Seconda ondata, arriverà o no?

Seconda ondata, arriverà o no?

Maggio 30, 2020 - 21:50

Seconda ondata di covid? C'era chi diceva che sarebbe potuta arrivare dopo la riapertura, chi dice che non arriverà (vedi qui), chi dice che arriverà forse in autunno (assieme all'infulenza stagionale). Attualmente nessuno sembra in grado di fare previsioni certe. È molto probabile però che un vaccino non sarà pronto per questo inverno. Noi già alcune settimane or sono ci chiedvamo come si sarebbe potuto affrontare una seconda ondata di coronavirus, considerando anche che un secondo "lockdown" durante il 2020, probabilmente avrà effetti devastati sull'economia. Anche se non arriverà a tanto temuta seconda ondata, probabilmente è meglio prepararvisi comunque. 

20 maggio 2020

 

Mentre si riaprono gradualmente le attività economiche alle nostre latitudini e in altri Paesi, dove i numeri del contagio lo permettono, guardando a un orizzonte più lungo dal punto di vista sanitario si ragiona su come affrontare una possibile "seconda ondata" pandemica. Recentemente il direttore della Regione Europa dell'Oms, Hans Kluge, ha dichiarato che “dobbiamo costruire la capacità del sistema sanitario pubblico, ospedaliero e di assistenza sanitaria di base e la capacità di terapia intensiva" (vedi qui). Vale a dire, preparare le strutture sanitarie per essere in grado di accogliere i pazienti che necessiteranno di ricovero in caso di seconda ondata. 

In Ticino, come ci si sta muovendo su questo fronte? In Ticino si pensa a un potenziamento della capacità di accogliere pazienti? È possibile aumentare le capacità nei vari reparti (oltre quanto già fatto in occasione della prima ondata), specialmente in terapia intensiva? Oppure la capacità già disponibile negli scorsi mesi (che però era stato detto, vicina alla “saturazione”) è sufficiente per affrontare l’eventuale seconda ondata? 

Abbiamo girato queste domande al professor Paolo Ferrari, Capo Area Medica dell'Ente Cantonale Ospedaliero (EOC), che ci ha fornito un'articolata risposta. 

Ma abbiamo interpellato su tema anche la politica, per sapere innanzitutto se il tema è all'ordine del giorno anche del Legislativo cantonale. A questo proposito, ci spiega il granconsigliere PPD Lorenzo Jelimini, presidente della Commissione e sicurezza sociale, nonché sindacalista Ocst (anche per il personale sanitario le implicazioni di una situazione difficile da gestire sono sicuramente importanti), "la commissione sanità e sicurezza sociale ha potuto incontrare il Direttore del Dipartimento Sanità e socialità come pure con il medico cantonale ed è in costante contatto con loro per avere i necessari aggiornamenti sulla situazione e su eventuali nuovi sviluppi". Più in generale, sulla gestione della crisi sanitaria, ci spiega Jelmini, "occorre riconoscere che l'organizzazione messa a punto dalle autorità ticinesi per far fronte alla difficile emergenza ha dato ottimi risultati. In particolare è da rilevare la proficua sinergia tra le strutture ospedaliere che fanno capo all’Ente Ospedaliero Cantonale e le cliniche private, in particolari la Clinica Luganese. Questo ha permesso di affrontare la grave crisi sanitaria e dare sostegno a tutti i cittadini colpiti dal virus". E, "riteniamo che questo sia di buon auspicio anche per affrontare un eventuale seconda ondata". 

Per quanto riguarda la questione della capicità delle strutture ospedaliere, "in questa situazione è difficile valutare cosa potrebbe essere ancora necessario. Certamente, come a tutti noto, gli operatori nell'ambito socio-sanitario hanno dimostrato una grandissima capacità di reazione e di coinvolgimento. Occorrerà ora trovare misure a sostegno di queste collaboratrici e di questi collaboratori che in questi mesi hanno speso parecchie energie per svolgere il loro fondamentale servizio".

