"Salvare le donne afghane, ora"

"Salvare le donne afghane, ora"

Settembre 02, 2021 - 20:08

Oggi la rubrica “Malleus Maleficarum”, curata su Ticinotoday da Filippo Contarini, si apre a una voce esterna, per parlare della situazione dell’Afghanistan, con particolare riferimento alla condizione delle donne. 

Si tratta di un articolo di Marya Hannun, tradotto in italiano da Giorgio Cassina, che propone una visione differente sui fatti delle ultime settimane, e che apre anche una riflessione sulla nostra concezione della realtà afghana. 

Ho deciso di tradurre questo articolo di Marya Hannun pubblicato su The American Prospect il 17.08.2021 allo scopo di proporre un punto di vista differente sui fatti che stanno accadendo nelle ultime settimane in Afghanistan. L’articolo ci spinge a un’autoriflessione sulla concezione che abbiamo della realtà afghana e delle donne afghane e sul ruolo che i media hanno nel creare l’immaginario che ci permette di dare un senso al nostro mondo. L’autrice ci invita inoltre a comprendere la diversità, considerando le altre culture tanto complesse e variegate quanto la nostra. Ai media è quindi dato l’arduo compito di fare da mediatori culturali, senza dimenticare che anche loro fanno parte di un sistema di valori e significati che non sono per nulla neutrali. A noi, la responsabilità di non cedere alle generalizzazioni e cercare di comprendere l’unicità e il valore di ogni singola vita e di ogni singola storia.

Buona lettura.

Giorgio Cassina

 

Salvare le donne afghane, ora

Lo status delle donne afghane è un aspetto da considerare separatamente dalla presenza delle truppe americane in Afghanistan.

 

Nella primavera del 2018, mentre tenevo un discorso in un community college del Maryland, ho posto al pubblico una serie di domande a cui dovevano rispondere affermativamente alzando la mano:

"Quanti di voi sanno dirmi qual è la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti?". Una mano appartenente a un recente veterano di guerra si è alzata.

"Quanti di voi conoscono la capitale dell'Afghanistan?". Qualche altra persona ha alzato la mano.

"E quali sono le lingue ufficiali dell’Afghanistan? E le religioni?" Un po' meno della metà del pubblico aveva la mano alzata.

"Ok, quanti di voi sanno qualcosa, qualsiasi cosa, sulle donne afghane?".

Ogni singola persona nell'auditorium aveva la mano alzata.

Per alcuni nella stanza, l’idea che avevano in testa era l’ormai iconica copertina "ragazza afghana" di National Geographic; per altri era quella di una donna che indossava un burqa blu, con il volto coperto. Non importa quale, ma ogni persona aveva l'immagine di una donna afghana a portata di mano, a testimonianza di quanto queste raffigurazioni fossero centrali nella concezione americana di una guerra che, a partire dalle 48 ore successive all’assalto talebano di questo fine settimana, è giunta a una fine ignominiosa.

Nel suo libro del 2013 Do Muslim Women Need Saving, Lila Abu-Lughod descrive l'immaginario riduttivo riguardante le donne afghane - silenziose, velate, incapaci di uscire di casa senza l'accompagnamento maschile - che pervadeva le onde radio degli Stati Uniti nei primi giorni dell'invasione del 2001.

Va sottolineato come Abu-Lughod non negava l'oppressione subita dalle donne per mano dei talebani, ma sosteneva che il modo in cui le donne afghane venivano rappresentate dai media occidentali era lontano dalla complessa realtà in cui vivevano. Tali rappresentazioni riducevano queste donne a una serie di immagini senza contesto e cercavano di incolpare la loro cultura o l'Islam in generale, ignorando la lunga storia del coinvolgimento straniero in Afghanistan, che contribuisce a determinare anche la situazione attuale - dalla disintegrazione sociale durante l'occupazione sovietica alla violenza sessuale durante la successiva guerra civile e il dominio dei mujaheddin. Questa narrazione ha ridotto le donne afghane - che comprendono un complesso mosaico di identità, età, etnie, classi e background religiosi - a un'unica immagine senza voce e con gli stessi desideri, che a sua volta ha fatto sembrare che l'unica soluzione per loro fosse quella di essere salvate dalle forze occidentali dalla propria stessa società.

Vent'anni dopo, mentre il precipitoso ritiro degli Stati Uniti è in atto e i talebani prendono il potere, le donne tornano di nuovo al centro della narrazione. Viene detto che i progressi fatti per i diritti delle donne degli ultimi due decenni andranno persi sotto un nuovo governo talebano, sentiamo voci di speranza che dicono che non sarà così e ancora voci che cinicamente sentenziano che il salvataggio delle donne era solamente un pretesto per iniziare la guerra.

Mentre lottiamo per dare un senso agli eventi che stanno capitando e a ciò che significano per le donne, è utile rivisitare l’analisi del discorso sul "salvare le donne", che offre un modo per pensare in maniera critica a come i diritti delle donne sono stati impiegati per giustificare l'intervento (n.d.t. militare) per due decenni. Cos’ha da insegnarci ora questa analisi? Penso che possa offrire tre aspetti rilevanti per comprendere la situazione attuale.

