Morte di un matematico-filosofo "libertario"

Morte di un matematico-filosofo "libertario"

Giugno 17, 2020 - 13:08

Si è spento a Milano Giulio Giorello. Matematico, filosofo, accademico. Era stato ricoverato per il coronavirus, ma poi era stato dimesso. Sul Corriere della Sera aveva raccontato la sua esperienza con il virus. 

Si è spento a Milano lunedì il filosofo, matematico, accademico ed epistemologo italiano Giulio Giorello. Il 27 marzo era stato ricoverato per una polmonite ed era risultato positivo al coronavirus, ma due mesi dopo era potuto ritornare a casa, dato che le sue condizioni erano migliorate. Ad inizio giugno aveva potuto pure pubblicare dei suoi contributi sul Corriere delle Sera, giornale con cui collaborava. Lunedì è giunta invece la tragica notizia della sua morte. Il 12 giugno Giorello aveva sposato al sua compagna Roberta Pelachin.

“Potete pure venirmi a dire che il Sole gira intorno alla Terra, però me lo dovete argomentare bene”. Con questa frase sul Corriere della Sera in un articolo di Gian Guido Vecchi viene ricordato Giorello, che come lezione numero uno per i suoi allievi vedeva “la libertà mentale e il valore del confronto di idee”. Giorello era stato allievo di Ludovico Geymonat, titolare a Milano della prima Cattedra di Filosofia della scienza in Italia, poi ereditata dall’allievo. “Le sue lezioni svariavano tra Galileo e Newton, Lakatos e Kuhn, Paperino e Dylan Dog. Tutto quello che avreste potuto desiderare da un professore: coltissimo, disponibile con gli allievi, divertente e ironico”, scrive Vecchi.

Proprio l’ultimo contributo di Giorello sul Corriere della Sera è dedicato alla sua esperienza con il coronavirus, in cui non aveva mancato di fornire le sue riflessioni sull’attuale situazione. “La lontananza dai propri cari, l’isolamento, l’impossibilità di parlare «con chi è fuori» hanno finito per costituire una sorta di alienazione, certo temperata dalla attenzione del personale infermieristico e medico; ma sempre più di difficile sopportazione”, scriveva Giorello. “Quello che io temo maggiormente oggi è una sorta di «stato medico» che vada, in nome della necessità, ben oltre il rispetto del paziente. Per carità, non come se questo fosse un disegno prestabilito ma una conseguenza magari perversa e non voluta di uno stato di necessità. Ed è questo il banco di prova non solo delle autorità mediche, ma anche dei nostri politici”.