Ma Norman Gobbi è massone o no?

Ma Norman Gobbi è massone o no?

Giugno 12, 2017 - 22:30

Di massoneria e di vacche virtuali: quando la decontestualizzazione e il diritto di proprietà improvvisamente passano da storie passate di un ministro arrembante.

La non notizia: Gobbi e la massoneria

Qualche anno fa le prime pagine dei giornali fecero un gran casino su questo tema. Dissero che Gobbi segretamente aveva provato a entrare nella massoneria, ma la richiesta era stata respinta.

Conosco alcuni liberi muratori, gente amabile. Ne conosco altri, dei farabutti. Mazzini era massone e tanti radicali che hanno fatto ben evolvere la Svizzera nell’Ottocento erano massoni. Quando però massoneria e soldi si sono incrociati, non è stata più chiara la differenza fra i grembiulini e potentati antidemocratici. In Italia hanno perfino provato a fare dei colpi di Stato. In Ticino ci riuscirono più volte.

Ma in realtà oggi non voglio parlare di massoneria.

 

La decontestualizzazione

Se il bravo complottista penserà che il problema ticinese sono queste associazioni a cui Gobbi tanto ambiva, io rispondo che si sbaglia di grosso. Il problema è molto, molto più grande. Il problema oggi si chiama “decontestualizzazione”. Il problema si chiama “appiattimento virtuale”.

Guardate qua sotto questo printscreen che ho fatto l’11 giugno 2017 dal sito ticinonews.ch (prendo loro a caso, potrei dirlo di tanti siti).

 

 

Come vedete c’è un link con fotografia con su scritto “Norman Gobbi massone mancato”. Sembra una notizia attuale, d’altronde giusto sopra la foto di Gobbi c’è una data, ovvero l’11 giugno 2017. Cavoli, uno si incuriosisce! Ci sarà una novità, viene da pensare. Oggi, giugno 2017, questo sito di informazioni mi propone una nuova informazione.

 

L’articolo è di due anni fa, te ne eri accorto?

Clicco l’immagine del Norman e entro in un articolo che mi riporta le parole del Blick che si chiede se un massone possa entrare in Consiglio federale. “Ma di che cavolo parlano?”, mi chiedo. Scrollo in giù e scopro quello che dubitavo: l’articolo è del 27 novembre 2015!

Questa cosa poco tempo fa non esisteva. Quando prendevi un oggetto di informazione, diciamo un giornale, quell’oggetto aveva un solo tempo. Tutte le notizie erano coordinate e stampate un giorno solo. Se aprivi il giornale a metà, la data della notizia era la stessa di quella della prima pagina. Volevi notizie vecchie? Fisicamente dovevi prendere un giornale vecchio.

Oggi basta un clic.

E così, per sapere di quando è una notizia, devi cercare la data di quella notizia. Se non te lo dicono, la notizia tecnicamente non ha tempo. Non esiste più il concetto di informazione vecchia e informazione nuova. Lo stesso sito “ticinonews.ch”, che tecnicamente dovrebbe proporre (come dice il nome!) delle news, in realtà propone delle “olds”.

 

I siti di news che usano le “olds”

Ma, questa è la domanda interessante, perché ticinonews.ch si trasforma in ticinoolds.ch, o comunque perché mischiano le notizie vecchie e quelle nuove? Io evidentemente non sono nella loro redazione e non posso affermare certezze.

L’ipotesi che ho è che il sito deve riuscire ad avere clic pubblicitari, ma l’utente ormai è saturo di pubblicità (per dire: oggi su ticinonews la pubblicità mi propone di ricomprare una cassa Boom… che ho già comprato ieri! È stupido?). Allora il sito deve far credere all’utente che quella pubblicità sia in realtà una notizia, lui clicca e… fregato, è una pubblicità! E per confonderlo gli pianti fra i link delle pubblicità dei link di altre “olds” in modo tale da ricreare un senso di fiducia.

Per continuare l’esempio: ora che sto scrivendo fra i sei quadratini in basso alla pagina di ticinonews.ch ci sono: “L’Albania sconfigge Israele grazie alla…”, “E se fosse Lombardi?”, “Nuova Jeep® Compass Opening Edition”, “Good Buy: Peugeot 308”, “Oltre 130 famiglie altoatesine chiedono asilo…”, “Tami-Renzetti: prove di matrimonio…”. La notizia dell’Albania è di oggi, quella di Lombardi è dell’ottobre 2015, quella degli altoatesini di 3 giorni fa.

 

Noi utenti virtuali, semplici vacche nei verdi pascoli di internet

Caro lettore, cerca di capire: sei una vacca da mungere. Nella biopolitica (leggi qua) per un’introduzione alle teorie di Roberto Esposito) l’essenziale è “il punto di incrocio tra diritto e biologia”, dove ormai sono i Big Data che registrano i nostri comportamenti ad essere la vera proprietà difesa dall’ordinamento giuridico. Solo che invece di tutelare la libertà nostra, l’ordinamento tutela la libertà di chi prende e usa i nostri dati senza dircelo. Facendo passare le “condizioni generali d’acquisto” di google, facebook ecc. come se fossero contratti veri.

Nel pascolo di internet, quel Wissensallmend spesso mitologizzato ma che va ancora ben capito, noi siamo convinti di essere vacche libere. E senza nemmeno rendercene conto, abbiamo tutti il nostro cartellino attaccato all’orecchio.

Nel suo “La fattoria degli animali” di George Orwell i maiali alla fine prendono il controllo della fattoria. E se le vacche ora cominciassero a capire che il nostro astratto Napoleon virtuale non è quel santo che vuole farsi credere?

 

 

Filippo Contarini