Sergio Morisoli: “Meglio indebitarsi per fare sgravi, che per elargire soldi a pioggia”

Sergio Morisoli: “Meglio indebitarsi per fare sgravi, che per elargire soldi a pioggia”

Giugno 14, 2020 - 17:30
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Intervista al granconsigliere dell’Udc Sergio Morisoli, con cui abbiamo discusso di vari temi di attualità: dalle misure per il coronavirus, alla fiscalità, fino all’annullamento degli esami di maturità. Gli abbiamo anche chiesto, come vede un esponente liberista l’attuale centralità ritrovata (o mai abbandonata, secondo Morisoli) suo malgrado dallo Stato, nel periodo della pandemia. Per Morisoli, gli sgravi fiscali rimangono una priorità…

Sergio Morisoli, lei è stato recentemente nominato per condurre la sezione Udc di Bellinzona verso una nuova presidenza, dopo le “turbolenze” che hanno portato alle dimissioni dell’attuale dirigenza. Qual è la situazione a Bellinzona?

Sono stato scelto proprio perché ho poco a che fare con la sezione di Bellinzona dell’Udc, che non ho mai frequentato. Quando il presidente cantonale mi ha chiesto se da bellinzonese volessi occuparmi della sezione, per queste poche settimana che ci separano dall’assemblea, e dirigere i lavori quale presidente del giorno, ho accettato, proprio perché sono super partes. Il mio ruolo è solo amministrativo, per arrivare, spero a fine giugno/inizio luglio, a consegnare la sezione al nuovo presidente e al nuovo comitato.

 

L'Udc nell'ultima tornata elettorale delle cantonali è tornata a correre unita con la Lega dei Ticinesi. Ciò non ha comportato un appiattimento delle vostre posizioni su quelle della Lega dei Ticinesi?

L'UDC è la vera vincitrice di due elezioni di fila, stando alle percentuali e ai candidati eletti: quelle cantonali con una crescita del gruppo in Gran Consiglio e quelle federali, mantenendo un seggio al Consiglio nazionale e addirittura portando Marco Chiesa in Consiglio degli Stati. 

Il fatto di esserci alleati tatticamente con la Lega è un segno di intelligenza da entrambe le parti. Bisogna avere i numeri per vincere in politica, e non solo, purtroppo dico io, le idee. 

Non ci siamo però appiattiti. A livello cantonale direi che è esattamente il contrario. Continuano a brillare per iniziative. Basti guardare in un anno di nuovo parlamento a quanto il nostro gruppo ha presentato in termini di iniziative elaborate, iniziative generiche e mozioni. Ovviamente ci concentriamo sui temi che a noi stanno molto a cuore, che sono i nostri cavalli di battaglia: finanze pubbliche, fiscalità, scuola, lavoro, ma anche, ora, le misure per il coronavirus. La Lega continuerà ad essere in Governo, ma basta andare a vedere le volte che noi abbiamo votato diversamente anche alle proposte che giungevano da leghisti. Abbiamo dunque mantenuto la nostra totale indipendenza nel voto. Non siamo un partito di Governo, siamo un partito che ha ritenuto, tatticamente, che è meglio avere due leghisti piuttosto che altri in Governo, ma il giudizio politico e sulle tematiche può essere ed è diverso in molte circostanze. 

 

Lei, prima nel Plr, poi con Area Liberale, è stato uno dei principali esponenti del liberismo in Ticino. Oggi, con la crisi del coronavirus, non solo in Svizzera e in Ticino, assistiamo a uno Stato che ha assunto un ruolo preponderante. Come vede l'attuale situazione? È la fine del periodo liberista?

A dire il vero il periodo liberista non l'abbiamo visto e forse non lo vedremo mai. Quando c'è uno Stato che occupa il 50-60% della spesa e dell'assoggettamento fiscale, non si può parlare di Stati liberisti. Per fortuna la Svizzera fra tutti gli Stati al mondo è quello meno espansivo e vediamo anche in questa fase quanto sia un vantaggio. 

