Paolo Pamini: Bertoli, Morisoli e la chiesa al centro del villaggio

Paolo Pamini: Bertoli, Morisoli e la chiesa al centro del villaggio

Marzo 07, 2019 - 17:28
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Il granconsigliere Udc (prima di Area Liberale, oggi confluita nei democentristi) Paolo Pamini, ospite ieri di un dibattito sul tema delle pari opportunità, ci commenta “l’uscita” di ieri del collega Sergio Morisoli, ma anche la decisione del Consiglio degli Stati sul “turismo degli acquisti” e ci anticipa una mostra fotografica che sta organizzando...

Paolo Pamini, ieri sera ha partecipato a un dibattito promosso dalle Donne liberali radicali sul tema delle pari opportunità fra uomo e donna nel mondo del lavoro (vedi qui). Fra i relatori lei è sicuramente quello che ha portato la posizione più scettica sul tema delle pari opportunità. Come mai?
Io dico addirittura che le pari opportunità di partenza sono una finzione ideologica. Ho portato l'esempio delle Olimpiadi, che se fossero organizzate secondo tutti i crismi delle pari opportunità diventerebbero una noia mortale. Secondo l'argomentario delle pari opportunità le differenze di arrivo dovrebbero avere a che fare con l'impegno personale, ma non con le condizioni di partenza. Nelle Olimpiadi sappiamo però che tutti si impegnano al massimo, eppure vediamo delle differenze sistematiche: gli etiopi vincono sempre nelle gare di fondo, mentre le persone di colore non vincono quasi mai nelle gare di nuoto, ecc. Se rendessimo uguali a tutti le possibilità di vittoria, visto che tutti si impegnano, le vincite sarebbero determinate unicamente dal caso.

Alle Olimpiadi si sceglie se partecipare o meno. Nel mercato del lavoro è un po' diverso...
Anche nel mercato del lavoro si può scegliere che professione intraprendere. Le donne sono estremamente migliori degli uomini in molti ambiti. Hanno un'intelligenza emotiva più spiccata. Non a caso nelle professioni sociali vediamo emergere sempre maggiormente il ruolo delle donne. Anche qui potremmo dire che gli uomini sono discriminati, ma è un fatto naturale. Gli uomini presentano invece, ad esempio, un maggior orientamento spaziale. Un altro fattore (un tema sicuramente "politically incorrect", ma che affronto comunque volentieri) è la distribuzione dell’intelligenza, che varia fra sessi: le donne hanno una distribuzione molto più concentrata, gli uomini hanno una distribuzione dell'intelligenza più ampia. Fra gli uomini ci sono molti "emeriti cretini", come ci sono molti geni. Fra le donne ve ne sono meno estremamente stupide o estremamente intelligenti. Su questo vi è della letteratura accademica a supporto. Vi è anche un attitudine al rischio differente. Le donne sono molto più avverse al rischio, mentre gli uomini sono molto più propensi a scommettere e mettersi in gioco. Ovviamente ciò può avere delle conseguenze sulla carriera lavorativa.

Spostiamoci per un attimo a Berna. Ieri il Consiglio degli Stati ha respinto un'iniziativa che chiedeva l'abolizione del limite di 300 franchi per l'importazione in esenzione dall'Iva di merci acquistate all'estero per uso privato (iniziativa proposta dal Canton San Gallo per contrastare il “turismo degli acquisti”, vedi qui). La tendenza che sembra emergere è però che in futuro si adotteranno misure per contrastare la pratica della spesa all'estero. Lei, che in passato ha preso posizione in difesa della possibilità di fare la spesa oltreconfine, cosa ne pensa?
Che la tendenza sia questa non è una sorpresa. Dal punto di vista politico ed economico nel Parlamento sono molto più rappresentate le lobby dei venditori che non i consumatori. Ovviamente se la franchigia doganale per l'importazione dei beni dall'estero per uso privato fosse abolita a farne la spesa sarebbero i consumatori svizzeri, soprattutto quelli delle fasce di confine, che si troverebbero a pagare di più, mentre a guadagnarci sarebbero i venditori. Chi ne trae beneficio e chi no è dunque molto chiaro, come è pure chiaro quale delle due categorie, fra venditori e consumatori, è più rappresentata politicamente. Non è né più né meno che un normale gioco politico-economico di lobbismo.

Quello del turismo degli acquisti è un tema molto sentito anche in Ticino. Come concilia questa sua posizione sul turismo degli acquisti con "Prima i nostri"?
Io sostengo "Prima i nostri", ma sono anche un economista e so che una delle misure più semplici e a portata di mano per aumentare il potere d'acquisto dei ticinesi è fare la spesa in Italia. "Prima i nostri" non significa che tutto deve avvenire in Ticino. I ticinesi si possono progressivamente specializzare in quei settori dove sono migliori rispetto agli italiani. Fare la spesa in Italia vuol dire risparmiare. Io personalmente non la faccio perché per me è troppo "cara" in termini di tempo necessario per recarsi in Italia. Ho però amici che la fanno e raccogliendo sistematicamente i dati si può constatare un risparmio del 10-15%. Su un budget familiare non è di certo poco. È come se il proprio stipendio fosse aumentato del 10-15%. Chi direbbe di no?

