Potreste aver già preso il covid, anche se il test dice di no (ed è una buona notizia)

Potreste aver già preso il covid, anche se il test dice di no (ed è una buona notizia)

Luglio 03, 2020 - 16:49

Uno studio svedese evidenzia che l’immunità al coronavirus nella popolazione potrebbe essere più elevata di quanto suggeriscono i test anticorporali, grazie alla risposta immunitaria dei linfociti T.

L’immunità sviluppata al coronavirus nella popolazione potrebbe essere più alta numericamente di quanto suggeriscono i cosiddetti test sierologici, che vanno a verificare la presenza di anticorpi al virus. A suggerire questa ipotesi è un recente studio del Karolinska Institutet e del Karolinska University Hospital di Stoccolma, che evidenzia come diverse persone che hanno contratto la malattia in forma lieve o asintomatica, e dunque potrebbero anche non essersi resi conti di averla contratta, abbiano sviluppato un’”immunità mediata da cellule T” (non rilevata appunto dai test sierologici). Conseguenza logica di ciò, sostengono i ricercatori svedesi, è che una parte più cospicua di popolazione abbia sviluppato una resistenza al virus.

L’analisi dei ricercatori svedesi si basa sui linfociti T, globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infettate dal virus, e indica che all’incirca il doppio delle persone ha sviluppato l’immunità delle cellule T, rispetto a quanto viene rilevato dai test sierologici.

Lo studio è stato condotto su persone ricoverate, sui familiari esposti e anche sul sangue proveniente dai donatori. I ricercatori hanno osservato che non solo le persone ricoverate, ma anche molti loro familiari asintomatici hanno sviluppato i linfociti T. Circa il 30% dei donatori di sangue, poi, a maggio 2020, aveva cellule T specifiche per il Covid-19, cifra questa sostanzialmente più elevata di quanto rilevano i test anticorporali. “I nostri risultati indicano che nella popolazione l’immunità è probabilmente significativamente più elevata di quanto suggerito dai test anticorpali”, spiega il professor Hans-Gustaf Ljunggren del Center for Infectious Medicine al Karolinska Institutet.

“È uno studio molto importante a mio giudizio”, commenta sul Corriere della Sera il professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e Professore Emerito di Humanitas University. "Ci ricorda che gli anticorpi sono solo una manifestazione della risposta immunitaria, ma il cuore della risposta adattativa, quella che viene dopo la “prima linea” di difesa, sono le cellule T. Questo studio suggerisce che, se si misura la risposta mediata dalle cellule T, si trova che soggetti che, sulla base degli anticorpi non hanno avuto una risposta, in realtà la risposta l’hanno avuta. Quindi mette in evidenza come in alcuni casi (come quelli descritti dallo studio) un paziente ha avuto il virus, laddove il test sierologico magari non lo ha rilevato. Gli anticorpi sono solo una spia di una risposta immunitaria e questo studio suggerisce che possano non essere la spia migliore”. Il condizionale sul grado di immunità parrebbe comunque rimanere d'obbligo. "Sappiamo molto poco di come questo virus aggira le difese immunitarie e di quali sono le risposte immunitarie del corpo nei suoi confronti", spiega Mantovani. "Non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi siano protettivi, nonostante quello che viene detto, e nemmeno che la terapia con il plasma funzioni".