Magistratura: una situazione drammatica. Quali soluzioni?

Magistratura: una situazione drammatica. Quali soluzioni?

Ottobre 04, 2020 - 17:18

Organizzazione della magistratura: è tempo di aprire una discussione. Il giudice Mauro Mini propone un "sistema italiano" per la Magistratura. Ha ancora senso parlare di separazione dei poteri nel contesto ticinese?

La situazione della magistratura in Ticino è drammatica. I problemi sono strutturali. Mauro Mini, bravo giudice e docente, ha fatto venerdì, 2 ottobre 2020, alcune proposte al Corriere del Ticino per migliorare la situazione. Vorrei aprire un po’ la discussione su questo tema, per parlare della situazione e non pormi quindi “contro” Mini, ma proprio per ragionare assieme. Dobbiamo infatti essere consci che quel che lui propone è il sistema italiano, come lo ha proposto anche il MPS.

Mini dice parole importanti. Parla di separazione dei poteri e spiega: “Per l’Esecutivo, la giustizia manca di un’adeguata autonomia organizzativa e finanziaria [...]. Per il Legislativo, è importante svincolare il più possibile le nomine da influenze politiche, puntando primariamente sulla competenza e sulla preparazione dei candidati. […]. Per la Magistratura medesima, l’indipendenza esige un lavoro su sé stessa, […], con un atteggiamento maturo e sereno, impermeabile a possibili influenze esterne”.

Chi non conosce da dentro il sistema giuridico svizzero probabilmente non sa che quello che dice Mini è proprio la richiesta che i libri di diritto svizzero pongono da circa 15 anni a questa parte. A questo approccio, tendente al sistema italiano, si associa la costruzione di “scuole” per magistratura da frequentare come CAS dopo il master in diritto, sia all’università, sia nelle varie SUP. La loro idea di fondo è che il miglior modo per tutelare l’indipendenza dei Magistrati sia lasciare nelle mani dei giuristi la costruzione del sistema giudiziario. L’idea è che i giuristi siano i migliori per costruire un sistema indipendente, perché loro sanno capire meglio chi sa “applicare la legge” e sanno giudicare se i magistrati hanno fatto un “buon lavoro”. La richiesta è quindi che il mondo esterno rimanga fuori dal diritto.

Io alla quercia del diritto preferisco, sempre, il mirtillo del marciapiede. Che ci permette di vedere le cose per quel che sono. In Ticino la politica partitica è già morta. Secondo me parlare di separazione dei tre poteri aveva senso 40 anni fa, oggi non è più la metafora efficace. I partiti non controllano più la loro base e non hanno più giornali. Abbiamo istituito, volenti o nolenti, un sistema maggioritario puro, sebbene ancora travestito da sistema proporzionale. Il discorso di Mini sull’influenza della politica sulla magistratura su questo punto va quindi precisato: in realtà in Ticino assistiamo a una gioiosa guerra fra bande che scorre in modo assolutamente trasversale attraverso i partiti, che vivono il loro peggior periodo di delegittimazione nella storia moderna.

Prendiamo quindi atto che in Ticino non sono più “i partiti” a decidere, ma piuttosto ci sono alcuni nuclei di potere che muovono la politica, i media, il consenso, l’economia. Si muovono in modo piuttosto trasparente, si sa chi comandi e a cosa tenda. Tutti sanno anche che è difficilissimo criticarli. Questi gruppi di potere si trafiggono poi alle spalle un giorno sì e l’altro pure, continuando a mettere sul piatto nuovi accordi sottobanco, sempre al limite fra il politico e il giudiziario. Parlare di “separazione dei poteri” è quindi una riduzione eccessiva di complessità. Ci sono altri attori potenti quanto lo Stato, alcuni studi di avvocati in Ticino contano più dei partiti. Nell’antropologia culturale c’è un nome per questa cosa, si chiama “ranked society”, un qualcosa molto vicino alle società vikinghe. In Ticino infatti non abbiamo né una società tribale africana (le famiglie contano, ma si ampliano anche ai non-membri!), né una società per classi all’inglese (manca la classe operaia!), né una società di antico regime (mancano i nobili, sebbene alcuni snob si sentano tali), né una società democratica moderna (manca l’alternanza). Rimane la società vikinga in salsa ticinese.

Cosa significa essere una “ranked society”? Basta aprire wikipedia: è una società che classifica gli individui in termini di distanza dal capo, per motivi genealogici, ma anche economici, ecc. Un altro suo termine è la “società del dominio”. Chi è più vicino al capo ha uno status sociale più elevato rispetto agli altri. Le società che seguono questo tipo di struttura associano il rango al potere, mentre altre società associano la ricchezza al potere. Gli individui e i gruppi ai vertici sono in competizione fra loro per le posizioni di leadership. In alcuni casi il rango viene assegnato a interi villaggi piuttosto che a individui o famiglie. Sappiamo che con l’accelerazione della comunicazione e la privatizzazione del panorama mediatico la nostra società sempre più si sta avvicinando a questa struttura. Fateci caso: tutti gli studi politologici dimostrano che in Ticino sempre meno famiglie hanno sempre più potere. Sempre più il rapporto di fedeltà si sostituisce ai rapporti di razionalità e efficienza.

