Nel "tempio del giornalismo" comandano i "bulli" di Twitter?

Nel "tempio del giornalismo" comandano i "bulli" di Twitter?

Luglio 15, 2020 - 19:21

La giornalista del New York Times Bari Weiss si è dimessa lamentando un clima di bullismo per chi ha idee diverse dal "mainstream" e una linea dettata dai social media. 

Una delle più prestigiose testate al mondo è in preda alla “dittatura” dei social media e al “tribalismo” dell’opinione pubblica, a scapito del dibattito?

Recentemente la giornalista e opinionista del New York Times Bari Weiss si è dimessa, sostenendo che il clima per lei nella testata newyorkese era diventato insostenibile. Weiss, che si definisce “di sinistra che guarda al centro”, era stata assunta al New York Times, come spiega lei stessa nella sua lettera di dimissioni, pubblicata sul suo sito, "con l’obiettivo di portare all’interno della testata quelle voci che altrimenti non ci sarebbero state: scrittori esordienti, anime di centro, conservatori e in generale quelli che normalmente non avrebbero considerato il Times come loro casa. La ragione della mia assunzione è piuttosto chiara: il fatto che il giornale non fosse stato capace di prevedere il risultato delle elezioni del 2016 era la dimostrazione che non aveva il polso del Paese che intendeva raccontare”. Ciò si è risolto con la stessa giornalista che è finita vittima dei accuse di conservatorismo, anche piuttosto feroci, perlomeno stando a quanto ha scritto. “Sono stata oggetto di costante bullismo”, dice, “da parte dei colleghi che non la pensano come me. Mi hanno chiamata nazista e razzista; ho imparato a ignorare i commenti sul fatto che “scrivo sempre di ebrei”. Diversi colleghi che sono stati amichevoli con me sono stati presi di mira da altri colleghi. Sui canali Slack dell’azienda sono costantemente sminuita, così come quel che faccio. Alcuni colleghi insistono sul fatto che devo essere allontanata se questo giornale vuole essere veramente inclusivo, mentre altri postano l’emoji dell’ascia accanto al mio nome. E altri che lavorano al New York Times mi apostrofano pubblicamente come bugiarda e bigotta su Twitter, senza il timore che quel che dicono venga punito. Perché non viene mai punito”.

Secondo la giornalista “la lezione che avremmo dovuto imparare dalle elezioni, le lezioni sull’importanza di comprendere gli altri americani, la necessità di resistere al tribalismo e la centralità del libero scambio di idee verso una società democratica, non sono state apprese”.

Un ruolo importante nel definire la “linea” del giornale lo avrebbero i social media. “Twitter non è sulla testata del New York Times. Ma è diventato il suo vero direttore”, dice. “Le storie sono scelte e raccontate per compiacere lo zoccolo duro del pubblico anziché attrarre i lettori più curiosi a leggere notizie di tutto il mondo e poi trarre le proprie conclusioni”, è l’accusa della giornalista. “Op-eds (articoli di persone esterne alla redazione, ndr) che sarebbero stati facilmente pubblicati solo due anni fa metterebbero ora un caporedattore o un giornalista in guai seri, se non licenziati. Se un pezzo viene percepito come suscettibile di suscitare reazioni interne o sui social media, l'editore o il giornalista evita di pubblicarlo”, dice. Il riferimento riguarda probabilmente James Bennet, responsabile delle pagine op-ed del Times, dimessosi in seguito alle critiche per aver pubblicato un articolo del senatore repubblicano Tom Cotton, che chiedeva l’intervento dell’esercito contro i manifestanti di “black lives matter” nelle strade.