Obbligo? Salviamo il clima, ma anche il Congo

Obbligo? Salviamo il clima, ma anche il Congo

Gennaio 05, 2021 - 16:36
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La crisi climatica e la crisi sanitaria, auto elettriche e vaccini. Obblighi settoriali?

Ogni tanto a “volare basso” ci si vede meglio che in alta quota e una domanda apparentemente scema può aprire mondi. Da una delle ultime prese di posizione pubbliche dell’attivista ambientale svedese Greta Thunberg (che due giorni fa ha compiuto 18 anni) si erge prepotente una domanda: com’è che da decenni gli scienziati che si occupano di clima ci dicono che andiamo verso la catastrofe e nessuno li ha (ci scuseranno i lettori il francesismo) “cagati”, mentre da un anno quello che dicono gli scienziati della medicina è oro colato? Se è scienza è scienza. O no?

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La discussione sembrava chiusa. L’obbligo di vaccinazione in Svizzera non è previsto, come ha affermato fra gli altri il ministro della salute Alain Berset. 
A traatti l'obbligo sembra “rientrare dalla finestra”. E con la “tattica del salame”. A dare il via alle discussioni è stata la proposta fatta dagli organizzatori di grandi eventi, ovvero quella di rendere obbligatoria la vaccinazione per accedere a tali eventi, che potrebbero così riprendere. Giustamente, si è aperta la discussione sulle implicazioni etiche e giuridiche (ne abbiamo parlato qui) di tale misura. Poi se anche per altri servizi, come ristoranti, cinema, teatri, negozi, ecc., salteranno fuori proposte simili, ci chiediamo cosa cambia nella sostanza da un obbligo generalizzato del vaccino, perlomeno per tutti coloro che non si sono dati a una vita da eremita.
Ma in realtà il fatto che potrebbero riprendere i grandi eventi ci pare ancora tutto da dimostrare, nei fatti. Chi l’ha detto? I promotori di questa idea hanno qualche informazione che manca al pubblico? Dubitiamo che dopo la “fregatura” della riapertura in autunno per gli eventi fino a 1’000 persone, annunciata in estate, e poi (in realtà non ci voleva un veggente per prevederlo) ritirata in autunno, qualcuno sia così ottimista di “andare sulla fiducia”. Ora sono più i gruppi mediatici che “puntano” su queste soluzioni, come su altre misure (Tamedia nelle ultime settimane sembra aver sviluppato un vero e proprio “feticismo” per nuove possibili misure contro il covid, ma non che l’emittente pubblica scherzi. E con questi due abbiamo già fatto il 90% della “pluralità” mediatica svizzera), mentre dalle autorità federali sulla proposta di obblighi “settoriali” (addirittura dal task force!) giungono inviti alla prudenza. Staremo a vedere. 

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Salviamo il clima, ci mancherebbe. Ovviamente bisogna dire come, se no ci stiamo parlando addosso. 
In Svizzera si discute della nuova legge sul C02. Le motivazioni dei favorevoli sono abbastanza chiare. Disincentivare il consumo di carburanti fossili con una tassa (e con qui soldi farci un fondo per il clima). La tassa vede però opposizioni sia da sinistra che da destra, con pressapoco le stesse argomentazioni, la destra è contro a nuove tasse tout court, la sinistra (una parte di essa) dice che una simile tassa è anti-sociale (perché il poveraccio la paga uguale al miliardario). Bene. 
Intanto altro pilastro degli obiettivi climatici è la progressiva conversione del parco automobili da motore a combustione a motore elettrico. Ma siamo sicuri che sia una grande trovata climatica?
L’auto elettrica è stata recentemente affossata dal presidente di Toyota, il signor Toyoda. Potrebbe essere anche un parere da relativizzare (francamente non pensiamo che la principale preoccupazione di Toyoda sia la salvaguardia del pianeta Terra), se non fosse che dopo Tesla (che però, al di la della stratosferica capitalizzazione in borsa, di automobili ne vende ben poche in confronto ai grandi colossi mondiali), Toyota è la casa automobilistica che più ha puntato sulle automobili elettriche e ibride. Logica vorrebbe che il signor Toyoda faccia valere il suo “vantaggio competitivo” sugli altri produttori di macchine. E invece no. In Giappone non si produce abbastanza energia elettrica per convertire totalmente all’elettrico la mobilità privata e, udite udite, le materie prime per fabbricare le batterie sono al 90% in mano alla Cina, dice il signor Toyoda, attaccando la classe politica per quello che lui giudica un piano irrealizzabile. 
Certo, va detto che basandosi sul Giappone, dove ancora buona parte dell’energia elettrica viene prodotta “bruciando cose”, e ovvio che se si aumenta la produzione di elettricità si aumentano le emissioni. Non è detto però che debba essere così (c’è il solare ed ad esempio la Gran Bretagna ha raggiunto quest’anno produzioni stratosferiche con l’eolico). D’altro canto è pure un dato che l’auto elettrica ha sì poche emissioni nell’utilizzo, ma le ha più alte nella produzione. 
La questione centrale sono però le batterie. Da un lato per il loro smaltimento, ma dall’altro appunto per le materie prime necessarie alla produzione, che sono limitate. Ora tutto il mondo (o quasi) vuole fare la sua parte per salvare il clima (anche) con l’auto elettrica. 

Salviamo il clima, ci mancherebbe. Ma anche se riuscissimo a evitare nei prossimi anni un decina di colpi di Stato e guerre civili in Congo (metà delle riserve di cobalto mondiali) o altri Paesi ricchi di materie prime per fabbricare le batterie che tutto il mondo vuole, sarebbe cosa buona.