Pierre Zanchi. "Abbiamo sempre combattuto la Natura, ma collaborando, mangiano tutti"

Pierre Zanchi. "Abbiamo sempre combattuto la Natura, ma collaborando, mangiano tutti"

Dicembre 07, 2019 - 17:36
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Coltivare senza pesticidi, concimi, irrigazione, a “impatto zero” è possibile? Ma soprattutto, può essere un’alternativa valida anche in termini di “resa” dell’agricoltura?
Venerdì 29 novembre alla SPAI di Locarno sono stati presentati gli esiti di una sperimentazione di agricoltura urbana: un orto in Via Morettina, in cui negli ultimi due anni sono stati coltivati mais, fagioli, patate, zucche, zucchine e altri ortaggi, seguendo i criteri di un agricoltura sostenibile e a chilometro zero (vedi qui). 
A coordinare il progetto, a cui hanno partecipato studenti della SPAI e di Scuola Speciale, è Pierluigi Zanchi, Tecnico in nutrizione umana, titolare della Tigusto SA,  nonché consigliere comunale dei Verdi a Locarno. 
Oggi, che il mondo è impegnato nella sfida su come affrontare il cambiamento climatico, il settore dell’agricoltura quale contributo può dare? Lo abbiamo chiesto allo stesso Zanchi, al termine della presentazione dell’orto urbano. 

Pier Luigi Zanchi, oggi il tema dell'ecologia è diventato un tema di primo piano, con un forte seguito presso la popolazione. Innanzitutto, chi come lei è da un trentennio che si occupa di ecologia, come vive questo momento storico?
Da un lato mi fa piacere. Vi è sempre una maggiore sensibilità verso la questione ambientale e climatica. È un problema reale che molti iniziano a sentire sulla propria pelle.
Mi piacerebbe però che si passasse ora dalle parole ai fatti. È importante andare a manifestare e ci vado anch'io, ma è altresì importante impegnarsi durante il resto dell’anno. 
È quello che abbiamo fatto con il nostro orto. Questo pezzo di terreno, che era lasciato a se stesso, può procurarci cibo, ma anche relazioni, senso di appartenenza a un territorio e in definitiva alla vita. È importante la modalità di relazione con cui ci approcciamo ai cambiamenti climatici. Non dobbiamo correre il rischio di diventare sempre più egoisti, di ‘arraffare’ dove c'è da mangiare, senza porsi la domanda: e gli altri cosa faranno?
 
Secondo lei le persone oggi sono pronte a fare delle rinunce, in favore del clima?
Se si deve rinunciare al cancro, all'infarto, al diabete prematuro o a malattie coronariche dovute all'eccesso di abbondanza, è una buona rinuncia. In definitiva è un miglioramento della qualità di vita, ma anche dal punto di vista economico, visto che queste malattie, che fanno perdere giornate di lavoro, hanno un costo. 
In realtà si tratta di una rinuncia a certi automatismi, che comporta l'inizio di un percorso di consapevolezza. È affascinante. Non bisogna viverlo come una rinuncia, ma come un’acquisizione di altro: ad esempio molta più autonomia e meno imposizioni dittatoriali da parte del sistema in cui viviamo. 
 
 
Lei come si spiega che proprio nell’ultimo anno il tema ambientale abbia conosciuto una così forte “esplosione”?
Credo che ora ci si sia resi conto, grazie anche agli scienziati, che ci sono delle emergenze che non si possono più negare. Io ho vissuto una parte delle mia esperienza professionale in Africa, a livello di formazione professionale, ma anche di aiuto allo sviluppo. Nell'Africa subsahariana 9 persone su 10 che partivano dalla regione dove lavoravamo lo facevano perché non c’era la possibilità di produrre alimenti. Il cambiamento climatico lo viviamo anche sotto forma di immigrazione. Non vogliamo gli immigrati, ma non siamo nemmeno disposti a riflettere sul perché queste persone emigrano. 
Se pagassimo il cotone, il mango o l’ananas, ad un prezzo equo forse queste persone potrebbero loro stesse coltivare ciò di cui hanno bisogno e dunque non emigrerebbero.
Credo che ora le persone inizino a riflettere e capire, e ora puntano i piedi, dicendo ai politici di ‘darsi una mossa’. Il 2050 è dietro l'angolo e non so se ci arriveremo.
 