Ieri ha fatto molto discutere un'opinione del suo collega di partito (prima di Area Liberale e poi nell'Udc) Sergio Morisoli apparsa sul Corriere del Ticino inerente "La Scuola che verrà", la riforma della scuola media bocciata in votazione popolare lo scorso settembre. In un passaggio dello scritto, critico nei confronti del capo del Decs (Dipartimento educazione cultura e sport) Manuele Bertoli, Morisoli affermava rivolto al ministro che "il suo handicap non gli ha permesso di dubitare e bloccare i suoi tecnocrati". Questa affermazione ha fatto parecchio discutere. Lei la condivide?
Direi che è una constatazione oggettiva che, purtroppo, un ipovedente non riesce a percepire determinate cose, pur percependone altre molto meglio di noi vedenti. Ciò che scrive Morisoli da un punto di vista di contenuto è corretto. Se sia opportuno o meno è un altro discorso. Non mi stupisce però la tempesta che ne è partita. In Ticino, l'ho vissuto anch'io, è più semplice "buttarsi nella mischia" su questi temi che non andare a discutere il contenuto. Morisoli nell'articolo ha detto che la scuola, più che del ministro Bertoli, è nelle mani dei suoi "tecnocrati", come il capo divisione Scuola. Questo lo sa chiunque si occupi del tema, docenti compresi. È questo il grande problema: il prossimo 8 aprile questi tecnocrati non cambieranno posto di lavoro. Andrebbero a mio avviso introdotti in Ticino, esattamente come negli Stati Uniti, dei contratti a termine per gli alti dirigenti cantonali, sincronizzati con la durata della legislatura. Così, se ad esempio Alex Farinelli, o Amalia Mirante, venissero eletti al posto di Bertoli, potrebbero sostituire i suoi funzionari.

Al di là dei contenuti però l'effetto che ha provocato la presa di posizione di Morisoli è stata la solidarietà intorno al ministro Bertoli. Non è che con questa mossa comunicativamente l'effetto indiretto che si è generato è quello di salvare il seggio di Bertoli?
Per come conosco Sergio non credo che questo fosse il secondo fine. Quello che a noi interessa è che gli elettori, che fra cinque settimane voteranno, sappiano che se non fosse stato per l'Udc, poi con la collaborazione della Lega, oggi avremmo in vigore "La scuola che verrà". Grazie al referendum che abbiamo lanciato (ed è questo il nostro merito, non l'abbiamo vinto da soli) abbiamo creato una discussione nella popolazione che ha portato alla bocciatura del progetto. Le anticipo che abbiamo organizzato una mostra fotografica, che dovrebbe essere presentata il 21 marzo, con dei pannelli in cui mostreremo come hanno votato i deputati in Gran Consiglio in alcune delle votazioni chiave della legislatura. Uno di questi temi è "La scuola che verrà" e il voto in aula parla chiarissimo: soltanto Udc e Lega l'hanno bocciato. Invece il Plr l'ha sostenuto e ora parla di una scuola differente e della necessità di cambiare. Credo che l'intenzione di Morisoli dunque sia stata quella di rimettere il campanile al centro del villaggio e non continuare ad illudere gli elettori ogni quattro anni.

Veniamo alle elezioni cantonali del 7 aprile. Lei da granconsigliere uscente ha parecchia concorrenza. Con l'introduzione dei circondari nelle liste dell'Udc dovrà confrontarsi per un posto in Gran Consiglio, oltre che con gli altri uscenti del circondario del Luganese dell'Udc (Lara Filippini e Tiziano Galeazzi), anche con il presidente dell'Ordine dei medici Franco Denti, approdato all'Udc, e con il presidente cantonale Piero Marchesi (in lista anche per il Consiglio di Stato). È preoccupato?
Sono preoccupato, come è giusto che sia preoccupato qualsiasi candidato. Nulla va dato per scontato in democrazia. In realtà però non siamo cinque "grandi candidati", siamo in 56 candidati nel Luganese, tutti degni di elezione e che portano il proprio supporto. La gara è sicuramente serrata, ma come partito abbiamo anche l'ambizione di crescere. Ricordo che l'Udc ticinese nelle votazioni federali raggiunge il 12%: questo è il potenziale realistico che possiamo raggiungere, se non il prossimo 7 aprile, nel corso dei prossimi 4-8 anni. Il problema si affievolirà se dalla deputazione di cinque granconsiglieri come oggi, salissimo a 6, 7 o 8 deputati. Con il 12% avremmo una decina di deputati.
Ogni sostegno è più che benvenuto, ma anche se non dovessi venire eletto continuerò ad occuparmi di un progetto che mira a formare la futura classe politica dell'Udc. Vogliamo formare dei politici liberal-conservatori che sappiano congiungere questi due valori.