Negli Usa c’è un’altra epidemia: si muore per disperazione

Negli Usa c’è un’altra epidemia: si muore per disperazione

Agosto 17, 2020 - 10:55

"Morti per disperazione": una tendenza che negli Usa è diventata preoccupante. Un Premio Nobel vi ha dedicato uno studio. 

Non solo di covid si muore. Da ben prima che il Sars-Cov-2 diventasse il nemico pubblico numero uno della salute mondiale, negli Stati Uniti si registrava una preoccupante tendenza, anch’essa con gravi conseguenze, anche mortali.

Si tratta delle cosiddette “morti per disperazione” (deaths of despair). “Una vera e propria epidemia che ha visto, solo negli Stati Uniti, nel 2017, morire 158’000 persone di suicidio, overdose o malattie correlate all'abuso di alcool. È come se ogni giorno di quell'anno tre Boeing 737 MAX si fossero schiantati, causando la morte di tutti i passeggeri”, come spiega un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore. Alla radice di questa epidemia vi è “una società che non riesce più a offrire ai suoi membri un ambiente nel quale essi possano vivere una vita dotata di senso”, secondo le parole del premio Nobel per l'economia Angus Deaton che assieme ad Anne Case ha recentemente pubblicato studio sul tema: “Deaths of Despair and the Future of Capitalism” (Princeton University Press, 2020).

Un’”epidemia” che ha anch’essa una “categoria a rischio”.  Infatti sono colpiti in maniera prevalente americani bianchi, della classe media o operaia, con un livello basso di istruzione. Persone che trovano sempre meno senso nella propria vita. Il fattore economico infatti non sarebbe preponderante nello sviluppo di questo malessere. Secondo Deaton e Case “la sofferenza non deriva solo da ciò che capita al lavoro, ma dalla perdita di status e di senso associati a certi lavori, e dalla perdita della struttura sociale che era connessa ad un lavoro ben pagato in una città sindacalizzata”. Un dolore sociale, derivato da senso di esclusione ed inutilità. Abuso di alcol, di droghe, antidolorifici, e nei casi più estremi il suicidio, sono i sintomi di questa “epidemia”. “Ci sono fattori protettivi contro questo dolore sociale, come, per esempio, l'avere un lavoro cui attribuiamo un significato e un'utilità sociale, buone relazioni familiari con il partner e i figli, l'appartenenza a una comunità che possa aiutare e rispondere anche a bisogni di natura spirituale”, si legge nell’articolo de Il Sole 24 Ore. “Tutti elementi che sono, in questi ultimi anni, diventati relativamente scarsi per i più colpiti dalle “morti per disperazione”. E allora la prospettiva del gesto estremo si fa più concreta o altrimenti ci si getta nell'abuso di alcool o di droghe, soprattutto quando queste diventano legali, sono fortemente pubblicizzate e, inoltre, capaci di originare enormi profitti per chi le produce e le vende”.