Quando il dumping è di Stato. Giangiorgio Gargantini: “Anche nell’Ente pubblico serve una presa di coscienza”

Quando il dumping è di Stato. Giangiorgio Gargantini: “Anche nell’Ente pubblico serve una presa di coscienza”

Gennaio 27, 2020 - 19:24
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La scorsa settimana Unia a stilato il bilancio dell’attività sindacale nel 2019 e posto gli obiettivi per il 2020. Molte le tematiche affrontate, dalla recente approvazione del salario minimo in Gran Consiglio, fino alle distorsioni riscontrate sul mercato del lavoro (vedi qui)
Al termine dell’incontro abbiamo intervistato il neo-segretario di Unia Giangiorgio Gargantini.

Giangiorgio Gargantini, il livello del salario minimo uscito dal Gran Consiglio l'avete giudicato "deludente". Quale sarebbe stata la soglia adeguata, considerando l’impossibilità di giungere ad un livello di cosiddetto “salario economico”,  in base a come si è espresso  il Tribunale federale?
Abbiamo calcolato che si sarebbe potuto arrivare a 21 franchi all'ora, una soglia che avrebbe avuto un impatto diverso.
 
Quello di 21 franchi l'ora è un salario accettabile?
No, ma sarebbe stato comunque migliore di quanto uscito dal Gran Consiglio. Noi già nel 2014 avevamo fissato a 4'000 franchi al mese una soglia di dignità, dunque superiore ai 22 franchi all'ora. Se dovessimo riflettere su una nuova iniziativa, puramente teorica, oggi il livello sarebbe ancora superiore. 21 franchi all'ora non sarebbe stato un salario degno per vivere in Ticino, ma sarebbe stato il massimo che si poteva fare con il contesto legale attuale. Si doveva perlomeno tendere a questa soglia.

 
La strada di un salario minimo a livello legale dal vostro punto di vista è ancora una strada da percorrere o puntate sulle contrattazioni collettive?
Per intanto non abbiamo altri progetti a livello istituzionale. È sulla contrattazione collettiva che cercheremo di trovare le risposte. L'esperienza fatta lo scorso anno, ad esempio con il Contratto collettivo di Lavoro degli elettricisti, dimostra che laddove c'è una una coscienza collettiva e una presenza forte del sindacato, laddove si riesce a creare un rapporto di forza, si riescono anche a raggiungere i risultati.
 
 
In quali settori invece si fa più fatica ad ottenere questi rapporti di forza?
Storicamente in ampi ambiti del settore terziario la presenza del sindacato è meno importante che non sui cantieri. Nel settore industriale le realtà sono estremamente variegate. In alcune riusciamo ad ottenere un rapporto di forza importante, in altre è più difficile. È una questione di accesso ai lavoratori,  che è più difficile in determinati settori. Il lavoro di costruzione sindacale risulta dunque più difficile.
 
 
Quanto incide la maggior presenza o meno di frontalieri in un determinato settore in questa dinamica?
Non è una discriminante. Se pensiamo al settore dell'edilizia  in due anni si sono raggiunti risultati importanti con il rinnovo del contratto collettivo nazionale. Ed è un settore dove prevalentemente lavorano frontalieri oggi. La discriminante è quella della storia, della presenza del sindacato e dell'accesso ai posti di lavoro.
 
 
Nell'ultimo anno si sono avuti casi piuttosto eclatanti di irregolarità. Uno di essi, il caso della "banchina" a Lugano, vedeva coinvolto addirittura l'ente pubblico. Dal vostro osservatorio c'è un peggioramento dell'attenzione, anche del settore pubblico, verso le norme, o determinati casi sono stati più "mediatizzati" che in passato?
Il degrado si riscontra anche a livello di numeri. Sono numeri importanti che riguardano ogni settore. Prendendo l'esempio di un altro noto caso, quello di Argo1, vedeva coinvolto il settore della sicurezza privata, settore a cui negli scorsi anni forse non si è prestato abbastanza attenzione. Anche qui evidentemente l'autorità pubblica ha delle responsabilità enormi. 
 
