto piuttosto dispositivi del mercato contemporaneo che hanno bisogno di un maschio dominante e patriarcale per riprodurre la categorizzazione e così riprodurre sé stesso. Ma si impongono su una realtà psico-sociale che no, in realtà non è suddivisibile in due sessi e due generi. E infatti il femminismo era riuscito a incanalare una strada di emancipazione e di abbandono delle vecchie strutture.
 
 
Di donne, di errori e di prospettive
Quanti errori hanno fatto le femministe e le loro assurde lotte intestine di posizionamento per microquestioni? Purtroppo tanti – e ne continuano a fare! Come se non bastasse, ci sono pure dei controrisultati che sono da questionare, come ad esempio l’assurda modifica dei principi penali nell’ambito della pena a vita per i pedofili - una vera rottura nello Stato di diritto. La rigida logica che sta dietro alle teorie femministe e gender pretende uno stato dove uguaglianza e democrazia siano garantite, mentre in vari ambiti la penalistica è stata manipolata proprio (dati statistici alla mano) grazie alle maggioranze femminili. Il diritto della strada è un altro esempio di questo tipo. Anche qua: bisognerebbe essere più analitici, più rigorosi.
 
Ciononostante il femminismo e il genderismo rimangono movimenti da sostenere a spada tratta. Permettono di osservare con chiarezza delle realtà macroscopiche, di andare oltre una visione guidata dall'ideologia religiosa. Non siamo macchinette per far figli, siamo cittadini che vogliono emanciparsi e che possano decidere (parola sempre più rara) cosa fare della loro vita. La teoria gender in particolare serve proprio ad indagare questi meandri della realtà con occhiali metodologici complessi e raffinati. La società va studiata ed accompagnata nella sua evoluzione, non imbrigliata e chiusa nei modelli standard dio-patria-famiglia.
 
Bisogna poter mettere in discussione il patriarcato e la ruolizzazione senza peli sulla lingua. E la ceretta brasiliana senza dubbio in questo può aiutare.
 
 
di Filippo Contarini