#me_too: sono (stato) sessista anche io?

#me_too: sono (stato) sessista anche io?

Febbraio 15, 2019 - 10:50

L’orco e la gogna
In questi giorni nella homepage di vari siti campeggia la pubblicità elettorale del PPD, che contiene una frase forte: “I bambini non si toccano! Basta condanne ridicole per pedofili e stupratori”. Non so se questo annuncio pubblicitario fosse programmato per la campagna elettorale oppure se sia stato elaborato in fretta e furia per cavalcare le discussioni attuali.
Anni fa lessi sul Corriere del Ticino una lettera di Guindani che ammoniva la società ticinese a discutere con troppa leggerezza sulla figura dell’orco. Ne rimasi molto impressionato, cominciai quindi a interessarmi alle discussioni sulle questioni di genere e sulle relazioni interpersonali anche fisiche. C’è un mondo complesso che si presenta di fronte a noi, già gli studi lacaniani hanno messo all’erta sulla difficoltà di capire la psicologia di adulti e bambini.
Ho letto con attenzione l’articolo di Roberta Niccolò sulla sua condizione di vittima di abusi sessuali. Ci spiega anzitutto che bisogna riconoscere il diritto a mantenere il riserbo delle vittime, chiede poi che ci sia una struttura di intervento chiara. Chiede soprattutto che si riconosca socialmente la gravita dell’atto criminale di chi abusa. Ma chiede pure che l’orco non venga messo alla gogna. Chiede che la società rifletta su di sé su cosa si può fare individualmente per evitare abusi sulle donne, sui bambini, ma anche sugli uomini, che non sono immuni dal vivere violenze di questo tipo.

Il diritto penale o le strutture sociali?
Che i pedofili e chi abusa sessualmente siano persone da condannare non ci piove. Che le pene attuali per questo tipo di reati siano “ridicole” mi sembra un’esagerazione che non aiuta nessuno a far evolvere il discorso sociale su questo tema. Come sempre il diritto penale viene usato per descrivere il male, il nemico, quello che non vogliamo essere. Una politica che si vuole al governo della società dovrebbe però, a mio modo di vedere, usare il diritto penale solo come ultima ratio, non come prima scelta.
Mi permetta chi legge di lasciare quindi il difficile campo della pedofilia e degli abusi come espressione di un malessere psichiatrico o di una mente criminale. Uno dei grossi problemi è infatti l’omertà di fronte a cose che la società cerca di far sembrare piccole e invece, come abbiamo capito in questi giorni con il caso del funzionario del DSS, sono grandi. Si tratta di entrare nel campo delle strutture sociali, quelle che improntano ognuno di noi.
Nel nostro quotidiano siamo ad esempio esposti ad una feroce pornificazione della società, nonché alla commercializzazione dei corpi della donna come oggetto sessuale e dell’uomo come icona nerboruta (si vedano a questo proposito i cartelloni pubblicitari di questi giorni della Gorilla Sports). La sessualità nell’educazione pubblica è però incredibilmente ancora tabù.
Ben sappiamo che sono stati proprio gli esponenti del PPD, ma anche dell’ultradestra ticinese, a fare le prime forti opposizioni ad una scuola che cerchi di lavorare su questo tema con metodi pedagogici chiari. No, loro vogliono che siano le famiglie a pensarci. Famiglia e diritto penale, il modo migliore per mantenere le strutture sociali intatte come sono.

Necessità dell’educazione sentimentale
Eppure basterebbe poco: non solo libri e pupazzi con cui spiegare in tenera età cosa è l’atto fisico della sessualità (soprattutto oggi, che – a dire del telefono azzurro – i bambini visitano i siti porno sul natel già a dieci anni!), ma anche momenti di auto-riflessione in classe sul concetto di consenso e di rispetto. Mi spiegava p.e. un amico di Padova che loro a scuola fanno anche esercizi casti di distanza e contatto per riuscire a dare forma all’integrità personale. Anni luce p.e. da quel che abbiamo vissuto noi 15 anni fa alle scuole medie a educazione sessuale: oltre a sghignazzare seduti dietro a un banco con i libretti del cantone non c’era molto...
Ma soprattutto ci vuole oggi educazione sentimentale, ancor più che educazione sessuale. Bisogna imparare a ragionare sulla comunicazione, anche quella virtuale. Inoltre l’educazione all’emotività maschile va ampliata e tematizzata, una questione repressa da una società che vende l’immagine del maschio forte, duro, che non piange, che non soffre. Una società che lascia coltivare solitudini profonde e tende a demonizzare l’espressione delle emozioni, ma che senso ha?

Il #me_too e la tematizzazione del problema degli abusi
Il merito del movimento #me_too è stato tematizzare nella mente della società la sottile linea che corre fra consenso sessuale e abuso di potere. Queste situazioni possono succedere sul posto di lavoro, possono succedere nell’ambito dell’associazionismo, possono succedere fra amicizie che in realtà sono amori incompresi, possono succedere nella coppia. Possono succedere quando si interrompe il momento di dialogo con l’altro, intendendo il momento carnale solo come un “prendere”, invece che un “con-vivere”.
Mentre nelle società nordiche ci si è resi conto abbastanza in fretta del problema, nelle società mediterranee i maschi si sono mostrati costernati. “Ma come, ora non si può più nemmeno provarci, che si viene tacciati d’essere stupratori?”.
L’incapacità strutturale di cogliere il problema è ben evidenziata dalla reazione assurda dell’Ayatollah Khamenei che, lo scorso ottobre, scrisse su twitter che se tutte le donne portassero il velo islamico, allora nessuno proverebbe a molestarle sessualmente e non avverrebbero più casi stile #me_too… Insomma, non sia mai che le abitudini maschili vengano messe in discussione in senso autocritico!