Ripeto le parole dell'onorevole Beltraminelli, quando era stato intervistato sulla questione Argo1: "anche il prezzo ha il suo ruolo". La questione dei prezzi dei mandati in settori come la sicurezza ha un impatto molto importante. L’autorità pubblica deve essere cosciente che vi sono dei costi fissi, legati al lavoro, ai salari minimi, alle condizioni di lavoro, al di sotto dei quali non si può andare. In tutti i settori vediamo invece delle gare d'appalto con dei livelli molto bassi.
 
Sappiamo anche che per una lavoratrice o un lavoratore denunciare questi casi è molto difficile. C’è l'esempio del cantiere della GCF (il cantiere Alptransit del Monte Ceneri, ndr): i lavoratori che hanno denunciato il caso hanno ben spiegato quale è la loro situazione oggi, le pressioni che subiscono. Il sindacato deve garantire il suo sostegno e da parte dell’Ente pubblico deve esserci una presa di coscienza, perché casi come quelli che abbiamo citato dipendono direttamente dalla responsabilità di esso.
 
 
Per quanto riguarda i casi di violazione, il lavoro della Magistratura è sufficientemente efficace?
Non sta me dirlo, ma è stato segnalato più volte un problema di sotto-effettivo. Noi non possiamo che sostenere che ci vogliano più mezzi. In passato abbiamo più volte auspicato che vi sia un settore della Magistratura dedicato alle questioni di diritto del lavoro, che sono sempre più numerose e che necessitano di preparazione e conoscenze tecniche specifiche. 
 
 
È recente la notizia che il referendum contro la riforma fiscale, che vedeva Unia fra le sigle che vi aderivano, a differenza del precedente referendum fiscale (approvato poi in votazione nel 2018), non è riuscito. Cosa è andato storto?
È difficile da parte mia dire quale sia l'impegno apportato da ogni sigla che vi ha aderito. Come sindacato abbiamo assicurato il numero di firme che avevamo annunciato, anche se era un numero diverso da quello che avevamo annunciato e poi portato per il precedente referendum fiscale. In quel caso l'impegno era effettivamente stato più importante. Per noi era anche questa una battaglia importante, ma come sindacato non possiamo sempre dare la priorità ad un tema. Nel caso del precedente referendum avevamo noi annunciato il lancio, in questo sono state altre forze. Noi siamo semplicemente arrivati in sostegno, il che è corrisposto a un impegno diverso. 
 
 
 
Nella conferenza stampa avete annunciato il vostro sostegno allo sciopero climatico ("Sciopero per il futuro") del prossimo 15 maggio. Rivendicazioni ambientali e tutela dei posti di lavoro non vanno però sempre d'accordo. In Ticino abbiamo il caso dell'aeroporto di Lugano (con i voli aerei che sono sul banco degli imputati per le emissioni), guardando al di fuori della Svizzera è emblematico il caso dell'Ilva di Taranto (con i sindacati schierati contro la chiusura dello stabilimento). 
La riconversione ambientale metterà probabilmente a rischio dei posti di lavoro, come se ne esce?
Ci sono due imperativi: uno è quello dell'urgenza climatica, che non è contestabile e supportata da dati scientifici. Deve essere fatta una transizione eco-sociale anche nel mondo del lavoro. 
Dall'altra vi sono le priorità del mondo del lavoro. Una sintesi va trovata a livello internazionale e devono essere definiti dei "paletti". Ad esempio uno di essi deve essere che i costi di questa transizione non siano messi unicamente sulle spalle dei lavoratori, attraverso una serie di imposte e di tasse. Ci vogliono poi degli investimenti importanti, sia a livello di informazione che di formazione per procedere a questa transizione. Ci vogliono anche delle misure di accompagnamento previste preventivamente, ovvero ricollocamenti o complementi di salario qualora questa transizione andasse a toccare il reddito o il posto di lavoro. Sono temi che vanno affrontati prima e non dopo l'eventuale transizione.