La nostra cultura razzista e il conflitto istituzionale e tecnologico

La nostra cultura razzista e il conflitto istituzionale e tecnologico

Maggio 30, 2020 - 22:20

Negli Stati Uniti infiammano le proteste per l'uccisione di George Floyd. Fra le tensioni sociali assistiamo a un conflitto culturale, contemporaneamente istituzionale e tecnologico.

Partiamo da un concetto semplice e forse innegabile: la nostra cultura è razzista, noi non facciamo abbastanza per abbattere il razzismo e le strutture postcoloniali sono brutali tanto quanto quelle coloniali. Se una volta invadevamo il mondo e deportavamo schiavi (sulla statua allo schiavista di Neuchâtel ne ho parlato già qui), oggi abbiamo candidati al Consiglio federale che fanno il verso della scimmia a un giocatore di hockey o distribuiamo diritti in base al colore della pelle.

Negli USA c’è una resistenza strutturale a difendere i crimini violenti commessi contro le persone di colore. Dove ci sono state crisi economiche feroci, ad esempio Detroit, chi è rimasto svantaggiato economicamente sono proprio loro. In fondo basta visitare New York per rendersene conto: se sali sull’autobus a Harlem verso il centro troverai solo persone di colore. Poi all’arrivo a Central Park scendono, salgono i bianchi e fino a Wall Street i pochi non-bianchi ancora sull’autobus sono le nanny dei bambini bianchi.

Nel caso di George Floyd assistiamo a una scena tipica della cultura americana, e non è bastato avere un presidente di colore 8 anni a migliorare la situazione, perché la reazione della minoranza conservatrice del paese si è fatta sentire mettendo al potere Donald Trump. Che dall’alto delle sue doti comunicative è riuscito a dire, di fronte a questo omicidio in diretta, che è stata una “very, very bad thing”. Una “cosa brutta”, ecco come il presidente dell’autoproclamata luce della civilizzazione descrive un omicidio strutturale. D’altronde cosa ci si aspetta da un uomo che incita alla violenza della polizia e che si vanta di ammazzare la gente con un tasto, come successo in Iraq?

Il problema è ben conosciuto e discusso sulla stampa. Ora stanno giustamente emergendo proteste di massa negli USA, perché – evidentemente – la crisi sociale causata dal Coronavirus e il fatto che esso abbia mietuto vittime soprattutto fra la popolazione di colore non ha sicuramente aiutato. Se si considera poi che i primi a scendere in piazza erano proprio i sostenitori di Trump, che per settimane hanno affermato che era giusto ignorare i divieti causati dal Coronavirus, le ragioni dei riottosi per scendere in massa a protestare diventano completamente comprensibili. Nulla, nulla ha fatto l’esponente maggiore del partito repubblicano e presidente in pectore per costruire una conciliazione sociale. Ora chiama i riottosi “teppisti” (thugs) e minaccia di far sparare sulla folla. Una evidente strategia della tensione. A voi l’ardua sentenza se sia meglio protestare (tipo lo slogan del MPS “quod demonstrandum est”, che si crogiuola nelle profezie che si auto-avverano e quindi la piazza è sempre giusta anche quando era sbagliata) oppure se protestare dà fuoco al cannone di Trump, perché la governamentalità in questo periodo è al suo massimo delle forze.

In questa difficile situazione di analisi vorrei però inserire una componente, che rende vetuste sia le tesi di Marx, sia quelle dei sovranisti, ovvero il problema dell’ipercomunicazione. Già con le primavere arabe abbiamo conosciuto delle interessanti novità garantite dalla velocità dei social media, ma anche le conseguenze autocratiche che esse hanno portato con sé. Il caso di George Floyd interviene in un momento di altissima tensione fra Trump e Twitter. Giusto alcuni giorni prima infatti la grande piattaforma virtuale ha cominciato a commentare motu proprio i tweet di Trump o addirittura a semi-censurarli. Per la prima volta assistiamo a uno scontro diretto e pubblico fra la politica e una struttura comunicativa che lentamente sta prendendo il controllo sulla nostra vita quotidiana, in particolare distruggendo la potenza di fuoco delle testate giornalistiche. Twitter, così come facebook, google, amazon e quant’altri hanno vissuto in una specie di limbo fino ad oggi, ma ora sono state aperte le danze dello scontro – epocale – fra politica e comunicazione e non solo fra persone di colore e partito repubblicano.

In questo senso dobbiamo pure osservare il ruolo del video e della registrazione in tempo attuale della realtà: essi da un lato stanno creando una società del controllo totale, tipo Grande Fratello, dove noi stessi con i nostri smartphone siamo parte della macchina del controllo. D’altro canto scopriamo l’impatto esplosivo e emancipatorio che queste registrazioni possono portare con sé, perché esse possono indurre una consapevolezza immediata e de-territorializzata di ciò che è successo. Ai suoi estremi questa evoluzione ha il potenziale per sostituire il momento processuale del diritto penale – o comunque cambiarne la sua natura. La “verità” sembra molto più vicina alla popolazione rispetto a prima. Questo è un effetto tangibile e diretto della cosiddetta società immediata. Essa è però messa in “pericolo” dai cosiddetti deep fake (di cui ho parlato qui). Non a caso la Cina ha appena emanato un nuovo Codice civile e ha cercato di regolare anche questa questione.

Assistiamo insomma a un conflitto culturale che è contemporaneamente un conflitto istituzionale e un conflitto tecnologico. Le analisi lineari basate su valori binari etici (amico/nemico, capitale/classe, élite/popolo ecc. ecc.) sono qui altamente sconsigliate. Il problema ha la forma della matrice, ha quindi bisogno di dialoghi a più voci per essere affrontato.

Rimane il fatto che la Corte suprema americana abbia protetto per decenni gli omicidi della polizia contro le persone di colore. È come se, quando si tratta di stranieri, la nostra cultura viva uno stato di eccezione permanente. Anche noi conosciamo questo problema con il racial profiling. Questa situazione ci indica che a qualsiasi analisi deve precedere anzitutto una sana dose di autocritica. Ribadisco quello che ho detto all’inizio: viviamo in una società razzista, purtroppo come occidentali siamo intimamente razzisti e questa è la prima cosa che dobbiamo riuscire a cambiare.

 

Filippo Contarini, teorico del diritto