Le serie tv svizzere, la crostata, il panfilo e l'autoreferenzialità

Le serie tv svizzere, la crostata, il panfilo e l'autoreferenzialità

Gennaio 17, 2021 - 22:08
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Una nicchia di produzioni audiovisive riesce dove l’informazione classica non lo fa più. Intanto il “mondo culturale” si concentra su Rete Due. Riguardiamoci “La Terrazza”…

Questa sera in seconda serata la Rsi proporrà la terza stagione della serie della tv svizzerotedesca "Wilder" (la cui prima stagione è stata un capolavoro, la seconda purtroppo molto meno...), serie che ha mostrato (assieme a "Quartier des Banques", prodotta invece dalla tv svizzero romanda), come anche nel nostro Paese la vera punta innovativa dell'industria audiovisiva non siano le molteplici trasmissioni di informazione e di approfondimento, bensì la capacità sceneggiativa di chi racconta le indagini e gli intrighi della Procura federale ("Wilder”, prima stagione) o la strada e gli scandali che hanno portato all'abolizione del segreto bancario (vedi "Quartier des Banques”).

Queste due serie tv svizzere, riprendono il filone rappresentato da serie realizzate da Sky come "Diavoli" o "Riviera" (entrambe mandate in onda, purtroppo sempre in seconda serata, dalla Rsi) o "1992", "1993", "1994" (tre serie prodotte da Sky e messe in onda da La7, ma mai acquistate dalla Rsi, che parlano di Tangentopoli, della fine di Psi e Dc e spiegano in modo veritiero la nascita e l’ascesa di Forza Italia e del berlusconismo). Un filone nato con quella serie made in Fox dei primi anni 2000, con la grande attrice Glenn Close e il grande William Hurt, che si chiamava "Damages", che in sette stagioni ci ha raccontato le storie di Enron e Wordcom e il loro tracollo dovuto a bilanci falsi certificati dall'Arthur Anderson, la storia dei subappalti nella guerra in Afghanistan e in Iraq, fino a Wikileaks e Assange).

Una nicchia di serie tv statunitensi ed europee (come dimenticare la danese "Borgen"?), negli ultimi 20 anni ha smesso di fare puro intrattenimento e si è cimentata nel racconto di una realtà intricata e complessa, che l'informazione classica, in questa società liquida, dove gli scandali di ieri sono già dimenticati e sostituiti da altre notizie, non riesce più a raccontare in modo adeguato.

Chi oggi si ricorda più delle vicissitudini statunitensi della Banca Wegelin che portarono alla sua chiusura e sostituzione con la Notenstein? Ce lo ricorda "Quartier des Banques" (un po' indirettamente), ma l'informazione classica è così concentrata su un presente, che alla fine non ci spiega più nulla di quella complessità contemporanea, impossibile per antonomasia da racchiudere nell’istantaneità.

Un certo tipo di narrazione, che ha l'ambizione di andare oltre il puro intrattenimento, è la nuova frontiera dell'informazione e della cultura.

Ahinoi! In Ticino pochi esponenti di quel mondo culturale, che prima e meglio di altri dovrebbe accorgersi delle mutazioni in corso, ha voluto soffermarsi su questo cambiamento in atto.

Quel mondo, quello culturale, oggi, più che mai, è concentrato tutto (ed esclusivamente) a difendere la sua emittente, Rete due, messa in discussione da piani di ristrutturazione. Mondo culturale che è salito sulle barricate contro Bertoli e contro tutti per difendere i propri interessi (vi ricordate gli attacchi del giornalista Lepori e di altri "intellettuali" contro al fatidico numero 5?) e oggi, che Confederazione e anche Cantone hanno promesso una nuova pioggia di milioni (per loro, come per lo sport, a fondo perso) si è acquietato, concentrandosi nella difesa di Rete due.

Tutti a riempirsi la bocca sul fatto che gli intellettuali e la cultura sono importanti, ma poi su questa crisi di "sistema” chiamata pandemia di covid-19, qualcuno ha sentito o letto da questi intellettuali un contributo all'analisi, alla discussione, vagamente interessante e utile?

