Pardo 2019. AAA cercasi casa

Pardo 2019. AAA cercasi casa

Agosto 17, 2019 - 13:00

Locarno Film Festival. Concorso internazionale 2019. Un’umanità sradicata e all’affannosa ricerca di una casa. Potrebbe essere questo il fil rouge che collega la maggior parte dei film visti al concorso internazionale di questa 72ª edizione del Locarno Film Festival. 

La casa come riappropriazione della memoria della propria famiglia è la ragione di vita di Jimmie Fails, protagonista del bellissimo film americano The last black man in San Francisco. La comunità della Reboleira di Lisbona in O fim do Mundo vive con rassegnazione la demolizione del proprio quartiere, mentre la gentrificazione è uno dei temi affrontati anche nel film bulgaro Cat in The Wall
 

Il marito della formidabile Vitalina Varela non troverà mai un vero tetto a Lisbona, mentre Justino in A Febre si ammalerà proprio a causa dello sradicamento dalla propria comunità e dalle proprie tradizioni. 
 

Ichiko in Yokogao perderà casa e famiglia e vagherà come il fantasma di sé stessa per le strade della città, mentre Jette in Das Freiwillige Jahr, nonostante le aspirazioni del padre, sembra non voler abbandonare la propria casa perché sa già che significherà abbandonare gli affetti; così come Lu in Maternal torna nella casa famiglia poiché ha bisogno di ricongiungersi con la figlia per ritrovare sé stessa.
 

Il mondo ci appare conformato a un cartello pubblicitario, la terra dei ghiacci e del fuoco, di Bergmàl, non costituisce più un luogo mitico, distante dalle nostre abitudini, semmai diventa osservatorio di un microcosmo in cui tutti noi ci riconosciamo.
Pertanto in quanto cittadini del mondo possiamo davvero mettere radici ovunque? Come navigatori approdiamo su coste sconosciute, rimanendo impigliati nella rete delle mille peripezie, e come un novello Ulisse, riesce a tornare solo chi ha una Penelope dall’altra parte del mondo che inganna il tempo tessendo e disfacendo la trama della vita. Così vincono i protagonisti di Douze Mille, mentre in Fi al-thawra i piedi di esuli siriani si incamminano verso un destino sconosciuto.
 
In un mondo mangiato dal conflitto, giochiamo a guardie e ladri senza sapere più chi siano gli uni e chi gli altri. Si resiste, ci si batte ma poi come il medico di Terminal Sud, si abbandona quel porto che ai nostri occhi appare ormai sconosciuto perché violentato dalla furia del potere. Ma per andare dove? 
Svelato l’inganno dell’allunaggio nemmeno la Luna costituisce più un’opzione. E così non ci resta che costringerci nella parodia del nostro destino, saltimbanco nostro malgrado, come il protagonista di Hiruk-pikuk si al-kisah o danziamo, danziamo altrimenti siamo perduti, come recita il motto di una delle più grandi coreografe del Novecento che con religioso rispetto camminò sulle orme di Isadora Duncan, di cui a Locarno abbiamo visto Les Enfants d’Isadora.

Forse tra mille e mille anni ancora torneremo su quelle tracce, in una Longa noite, ripercorreremo a ritroso il tragitto della memoria per riappropriarci del nostro destino.
E allora come Luís Rovisco in Technoboss canteremo in auto, nelle hall degli alberghi anche se il mondo avrà fondali di cartapesta, ma non importa perché con noi ci sarà una Lucinda.

Abbiamo visto storie, tante, in questo concorso. Storie di un’umanità varia ma forte, come solida è stata la sceneggiatura di ogni film.
La fotografia in chiaroscuro ha predominato, facendo emergere volti possenti (Terminal Sud), fieri (Vitalina Varela), paesaggi di container in attesa di prendere il largo (A Febre, Douze Mille).
Prove di recitazione attoriale granitiche che nulla lasciano all’improvvisazione del momento e che scolpiscono le parole di ogni pellicola (Longa Noite). 
il cinema esiste e resiste, le storie sono ancora tante: in bianco e nero, a colori, macchina fissa o carellate, primi piani in cui ci possiamo riconoscere o piani lunghi, lunghissime in cui il nostro sguardo si può addentrare alla ricerca di un altro sguardo che lo sorprenda.