"Ma non eravamo di sinistra noi? ... al massimo socialisti"

"Ma non eravamo di sinistra noi? ... al massimo socialisti"

Marzo 08, 2019 - 00:10
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"L'ultima ruota del carro", un bel film andato in onda purtroppo in tarda serata sulla Rsi. Roma, dagli operai, passando per Andreotti, Craxi, Berlusconi, Renzi, ... , è passata in 50 anni agli influencer. E la sinistra rischia di diventare non più una prospettiva politica, ma ma uno stato emotivo.

Spesso non sono comprensibili e tanto meno condivisibili le scelte di palinsesto della Rsi. O credono di avere un pubblico di nottambuli e di insonni, oppure certe scelte di chi gestisce il palinsesto e la programmazione sono un mistero. Nel 2018 le migliori serie tv le hanno mandate in onda in seconda, se non in terza serata (soprattutto quelle delle domenica, ma anche "Fargo" o "This is us", ecc). I migliori cicli di film, come in questo periodo, li mettono in programmazione in terza serata (vedi al sabato sera con il ciclo "Made in Europe" o al giovedì sera).
Ma anche il cinema italiano contemporaneo trova cittadinanza sulla Rsi in tarda serata, come il film "L'ultima ruota del carro", andato in onda ieri 6 marzo dopo mezzanotte (dunque già il 7 marzo) e che si è concluso alle 2 di notte.
Proprio a due giorni dal 4 marzo, data storica politicamente per noi in Svizzera, perché in votazione popolare ha vinto il mantenimento di un canone obbligatorio per tutti per finanziare la televisione pubblica (ma anche privata), che prima veniva incassato dalla Billag, oggi dalla Serafe, mentre in Italia, il 4 marzo 2018 verrà ricordato come il giorno in cui le elezioni politiche hanno decretato prima formazione politica in Parlamento, un partito fondato da un comico, Beppe Grillo con il suo M5S, movimento 5 stelle, dando vita, qualche settimana dopo, a un Governo Lega/M5S, andava in onda sulla Rsi "L'ultima ruota del carro".
"L'ultima ruota del carro" non è un capolavoro cinematografico, ma semplicemente un bel film, con alla regia Giovanni Veronesi, ed interpretato da Elio Germano, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Virginia Raffaele, Alessandro Haber, Massimo Wertmüller, .... e parla di Ernesto Marchetti, che dal 1967 al 2013, gioca aspettando che qualcuno gli "passi la palla". In questi quasi 50 anni, Ernesto vede l'Italia trasformarsi, dall'egemonia democristiana con le sue raccomandazioni e lottizzazioni dell'impiego pubblico, agli anni ruggenti del socialismo craxiano, per poi approdare al berlusconismo (il film essendo del 2013, non racconta di questo ultimo anno incentrato sul "salvinismo" e sul " dimaismo-toninelliano" e di come l'avrebbe visto e vissuto il buon Ernesto).
Quello che il film fa vedere è un onorevole socialista (Sergio Rubini), che per il suo accento pugliese rimanda al leader della corrente di sinistra "lombardiana" del Psi di Craxi, Claudio Signorile (famoso per lo scandalo delle "lenzuola d'oro") e per lo stile di vita a un Gianni De Michelis senza panza e chioma, che con il suo portaborse (Ricky Memphis), fanno i loro intrallazzi in nome e per conto del partito che fu di Turati, Nenni e Pertini.
Non è un caso che verso la fine del film il portaborse Ricky Memphis si trova in Cina, dove andò a "svernare" (nella realtà) proprio Gianni De Michelis, dopo le vicende di "Tangentopoli", diventando un esperto e consulente delle relazioni commerciali fra Italia e Cina.
Ma Ernesto incontra anche l'arte e la pittura negli anni '80, quando diventa il facchino, il traslocatore e "l'incassatore" del "Maestro" (così viene chiamato nel film il ruolo di Alessandro Haber), in cui non è difficile riconoscere il grande Mario Schifano, "l'artista maledetto" italiano per eccellenza e uno dei protagonisti della pop art italiana, "cresciuto" in quel Caffè in Piazza del popolo a Roma (il Caffè Rosati) dove i clienti si chiamavano Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini, Federico Fellini, Alberto Moravia, ma anche Renato Nicolini, indimenticato assessore alla cultura di Roma. Schifano dall'arte informale è passato al Nouveau Réalisme, passando negli anni '60 dalla "Factory" di Andy Warhol, dove subì l'influenza di Roy Lichtenstein. La poliedricità di Schifano è notevole, tanto da cimentarsi anche con altri linguaggi oltre quello pittorico, infatti è stato  uno dei protagonisti della "cooperativa cinema indipendente" dove lavorò anche Jean-Luc Godard (regista della nouvelle vague e "padre spirituale" del FilmFestival di Locarno).
