Roma in lacrime dice addio al suo secondo "papa" Francesco

Roma in lacrime dice addio al suo secondo "papa" Francesco

Maggio 30, 2017 - 16:20

Davanti a 70'000 persone commosse domenica Francesco Totti diceva addio alla maglia della giallo-rossa...

 “Giocherei altri 25 anni!” dice er Pupone 41enne davanti ad uno stadio osannante. Anche io, con la lacrimuccia d’obbligo là inchiodato al televisore a guardare quello spettacolo sociologico, nemmeno me lo ricordo il calcio senza Totti.
 
Quel cucchiaio per me, io devoto all’inzaghianesimo, è identità italiana concentrata: incalcolabile, arrogante, sbruffona, estetica, rischiosa, povera, ingnegnosa. Di calcio non capisco molto e da quando son bambino mi porto non solo la croce di avere Berlusconi come presidente, preso in giro dal resto della mia famiglia che vive a Roma. Boban e Weah? Sheva? Inzaghi e Ringhio? Macchiette di fronte alla luce negli occhi della romanista che ti parla di Totti.
 
Le lacrime di 70'000 persone allo stadio ieri descrivono una minuscola parte cosa è Totti per il suo popolo. Più di qualsiasi invenzione politica, Totti era identità e nazione. Nella più profonda tradizione cattolica, i romanisti soffrono: non vincono mai e quando hanno vinto comunque l’anno prima aveva vinto la Lazio. Ci hanno perso pure il derby di finale di coppa Italia, non avete idea cosa era Roma i giorni dopo. Eppure Totti era in grado di compiere miracoli anche in questo: nessuno contestò sul serio la sua effigie su un murales nel quartiere laziale.
 
Per i romanisti la maggica è una fede e Totti era un papa. Siamo nella società post-moderna e quello che è sotto gli occhi di tutti non può non far riflettere. Ieri sera abbiamo visto un’espressione fisica di quell’unione con il loro Francesco, la blasfema transustanziazione quotidiana espressa pure con quel “ti amo!” finale. Ero a Roma quando Bergoglio ha annunciato di volersi chiamare Francesco: lui, che come prima frase ha detto di essere il vescovo di Roma, diventava nell’immaginario di una quantità inconcepibile di tifosi un tutt’uno con Totti. I due vescovi, i due Francesco, i due dalla parte del popolo, dicevano i romani con orgoglio.
 
I miei cugini han chiamato loro figlio Francesco, e non per il papa. Una cosa che hanno fatto in tanti a Roma, in tutte le fasce sociali. Ricchi e poveri, indigeni e immigrati, maschi e femmine, vecchi e giovani. Totti è stato un fenomeno che ha attraversato la società in modo completamente trasversale. Un uomo e un gioco in grado di dimostrare la caducità delle sovrastrutture sociali, presenti anzitutto nella nostra testa. Dar calci al pallone come strumento democratico, viene da dirsi. È chiaro, è tutto più complesso di questo! E attenzione a non scambiare simbolo e referente. Ma come non notare che il Testaccio diventa identità? Non la storia dei re, ma la storia narrata attraverso Totti e la Sora Lella.
 
Il romano, in fondo in fondo, è romanaccio. La loro è una cadenza, non un dialetto: sboccati e ingegnosi per definizione, cercano perifrasi per prenderti in giro. Si insultano per salutarsi, hanno l’ironia nel sangue. Una città ingovernabile dove l’intrallazzo è cultura, dove le famiglie nobili sono legate a doppio filo alla chiesa e alla politica, dove l’illegalità è anzitutto esercitata, voluta e profusa dalle classi dominanti. Non capite Roma se non capite che là i potenti prendono per il culo i governati. E di tutta risposta i governati prendono per il culo i potenti, ignorandoli. Totti incarnava anche tutto questo, nella sua autoironia e la sua ignoranza (mitologica e rappresentativa, se mai sul serio pronunciata, la famosa “nun me chiede che vo' di’ Carpe Diem pecché l'inglese nun lo ciancico bene”).
 
Ieri c’era un popolo piangente insieme al suo io-dio che diventava passato. Un io che diceva che no, lui non voleva, che chiedeva scusa. La transustanziazione avveniva improvvisamente al contrario, dio smetteva di infondersi nei corpi, ne usciva e chiedeva aiuto. Ci vorrà tanto tempo per riuscire in profondità a capire cosa abbiamo visto ieri sera.
 
 
Filippo Contarini