Primo, le donne afghane non hanno mai avuto bisogno di essere "salvate".

Le decine di articoli pubblicati nelle ultime settimane che acclamano i "progressi" che le donne hanno fatto dall'invasione fanno sembrare come se, prima dell'arrivo delle forze occidentali, le donne non avessero diritti o voce. Questo ignora sia i decenni prima degli anni '90, durante i quali le donne andavano a scuola e lavoravano, sia l'educazione clandestina e l'organizzazione delle donne durante gli anni dei talebani. Come mi ha detto un'attivista afghana di Kabul, "Il regime talebano non è durato abbastanza perché quelle scuole clandestine si ribellassero". Mentre è impossibile sapere cosa sarebbe potuto succedere, l’aspetto più importante che l’attivista sostiene è che sono le donne afghane, non gli Stati Uniti, ad essere responsabili delle conquiste che hanno fatto come risultato di - e spesso a dispetto di - circostanze politiche mutevoli.

Secondo, l'invasione non ha salvato le donne afghane.

Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno investito miliardi di dollari di aiuti in Afghanistan, alcuni dei quali sono stati utilizzati per costruire scuole e ospedali. In quegli stessi anni, hanno anche perpetuato una realtà di violenza in tutto il paese, in particolare nelle province contese o nelle roccaforti talebane. Un recente rapporto dell'Afghanistan Analysts Network, basato su interviste approfondite con 23 donne nell'Afghanistan rurale, ci ricorda i diversi tipi di violenza e gli ostacoli che le donne affrontano come risultato della guerra: dai raid notturni e gli attacchi dei droni, alla violenza domestica peggiorata, dall'instabilità economica e politica, alla perdita della capacità quotidiana di muoversi liberamente da una città all'altra. Cancelliamo questa violenza quando parliamo delle donne afghane come un unico gruppo che ha solamente tratto vantaggio dall'intervento occidentale o quando presumiamo di sapere cosa vogliono tutte le donne afghane per se stesse e per le loro famiglie.

Terzo, gli Stati Uniti non salveranno le donne afghane, ma questo non significa che il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati non abbiano alcuna responsabilità nei loro confronti.

In luglio, nel commento del presidente Joe Biden sul ritiro in Afghanistan, uno scambio tra il presidente e una giornalista afghana mi è rimasto impresso ed è rimasto impresso a molti altri che stanno riflettendo sulla condizione delle donne afghane ora. La giornalista ha chiesto a Biden se avesse un messaggio per le donne preoccupate per il loro futuro. Il presidente ha risposto con un aneddoto su una conversazione avuta con una giovane donna senza nome mentre visitava il paese:

"Era straziante. 'Non puoi andartene', ha detto lei. ‘Voglio essere un medico. Voglio essere un medico. Voglio essere un medico. Se te ne vai, non potrò mai essere un medico’".

Questo racconto è stato condiviso dal presidente Biden durante un briefing in cui ha spiegato perché gli Stati Uniti hanno speso così tanto tempo e risorse in Afghanistan, ma anche perché lui non poteva continuare con questi interventi. Per i suoi oppositori, l'incontro è stato sostenuto per mostrare l'obbligo morale dell'America di rimanere.

Per me, però, questo scambio cattura il problema fondamentale al cuore della narrazione del "salvare le donne". Oltre a far crollare le differenze tra le donne afghane, e a nascondere i fatti connessi all'intervento militare, ha un difetto ancora più fondamentale: ha presentato una falsa scelta. Gli Stati Uniti potevano salvare le donne con la forza militare o abbandonarle.

Questa falsa scelta lega una definizione astratta dei diritti delle donne all'intervento militare, ignorando le richieste delle donne stesse. Infatti, quando l'America si è impegnata a svolgere colloqui con i talebani, le donne sono state ampiamente escluse. La dicotomia non lascia alcuna possibilità di immaginare una realtà alternativa, in cui le donne potrebbero essere parte interessata nel futuro dell'Afghanistan, piuttosto che oggetti di scena o pedine morali. Vale la pena notare che fino alla settimana scorsa, con il governo nazionale sull'orlo del collasso e così tante persone che temevano per il proprio futuro, questo è ciò che ho sentito ripetutamente dalle donne afghane: non erano arrabbiate per il ritiro in sé, ma piuttosto per il fallimento di essere incluse, in modo significativo, in quel processo.

"Non ci hanno incluso in niente", mi ha detto l'attivista al telefono qualche settimana fa. Era seduta in un caffè di Kabul; era un venerdì sera, e potevo sentire un chitarrista strimpellare in sottofondo in quello che sembrava, anche in quel momento, un momento fugace. "Meritavamo un ritiro responsabile. Avevamo bisogno di un ritiro responsabile".

 

 

di Marya Hannun (tradotto da Giorgio Cassina)