Ernesto, senza studi alle spalle, si cimenta in molteplici lavori, in un'Italia in trasformazione, che da Fanfani, Andreotti e Cossiga, arriverà a Renzi, Boschi e Lotti, passando dai Craxi, De Michelis e Martelli prima, poi dai Berlusconi, Micciché e Frattini. Tappezziere ed imbianchino, poi cuoco di scuola dell'infanzia, poi traslocatore (anche dei quadri del "Maestro"), in seguito autista-facciendiere-portaborse (a sua insaputa) di società parallele al Psi, poi ancora traslocatore e infine comparsa a Cinecittà. Ernesto rappresenta quell'Italia che si arrangia con impegno ed ingenuità. La sua vita non arriverà mai al successo e ai soldi (neanche quando vince il gratta e vinci), come quella di molti altri, nonostante la frequentazione di potenti, politici, aristocratici e donne di quell'alta borghesia romana, a cui lui non apparterrà mai. Ernesto è un borgataro la cui vita è arricchita dalla frequentazione e amicizia con il "Maestro" (Mario Schifano, che nel film fanno morire a 65 anni, mentre in realtà muore a 63 anni). Un borgataro che è di sinistra e che quando nel 2000 rivede il suo amico di tutta una vita Giacinto (Ricky Memphis) gli domanda: "ma dimmi una cosa, non eravamo di sinistra noi?”. L'amico che gli risponde: "Non rompere il cazzo ... , al massimo socialisti", che dice tutto della mutazione genetica della sinistra italiana (tra l'altro l'aveva già detto molti anni prima Gaber in "Qualcuno era", sequel di "Qualcuno era comunista", quando cantava "qualcuno era socialista, perché più a sinistra di così si godeva di meno"). Quella sinistra che è passata dal movimentismo dell'estrema sinistra, fino alle Br, per poi ritrovarsi prima craxiana e dopo berlusconiana e infine renziana (oggi probabilmente si può ritrovare nel "sovranismo salviniano", che ha le sue radici nella "Sigonella craxiana").
Ernesto non voleva fare la "Rivoluzione", disapprova l'omicidio di Aldo Moro, ma si riconosce in quella sinistra poco ideologica e tanto lavoratrice diffusa nelle borgate e alla fine si ritrova a fare la comparsa a Cinecittà, tanto per arrotondare. Parte dalla società del fare e del manuale, come artigiano tappezziere nel decorare la casa di Paolo Villaggio, reduce dal primo "Fantozzi", alla società della comunicazione e dell'intrattenimento, dove trova posto come comparsa. Roma (ma anche l'Italia e tutto il mondo occidentale) non è solo cambiata in 50 anni, è stata stravolta, dagli artigiani ed operai si è passati alle veline e agli youtuber ed influencer.
Ernesto non è un protagonista di questa trasformazione, casomai un osservatore, uno che vede la mutazione da un finestrino, un po' in disparte. Ernesto è in un certo senso la metafora della sinistra italiana (ma non solo italiana), a cui vorrebbe appartenere, che ha visto e subito la completa mutazione della società e del mondo del lavoro, standosene in disparte, recitando il proprio rosario di rivendicazioni sperando di vincere (le elezioni), come il figlio di Ernesto deve citare ad ogni suo compleanno la formazione della Roma, sperando che quest'anno sia l'anno buono per lo scudetto. Lo sappiamo, la Roma non vince mai lo scudetto e la sinistra non vince mai, e quando vince l'unica cosa che sa fare al Governo è proporre un Senato di cooptati e non eletti, salvare le banche dei parenti e amici della propria pupilla (Boschi) o in passato fare la guerra in Kosovo. Alla fine è meglio sperare nella Roma di Totti.
Nonostante la sinistra sia stata ricca di menti eccellenti (Tronti, Negri, Bologna, Ravelli, Bonomi,... ma anche quel geniaccio di Bifo), l'establishment dei suoi partiti ha saputo poco o nulla mettere a frutto le loro analisi e visioni, deliberatamente scegliendo di non voler capire ed anticipare le trasformazioni che la società stava vivendo. E dunque ecco che vediamo un apparato partitocratico di sinistra (anche alle nostre latitudini) che teorizza la piena occupazione (quando in Italia non c'è stata nemmeno durante il boom economico del dopoguerra), più tasse per i ricchi (non capendo che le ricchezze, oggi più che mai, sono mobili e volatili), i contratti collettivi, (quando la frammentazione del lavoro e del processo produttivo rende in buona parte superato questo strumento), ecc. E intanto gli Ernesti, dopo aver pagato gli amici in nero, si ritrovano a Cinecittà a fare le comparse, quasi a volerci dire che la sinistra non è più una prospettiva politica, ma uno stato emotivo da frequentatori di una bocciofila.