Veniamo al progetto di orto urbano a Locarno. Il progetto ha iniziato il suo terzo anno di vita ed è giunto al suo secondo anno di raccolto. Qual è il bilancio?
Nel secondo anno abbiamo visto un aumento del 60% del raccolto rispetto al primo anno. Quest'anno faremo un orto un più razionale, per capire se c'è la possibilità di aumentare ancora le rese, con le stesse tecniche.
Già ora i primi dati ci confortano, perché rispetto alla superficie media utilizzata a livello mondiale per per soddisfare il fabbisogno alimentare la nostra è ben nove volte inferiore.
 
Il vostro orto è stato gestito senza pesticidi, senza concimi e pure senza irrigazione, ha spiegato. Ma allora perché la maggior parte dell'agricoltura fa un uso così ampio di questi prodotti e tecniche?
Gian Carlo Cappello (autore del libro "La civiltà dell’orto”, presente alla presentazione alla SPAI, ndr), durante la presentazione, ha parlato di relazione con la terra. Credo sia questo il punto centrale. La relazione con la terra che abbiamo è una relazione conflittuale, derivata dalla cultura con la quale siamo cresciuti. Questo viene trasposto anche nel modo in cui viene gestito il territorio. Fare agricoltura oggi si traduce in combattere contro le malerbe, contro gli insetti, contro gli animali, contro la siccità e così via.
Nella sperimentazione di agricoltura che abbiamo fatto a Locarno abbiamo dimostrato che è possibile relazionarsi in modo meno "guerrafondaio" nei confronti della natura.  Questo ci permette innanzitutto di osservare: prima di intervenire su un terreno osservo cosa sta accadendo, si inizia ad entrare in relazione con esso. Si osserva che ci sono anche altri esseri che devono mangiare: animali, piante, altre entità viventi. Grazie alla collaborazione con questi si può basare la propria sopravvivenza. Capito questo si capisce che non c'è più bisogno di pesticidi, concimi chimici e così via. La relazione con la terra crea abbondanza, se c'è un rapporto condiviso, e invece carestia, quando il rapporto non è condiviso e viene fatto a scapito di qualcun altro. Questo è il motivo per cui l’agricoltura di oggi è fallimentare.
 
Quello sperimentato da lei potrebbe essere un modello valido anche per l’agricoltura ‘classica’, professionale?
Nel contesto dell'agricoltura bio svizzera si stanno già facendo da diversi anni degli studi, ad esempio su come coltivare senza arare il terreno, che è quello che stiamo facendo a Locarno. Ad esempio passando il trattore tre volte, invece che sei, si nota che, lasciando il terreno inerbito, si ha una produzione vegetale con un impatto ambientale completamente diverso: non c'è più l'erosione del terreno, le colture resistono meglio alla pioggia. L’energia che si mette per combattere e ‘litigare’ con la natura, può essere direzionata da un’altra parte. Con molto meno sforzo si può produrre di più, accontentando anche chi da mangiare non ce l'ha. 
 
Con il vostro orto avete raggiunto, con una superficie di 110 metri quadri di terreno, un grado di autosufficienza alimentare per una persona di una cinquantina di giorni all’anno. Il prossimo obiettivo potrebbe essere raggiungere un’autosufficienza totale con il vostro orto?
Quanto abbiamo fatto è già un gran risultato. Partiamo dall'esempio planetario, dove in media servono 7'000 metri quadrati a testa per sfamare una persona, all'incirca un campo di calcio. Con l'esperienza che abbiamo fatto lo scorso anno siamo arrivati a circa 1'400 metri quadrati, quest'anno a meno di 800 metri quadri. Secondo Gian Carlo Cappello potremmo addirittura arrivare a 300 metri quadri per soddisfare il fabbisogno alimentare di una persona. 
Sarà la sfida dell'anno prossimo.