La classica separazione dei poteri descritta da Montesquieu nel Settecento era una risposta alla società nobiliare, non alla ranked society. Il problema là era il re e la sua corte, non le guerre vikinghe. Parlare di separazione dei poteri come fa Mini è quindi consolante e suona democratico, ma nella situazione ticinese è troppo poco risolutivo, perché nulla viene veramente diviso, perché il sistema di potere di dispone a matrice trasversale attraverso i Poteri. Anzi: il rischio è che riducendo l’influenza democratica parlamentare o popolare sulla nomina dei Magistrati, poi alcuni gruppi di potere si rafforzino ancora di più. Mi si risponderà che allora bisogna fare esami segreti per chi entra in Magistratura e creare delle carriere “a vita”, come in Italia. Ma quali sono le basi teoriche di questo approccio, nella nostra società che Baumann chiama “società della prestazione”, in cui l’unico valore è la flessibilità e il cambio di lavoro? Parlare di carriere “a vita” mi suona come retropista (make the judiciary great again!). Dimenticandosi da un alto che in Ticino siamo piccolini (la procura son 20 persone, come Beautiful), dall’altro che siamo un cantone profondamente globalizzato ed è importante stare al passo con i valori contemporanei, per non costruire fratture di legittimità.

Soluzioni? Anzitutto bisogna rompere le logiche verticistiche nel mondo della Magistratura. Non bisognava costruire un Procuratore Generale forte, ma una Magistratura forte, ovvero: in grado di parlare apertamente guardandosi negli occhi. Bisogna ben pagare i procuratori e costruire gruppi indipendenti fra loro, formalizzando (ovvero: scrivendo nella legge) le modalità di comunicazione interne. Tutta l’attenzione deve essere rivolta proprio alle logiche comunicative e alla rotazione dei compiti. Bisogna inoltre prevedere strutture per costruire una forte autocritica e una trasparenza radicale. Il segreto deve essere un’arma contro il crimine, non per autolegittimare la propria posizione. L’approccio verticista militare di Gobbi è invece vecchio e stantio ed è quello che meglio permette alla ranked society di annidarsi nelle strutture, perché favorisce la concorrenza e quindi la tendenza a cercare sponsor esterni. Alla fine la struttura è crollata, e vediamo i “soldati” spararsi a casaccio mentre cadono tramortiti a terra.

Tutti sono colpevoli, perché tutti sono retropisti, tutti guardano “indietro” invece che “avanti”.

Rispetto alla proposta di Mini, io penso che non tanto l’autogoverno, ma la trasversalità sia il valore da portare sul piatto d’argento, la logica della matrice. Bisogna formulare nuove chiavi di riparto condivise non tanto nella procura stessa, ma negli organi che selezionano la procura: costruire commissioni di selezione realmente democratiche. E invece di questo non si parla mai. Bisogna instaurare una cultura dei poteri e dei contropoteri e ancorarla a delle forme giuridiche. Scrivo tutto questo non per dire che Mini non abbia ragione, ma per proporre un’altra medaglia, con le sue facce (non dico certo che le mie proposte non abbiano difetti!).

Dico soprattutto che i giuristi stanno cercando troppo la soluzione delle cose nelle loro abitudini giuridiche. Certo, lo sappiamo tutti che quell’avvocato lì o quell’avvocato là decide tutto in parlamento, nel partito, sui giornali, eccetera. Sappiamo nomi e cognomi. Ma sul serio pensiamo che chiudendoci sull’autogoverno e basta (come in Italia, con i suoi problemi che ho già esposto) avremo trovato una soluzione ai problemi? A me piacerebbe tanto, ma so bene che le mie parole risuonano come quelle di un fantasma in un castello abbandonato, che per una volta, almeno una, gli avvocati e giudici ticinesi chiedessero aiuto all’esterno, rifiutando categoricamente di poter sviluppare soluzioni in autonomia e indipendenza, proprio perché sono giuristi, con tutti i pregi, ma soprattutto tutti i limiti che il loro approccio al mondo comporta.

Il mondo istituzionale ticinese è ora di fronte a una scelta: cosa è meglio per risolvere il bordello, un cerotto prodotto dagli avvocati stessi, oppure chiedere aiuto a sociologi, antropologi e teorici dell’organizzazione per costruire un sistema efficiente e adeguato alle nostre necessità?

 

Filippo Contarini, teorico del diritto