Certo, in Italia almeno personaggi come il filosofo Umberto Galimberti hanno dato il loro contributo. In Ticino il nulla, se non la difesa dei contributi finanziari pubblici, per difendere i propri "giocattoli" (chiamati progetti ed iniziative culturali) e il proprio ego ipertroficamente narcisista.

Ma a cosa servono gli intellettuali e la produzione culturale se non per capire un mondo, apparentemente più easy, ma in realtà sempre più maledettamente complesso? A cosa serve la cultura se non a offrire possibilità di significato e senso, davanti alla contingente paura della "morte per raffreddore", mentre come scrive Lucio Caracciolo, Usa e Cina si preparano ad un conflitto nell'estremo oriente, che potrebbe anche sfuggire di mano ed espandersi proprio come il coronavirus (e non per forza con conseguenze più contenute)?

Dov'è quella capacità di interpretazione del momento storico, quella capacità di produzione di significato e senso che la cultura dovrebbe saper offrire?

Alle nostre latitudini non la vediamo. E la nostra non è la dicotomia che piace molto alla Lega e affini, fra una cultura da salotto e una popolare. No. Noi diciamo che non vediamo nulla d'interessante provenire dalla cultura nel nostro territorio, nessun dibattito, nessuna analisi, nessun contributo, nessuna produzione di senso (dapprima elitario e poi collettivo). Vediamo solo una strenua difesa ai propri finanziamenti, senza chiedersi, se questi hanno una ragione d'esistere e se si è utili a qualcosa, che non sia il proprio narcisismo.

Il mondo culturale in Ticino negli ultimi 25 anni ha visto un'espansione e una crescita di strutture, organizzazioni, enti, associazioni, maggiore dei 100 anni precedenti, con facoltà universitarie create da zero, poli culturali, Festival di ogni natura e genere, case del cinema o della cultura (vedi Filanda), importante crescita di gruppi teatrali, quanto di scrittori, quanto di registi e sceneggiatori… E poi in questo Cantone per un intero anno non si dibatte e non si analizza il presente?

Ma può mai essere che Università, Poli culturali e associazioni varie (con i loro intellettuali), possano lasciare che l'unico dibattito che il Cantone avesse è fra un "medico della mutua" e un "medico più o meno alternativo"?

Ma può mai essere che tutto questo mondo culturale non abbia nulla da dire, da analizzare, da tematizzare, da discutere, davanti ad un ridimensionamento importante della nostra democrazia, a privazioni delle generazioni giovani, sulle ipoteche aperte sul nostro benessere materiale quanto spirituale, della paura della morte, della censura e delle cosiddette "fake news", della gestione delle prospettive future?

La cultura, almeno secondo noi, è produzione di senso, di "logos" in una continua interazione e comunicazione collettiva. Se no è qualcosa di fine a se stesso, tanto per incassare un po' di sussidi.

E se stasera potremo guardare in seconda serata la terza stagione della serie tv "Wilder" e verificare se è degna della prima stagione, proprio 7 giorni fa, Raimovie, sempre in seconda serata, ha mandato in onda il capolavoro di Ettore Scola "La Terrazza" con i grandi Tognazzi, Gassman, Mastroianni e Trintignant, oltre che una fantastica Ombretta Colli e Stefania Sandrelli e all'ineguagliabile Carla Gravina. “La Terrazza”, già nel 1980, ci raccontava di questi intellettuali, tutti in orbita al Pci o all'estrema sinistra, che amavano parlarsi addosso, con lessico e sintassi molto forbite, ma drammaticamente autoreferenziali e narcisistiche. Nove anni dopo, il "Muro" crollava, alla "bolognina" si cambiava nome e le cene in Terazza venivano sostituite dai panfili, chiamati "barche”, o dai salotti degli attici di Piazza Navona, dove fra una "crostata" e l'altra si facevano o i patti bicamerali o in alternanza i "girotondi".

Ma, ahinoi, la capacità di capire e interpretare il momento storico, produrre senso e andare oltre il proprio ego o interesse economico non c'erano lo stesso. Intanto fuori dai salotti e dai panfili (presi con il leasing della Bipielle di Fiorani), qualche milione di persone doveva fare i conti con il neoliberismo estremo, un'intera generazione la si relegava alla precarietà. Ma la cultura del tutto autoreferenziale poteva continuare a mangiare "crostate".