Non è provarci, ma è oggettificare avendo la struttura a proprio favore
Certo, anche le donne sanno essere distruttive con gli uomini (comunque questa binarietà potrebbe cominciare ad essere questionata). Le statistiche però indicano che la percentuale di donne molestate è dannatamente superiore a quella degli uomini molestati. Lavorare con queste statistiche è importante: proprio perché esse mostrano che anche gli uomini possono essere molestati, rendono bene l’idea che il problema non è biologico, ma strutturale, ovvero sociale. È un problema di carattere interrelazionale e quindi può essere questionato anzitutto parlandone tutti assieme e sviluppando un certo sistema immunitario, non invece esternalizzando tutto al diritto penale.
Su questo punto penso dobbiamo essere molto chiari: fino allo scoppio del movimento #me_too c’era un innegabile alone di omertà su momenti evidentemente sgradevoli. Qua non si tratta di “provarci”, non si tratta di questionare il maschio latino che fa il ganasa con le donne, che a loro volta si mostrano piacenti. Non si tratta di castrare il sottile gioco del corteggiamento e della gestione del desiderio.
No, qua si tratta di questionare il modo in cui tante persone in forza al loro ruolo, di solito gerarchicamente o economicamente superiore, avvicinano donne (e talvolta uomini) con gesti e parole sessuali che non sono né richiesti, né apprezzati. Anche la manipolazione rientra in questo discorso.

Siamo stati zitti di fronte a situazioni di possibile abuso?
Lo schema è comune: pur di avere l’altra persona ai propri piedi se ne oggettifica il corpo e la mente, ci si fa quel che si vuole. Ci si dimentica dell’essenza personale dell’altro, ovvero della sua volontà e dei suoi bisogni. E alla fine ottieni quel che vuoi, ma in realtà l’altra (o l’altro) non c’è.
Mi guardo indietro e osservo alcuni momenti della mia comoda vita, io così sicuro nella mia condizione di socialista e quindi necessariamente femminista. E mi chiedo: diamine, ogni tanto non ho esagerato anche io? Ho ritenuto che quel che facevo andava bene senza chiedere sul serio all’altra che fosse quello che voleva? Ero io che con la scusa dell’alcool esageravo, con le parole, con i gesti?
E ancora: ero io che stavo troppo zitto quando una conoscente mi disse che per far esporre i suoi quadri il curatore voleva in cambio un pompino? Ero io che stavo troppo zitto quando una studentessa cercava di raccontare a me e altri studenti che un suo superiore le parlava in modo inadatto? Il #me_too è stato come una bomba nella mia testa: tutti quei momenti rivissuti e una sola domanda: perché ascoltavo e tacevo, perché consideravo semplicemente che, in fondo, era sempre stato così, “signora, è un mondo di merda contro cui c’è poco da fare”?
Con questo movimento #me_too si è focalizzata l’attenzione sull’essere vittima delle donne (o uomini) che hanno subito abusi o comunque espressioni invadenti della sessualità. Improvvisamente dopo il #me_too le orecchie hanno cominciato ad ascoltare. Ho scoperto che tutte (!) le mie amiche sono state vittima di momenti sessisti. Il problema è che dove c’è una vittima c’è un carnefice, e quindi la nostra prima reazione è stata d’osservare i vari Weinstein, Spacey, Arnault, dicendoci: gli orchi sono loro.

Ribaltiamo il #me_too!
A mio vedere il caso degli abusi sessuali condannato in questi giorni entra in quest’ottica qua. Non scrivo per assolvere nessuno, guai a me a farlo. E non scrivo nemmeno perché bisogna fare il pompiere sotto elezioni. Ho la fortuna di scrivere cose scomode da anni, anche su questi temi, e tutti sanno che mi tengo ben lontano dalla campagna elettorale.
Scrivo perché siamo in un momento di svolta culturale. Senza che la società maschile facesse niente di serio per scardinare l’omertà, a partire da Hollywood le donne (e gli uomini!) vittima di comportamenti abusanti hanno trovato la forza di denunciare. Di parlare. Hanno dovuto farlo da sole, prendendosi gli insulti di mezzo mondo, vivendo la loro condizione di vittime con una società che le discredita. Ci sarà sempre quella mezza, orribile, domanda sospesa nell’aria e posta alla donna abusata: “come mai non hai detto di no? Sei colpevole anche tu. Se ci sei stata è perché volevi qualcosa in cambio”.
Dobbiamo guardarci dentro, indipendentemente dal colore politico, e chiederci come mai l’omertà ha avuto questo ruolo devastante. Dobbiamo fare un discorso sociale serio che vada ben al di là dell’inasprimento del diritto penale.
Secondo me se non vogliamo che le strutture sociali tornino a far vivere l’omertà, è ora di ribaltare lo slogan del movimento #me_too. La struttura per cambiare non può continuare a operare secondo il codice vittima-carnefice, che continuerà a isolare il problema come questione individuale. Per cambiare ci vuole riflessione sulle strutture e soprattutto auto-critica sulle proprie abitudini.
A fronte delle statistiche, secondo me vanno messe ad esempio in questione la socializzazione maschile e la tabuizzazione della sessualità. Tutti noi dobbiamo quindi prendere lo slogan e girarlo, chiedendoci con sincerità: “#me_too, sono (stato) sessista anche io?”.
 

Filippo Contarini, teorico del diritto