Veniamo ora al parere di chi sta "sul campo" e dovrà gestire operativamente la situazione nei prossimi mesi. Il Capo area medica dell'EOC, Paolo Ferrari, risponde così alle nostre domande: "Come sottolineato di recente dal direttore della regione Europa dell'OMS Hans Kluge nell’immediato futuro una delle sfide per gli operatori sanitari non è solo il rischio di una seconda ondata di Covid-19 in autunno, ma anche una probabile nuova epidemia importante di influenza stagionale, dopo quelle del 2015 e del 2017", spiega Ferrari. "Ricordiamo che i sintomi iniziali del Covid-19 e dell’influenza sono identici, febbre, tosse, difficoltà respiratorie. Un afflusso importante di pazienti con questo quadro clinico nei nostri ospedali dovrà essere gestito come sospetti Covid-19, con tutte le misure di isolamento e presa in carico del paziente che ci hanno messo a dura prova durante i mesi scorsi".

"La grossa differenza tra l’influenza e il Covid-19 è determinata dal fatto che la proporzione di persone contagiate che richiedono un ricovero e soprattutto un trasferimento in terapia intensiva è molto più alta che per l’influenza".

"Ricordiamo che alla fine di marzo il tasso di occupazione dei letti di terapia intensiva EOC con capacità di ventilazione assistita ha raggiunto il 100% e ci ha costretto a trasferire pazienti oltre Gottardo. Se il numero di ricoveri giornaliero riscontrato a fine marzo fosse continuato anche solo per un paio di giorni, la saturazione dei letti di terapia intensiva sarebbe stato raggiunto anche alla Clinica Luganese. D’altro canto nello stesso periodo il tasso di occupazione dei letti di degenza nelle strutture Covid EOC e della clinica Luganese ha superato il 60%, quindi ancora ben lontani da una capacità massima.  Queste osservazioni dimostrano come il collo di bottiglia a livello degli ospedali è determinato dal numero di pazienti gravemente malati e dalla necessità di avere un numero sufficiente di letti di terapia intensiva".

Per quanto riguarda lo scenario di una seconda ondata, spiega ancora Ferrari, "fare previsioni sulla capacità necessaria per far fronte ad una seconda ondata non è cosa facile. Alla luce del recente studio sulla sieroprevalenza al Covid-19 dei collaboratori ospedalieri è probabile che il numero di contagi in Ticino sia stato molto più importante di quello che il numero di pazienti con tampone positivo documentati nei mesi di marzo ed aprile indica. Anche se la percentuale non permette di dire che esiste un sufficiente grado di immunità nella popolazione questa è cionondimeno un’importante osservazione, perché ci permette di dire che il numero di persone suscettibili nella popolazione è minore. I dati del nostro cantone ci permettono anche di dire che il numero di contagi non va in parallelo con il numero di ricoveri, in quanto sembra che il virus colpisca in modo grave solo alcuni individui particolarmente suscettibili, per ragioni che oggi ancora non conosciamo, perché le nostre nozioni sulla biologia di questo virus sono ancora embrionali.  L’analisi dei dati relativi alla prima ondata del Covid-19 suggerisce che una seconda ondata di contagi non sarà accompagnata da un numero altrettanto importante di ricoveri, un aspetto in parte rassicurante, anche questo non vuol dire che non ci dobbiamo preparare per lo scenario peggiore".

Infine, ancora Ferrari, "per far fronte al Covid-19 all’EOC abbiamo dovuto smontare pezzi di ospedale a Mendrisio, Lugano e Bellinzona per rimontarli a Locarno e per creare quei letti di terapia intensiva necessari ad accogliere i pazienti più gravi.  Molti di questi letti non soddisfacevano gli standard di certificazione per letti di terapia intensiva. In questa prima fase la Società di Medicina Intensiva ha concesso una deroga alla certificazione limitata nel tempo fino al 13.9.20 per accogliere i pazienti ospedalizzati nei letti “provvisori” di Medicina Intensiva Covid precedentemente non certificati. Il Ticino deve quindi prepararsi nei prossimi mesi a valutare soluzioni alternative soprattutto per mettere a disposizione letti di terapia intensiva".

I letti di terapia intensiva, sono dunque secondo Ferrari il punto su cui si dovrà intervenire in vista di un possibile ritorno della pandemia con numeri decisamente più alti degli attuali. Solo il tempo ci dirà esattamente quanti. Una questione, quella del ritorno della pandemia, che trascende il solo aspetto sanitario. Dal punto di vista economico infatti diverse recenti analisi (per quanto riguarda la Svizzera vi è quella del BAK, vedi qui) indicano come la gravità della crisi dipenderà dalla necessità di reintrodurre il "lockdown" in caso di ripresa dei contagi (e in questo scenario le previsioni si fanno davvero "cupe"). Ma questo è un altro capitolo...