È vero però che in quanto dice c'è una verità di fondo. Noi abbiamo sempre detto che vogliamo avere lo Stato che è necessario, ma non uno Stato invadente. Fino all'altro giorno sembrava che anche altri partiti politici avessero fatto un passo in questa direzione. Il coronavirus ha dimostrato che il loro spostamento verso la società civile e il mercato era una farsa. Si sono subito aggrappati allo Stato quale salvatore della situazione. Anche noi riteniamo che lo Stato debba avere un ruolo in questa situazione di emergenza e devo dire che ha svolto abbastanza bene questa sua funzione. Il pericolo però non sta nell'emergenza, ma nei desideri, nei bisogni, nelle "lettere al Gesù Bambino" che nascono in seguito, con la scusa dell'emergenza. Certe misure devono essere adottate, ma ci sono cose che lo Stato non deve fare: una su tutte tenere in vita imprese già "cotte" prima del coronavirus e foraggiarle di soldi, prolungano la loro agonia. Ciò danneggia il mercato, perché sottraggono risorse e creano illusioni. Non bisogna inoltre distribuire soldi a pioggia, perché non servono a nulla. Spenderemmo decine di milioni per rimanere sul posto. Bisogna mirare a progetti che ci portano verso il futuro, non progetti volti a mantenere un passato oramai per certi versi “sgangherato”. Saremo molto vigili sul genere di misure che il Governo vorrà proporre, facendo valere questi due "paletti".

 

La crisi del coronavirus incederà pesantemente sulle finanze. Il capo del Dipartimento finanze ed economia Christian Vitta ha già indicato che il costo per le finanze cantonali sarà nell'ordine delle centinaia di milioni di franchi.  In un simile contesto si può realmente pensare di ottenere degli sgravi fiscali nei prossimi anni?

Mi verrebbe da dire che l'hanno tirata talmente per le lunghe, pur di non fare sgravi fiscali negli anni passati, che ora hanno una scusa valida per non farli per ulteriori anni. È però un errore colossale, tattico e strategico. Se spendere i soldi male è un bene e lasciarli nelle tasche dei cittadini è un male, la politica fallirà. Di soldi bisognerà certo spenderne, ma spenderli bene. Abbiamo un tasso di indebitamento sufficientemente basso e i soldi oggi presi a prestito non costano tanto. Possiamo permetterci, a differenza di altri Paesi e Cantoni, il lusso di fare le cose giuste, anche se costose. In questo progetto deve entrare anche un alleggerimento fiscale. Le persone fanno fatica. Sono vent'anni che non ricevono sgravi fiscali degni di questo nome. Non si può continuare a dire lo Stato ha bisogno di soldi perché sa redistribuirli meglio del singolo cittadino. L'economia va avanti lasciando potere d'acquisto ai cittadini e alle imprese, non con la supponenza dello Stato di saper gestire meglio i soldi. È una filosofia statalista, nemmeno del '900, ma del '800. 

 

Dunque a suo avviso attualmente indebitarsi è un "male minore", se permette di fare degli sgravi?

Sicuramente in questo momento se dovessi scegliere preferirei indebitarmi per sgravare società civile e aziende, piuttosto che indebitarmi per elargire soldi a pioggia, senza avere un responso sicuro e certo. 

 

Recentemente si è molto discusso dell'annullamento degli esami di maturità in Ticino. Una decisione motivata da un lato con ragioni sanitarie e dall'altro, come detto dal direttore del Decs Manuele Bertoli, con il fatto che gli esami di maturità siano più che altro una "formalità". 

Lei è stato fra i promotori del referendum contro il progetto di riforma della scuola media "La scuola che verrà". Vede anche in questa decisione una correlazione con quanto criticavate allora al Dipartimento?

Al di la del fatto che sia giusto o meno svolgere gli esami, le spiegazioni date rientrano in una forma di ragionamento che è quella di far entrare La Scuola che verrà "dalla finestra", perché non è entrata "dalla porta". Lo vediamo anche in altri messaggi che il Decs sta facendo per portare avanti i contenuti che erano previsti nella riforma. 

Nel merito della decisione sono deluso, perché gli esami di maturità si potevano organizzare. C'erano il tempo e gli spazi per organizzare gli esami, che sia al Palacongressi, al Conza o nei vari espocentri. Non si può dunque dire che non si potevano tenere degli esami con sufficiente sicurezza e permettere agli allievi di avere l'onore e il piacere di una maturità al 100%. Resterà l'amaro in bocca a questi ragazzi, che di fronte ai coetanei che li hanno preceduti e che seguiranno, saranno quelli della "maturità del coronavirus". Penso anch'io che non sia l'esame finale che permetta di passare l'anno scolastico o bocciare, ma conta tutto quanto è stato fatto prima. La prova finale di maturità ha però anche un’espressione non solo strettamente scolastica, ma anche motivazionale. Credo sia stata un'occasione mancata. L'aspetto formale aveva a mio avviso la sua importanza.