Mauro Baranzini: “per l'USI un futuro roseo, ma occorre tempo"

Mauro Baranzini: “per l'USI un futuro roseo, ma occorre tempo"

Gennaio 18, 2019 - 16:27
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Il professor Mauro Baranzini, già decano della Facoltà di scienze economiche e fra i protagonisti della fondazione dell’USI, era ospite martedì sera del centro diurno della Unitas a Lugano per parlare della nascita dell’Università della Svizzera Italiana. Un’idea, quella di un’università a Lugano, che ha svariati secoli, ma che solo negli anni ’90, come spiegato da Baranzini, ha potuto concretizzarsi, grazie al consenso trovato attorno a questo progetto nel 1996, dieci anni dopo la bocciatura in votazione popolare del CUSI, Centro universitario della Svizzera italiana.

Mauro Baranzini, qual è stato il ‘clima’ politico a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 attorno al progetto di un'università nella Svizzera Italiana?
L'opinione pubblica ticinese sino agli anni '80 era chiaramente non favorevole all'Università. Poi, per una costellazione di avvenimenti che definirei irripetibili, si è creato un vento favorevole, tanto che in Gran Consiglio il progetto dell'Università della Svizzera Italiana fu approvato con un solo voto contrario e addirittura in Consiglio comunale di Lugano non vi furono contrari. Dagli anni '80 agli anni '90 vi è stato dunque un cambiamento eccezionale. Ciò ha permesso all'USI di aprire le porte a una serie di iniziative culturali e professionali, come l'arrivo nel 1997 della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), che assieme a tutti i suoi aggregati è un elemento importante per la crescita del nostro Cantone.

Ad oltre vent’anni da allora, quale bilancio si può trarre oggi dell’USI?
Sono 22 anni, qusi 23, che l'USI eroga corsi e fa ricerca. È entrata nel pieno delle sue capacità. Credo che il bilancio sia positivo. Come ho sottolineato questa sera, affinché un'università trovi il proprio spazio e il proprio nome nel panorama internazionale, occorrono tempo e mezzi finanziari. Con il nuovo rettorato e l'appoggio di molti uomini politici e di cultura penso che per l’USI il futuro sia roseo.
È pur vero che per fare un'ottima università, come sovente si dice, occorrono 600-800 anni, come nel caso do Oxford, Cambridge o Bologna, ma a Lugano si è cominciato bene. La Svizzera nel panorama universitario occupa sovente le prime posizioni, per cui sono molto ottimista. I soldi che ogni contribuente ticinese paga con le imposte per sostenere l’Università, il celebre panettone portato in televisione da Fulvio Caccia, sono bene investiti.

E sul fronte delle rette pagate dagli studenti? L’USI è stata criticata in passato per il costo eccessivo…
Era l'unico modo per poter partire e far quadrare i conti dopo cinque anni, condizione posta per poter beneficiare dei 10 milioni dell’Ente pubblico (9 del Comune di Lugano e 1 dal Cantone).
Se pensiamo che le migliori università americane fanno pagare 50'000 franchi all'anno di tasse di inscrizione, con spese per l'alloggio a parte, penso che siano soldi ben investiti. Personalmente non ho mai trovato un genitore che abbia contestato la somma da pagare per i propri figli che vengono a studiare all'USI. Questo perché pensano prima alla qualità del servizio e poi al costo.

Fra le facoltà dell'USI quella che più spesso ha suscitato perplessità è quella di Scienze della Comunicazione, anche per gli sbocchi professionali successivi…
I problemi sono stati anche contingenti. La facoltà è sorta simultaneamente alla creazione della stessa facoltà da parte di diverse altre università. È sorta anche in concomitanza con la crisi del settore dei media in generale, come giornali, radio e televisioni, che non hanno più i mezzi finanziari di un tempo. Sotto questo aspetto la facoltà di Scienze della Comunicazione è stata quella che ha sofferto di più.
Al contrario le facoltà di Economia, in parte Architettura, e soprattutto Informatica, sotto questo punto di vista, si sono rivelate una buona scelta.

In Ticino la realtà universitaria, oltre che l'USI, vede anche la presenza della SUPSI. In futuro si andrà verso una maggiore integrazione?
Quando ero decano avevo proposto ai miei colleghi, e a quelli della SUPSI, di avere alcuni insegnamenti in comune. Soprattutto pensando a quando, fra qualche anno, avremo il campus della SUPSI vicino a quello dell’USI. Ho però sempre trovato resistenze da parte dei miei colleghi nel voler erogare dei corsi anche per gli studenti della SUPSI. Credo che questo approccio sia sbagliato: perché avere due corsi di macroeconomia pressapoco uguali a 500 metri di distanza l’uno dall’altro? A mio avviso si potrebbero risparmiare soldi e creare delle sinergie positive e produttive. Occorre però sempre del tempo per far passare questi concetti.