Pietro Celo. Ecco perché con la lingua dei segni si può fare anche arte. E non solo...

Pietro Celo. Ecco perché con la lingua dei segni si può fare anche arte. E non solo...

Agosto 13, 2021 - 20:08
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Dopo una fotogallery dedicata all’evento “Mani che parlano” (vedi qui), incentrato sulla serata svoltasi a Lugano venerdì 30 luglio, che aveva come protagonista la poesia in lingua dei segni, pubblichiamo questa intervista. Con Pietro Celo, esperto di linguaggio dei segni, attivo presso l’Università di Bologna, uno degli "animatori" della serata, parliamo delle caratteristiche e le peculiarità della lingua segnata...

Pietro Celo, lei ha parlato a Lugano in occasione di un evento dedicato alla poesia per le persone sorde. Recitare una poesia per chi non può sentire sembra un paradosso, ma non è così…

Assolutamente. La lingua dei segni, che è la lingua della comunità delle persone sorde, permette, con una musicalità differente, fatta di forme, movimenti e ritmi, di creare filastrocche e poesie e di tradurle dalle lingue vocali alle lingue segnate. Abbiamo voluto spiegare ai partecipanti a questa serata cos’è la lingua dei segni e che con essa si può costruire anche arte, poetica in questo caso. 

 

Lei ha spiegato che la lingua dei segni si trasmette su piano completamente diverso dalla voce, non con le onde sonore, ma con la luce e il movimento delle mani. Si potrebbe pensare che la lingua dei segni sia un “ripiego” per chi non può ascoltare, ma nella capacità di comunicazione sembra essere altrettanto efficace, per chi la conosce…

La lingua dei segni non è un ripiego. È una lingua storico-naturale della comunità delle persone sorde. Con la lingua dei segni si può comunicare qualsiasi tipo di contenuto: si può parlare di filosofia, di teologia, perché no, di meccanica. 

Certo, è la lingua di una minoranza e, come tutte le lingue appartenenti a minoranze, non sempre è sufficientemente attrezzata per poter affrontare qualunque ambiente e qualunque argomento. Ad esempio capita anche in alcune lingue vocali minoritarie come il dialetto. È una lingua che ha assolutamente una sua dignità, ma non si può parlare di tutto. 

Ciò succede non perché la lingua non lo possa fare, ma per una questione di tipo socio-culturale. Finché le persone sorde non avranno accesso all’istruzione tanto quanto le persone udenti, con fatica troveremo, ad esempio, un vocabolario specifico di medicina in lingua dei segni. Dare pari opportunità alle persone sorde di istruirsi attraverso la propria lingua e di arrivare agli stessi livelli a cui arriviamo noi permette di creare micro-lingue specializzate, arricchendo la lingua dei segni. In altri Paesi questo è successo e sta succedendo. Negli Stati Uniti, dove vi sono 2 milioni di sordi e quasi tutti utilizzano la lingua dei segni, in questa lingua non c’è difficoltà ad esprimere qualunque tipo di comunicazione. 

 

È assodato che il linguaggio abbia una grande importanza anche nella formazione del pensiero e del modo di pensare. Lei, che conosce sia il linguaggio verbale che quello dei segni, trova dei riscontri in questa affermazione?

Assolutamente. Li trovo ad esempio nella difficoltà che spesso hanno i bambini sordi nel costruire la propria intelligenza attraverso la lingua orale. Molto spesso si chiede ai bambini sordi di parlare esclusivamente con la voce. È una cosa bella e positiva, ma d’altro canto, essendo difficoltosa questa acquisizione, spesso i bambini hanno un ritardo, non di tipo cognitivo, ma comunicativo. La lingua dei segni permetterebbe di superare questa differenza. Io sono per un atteggiamento bilingue, cioè insegnare al bambino sordo sia la lingua dei segni, sia l’italiano parlato, letto e scritto. Questo permette uno sviluppo con le stesse tappe dei bambini udenti. Esperienze che conosco in Italia fanno esattamente questo. 

 

 

In Ticino dal suo punto di vista si fa abbastanza per andare in questa direzione?

Non conosco sufficientemente la realtà ticinese. So che i sordi non sono tantissimi. C’è stato per lungo tempo un istituto per i sordo-muti, come venivano definiti, il Sant'Eugenio a Locarno. Non saprei però valutare qual è il livello dell’emancipazione e della crescita della comunità delle persone sorde e dell’integrazione delle persone sorde in Ticino.

 

 

Durante la serata lei ha dato dimostrazione di alcuni termini in lingua dei segni. “Considerare” si segna indicando il cielo, perché la sua etimologia è “osservare gli astri”. Probabilmente pochi quando usano questo termine ne sono coscienti, mentre nella lingua segnata è più evidente. Anche gli udenti possono imparare qualcosa dalla lingua dei segni?

Certo. Ci sono molti segni che hanno degli aspetti di tipo iconico, ovvero riproducono in qualche modo l’oggetto o l’azione che vogliono rappresentare. Nessuno pensa che la parola considerare deriva da questo, o che impedire deriva da “pedibus”, cioè dai piedi. Sono metafore congelate. Nella lingua dei segni il processo è il medesimo: viene inventato un segno e poi nel tempo lentamente ci si “dimentica” dell’etimologia della parola. Chi conosce bene la lingua dei segni e conosce bene questo fa emergere queste metafore nascoste.

 

 

 

 

 

 

franniga