Sergio Rossi: “Ora il ruolo dello Stato nell’economia andrà rivalutato”

Sergio Rossi: “Ora il ruolo dello Stato nell’economia andrà rivalutato”

Aprile 02, 2020 - 22:58
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Coronavirus: una sfida globale oltre che sanitaria è (e in futuro lo sarà ancor di più) anche economica. Molti Paesi nelle ultime settimane hanno annunciato i loro “pacchetti” per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia e delle misure imposte per contenerla. Compresa la Svizzera. Basterà quanto annunciato a far fronte alla situazione? Molto probabilmente no.

Abbiamo intervistato Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo, per sentire la sua valutazione dei provvedimenti annunciati dal Consgilio federale.

Più in generale gli abbiamo anche chiesto come cambierà il ruolo dello Stato nell’economia, oggi che ha ritrovato, per cause di forza maggiore, un ruolo fondamentale.

E infine chissà che, nella sua drammaticità, questa crisi non possa aprire anche delle opportunità. Ad esempio, visto che l’economia avrà bisogno di un importante intervento per il suo rilancio, perché non farlo (anche) con importanti investimenti nella transizione ecologica?

Ecoo l’intervista a Sergio Rossi.

Le misure fino ad ora annunciate dal Consiglio federale sono adeguate e sufficienti?

Sono misure parzialmente adeguate, ma largamente insufficienti. 

Sono parzialmente adeguate in quanto sostengono non tanto l'offerta, ma la domanda nel mercato dei prodotti. Rassicurano i lavoratori, quelli che saranno occupati a tempo parziale e riceveranno delle indennità per lavoro ridotto, che il loro futuro, se non roseo, non è neanche drammatico, perché hanno almeno l'80% del loro stipendio. Ciò permette di rassicurare queste persone anche sul piano dei consumi, evitando che si riducano drasticamente, perché ciò andrebbe a discapito di tutta l'attività economica. 

Gli 8 miliardi di franchi stanziati da Berna per il lavoro ridotto sono però insufficienti e dovranno sicuramente essere aumentati notevolmente per sostenere davvero non solo le imprese, ma anzitutto chi aiuta queste imprese, producendo o consumando i loro beni e servizi. 

Per il resto, sono misure che non sono molto efficaci, o addirittura per nulla efficaci, in particolare per quanto riguarda i prestiti che le banche possono concedere alle imprese, con la garanzia totale o fino all'85% da parte della Confederazione. Un'impresa che ha difficoltà a vendere i suoi prodotti, anche perché oggi molte sono chiuse, non si farà dare dei soldi in prestito, se pensa di non riuscire a rimborsarli, pur con un tasso di interesse uguale a zero fino a 500mila franchi.

 

È dunque ipotizzabile e auspicabile che in una fase successiva si vada nella direzione di contributi a fondo perso a favore delle imprese?

C'è stato un “effetto annuncio”, come lo definiamo noi economisti. Questa somma di 42 miliardi di franchi, che sarà aumentata prossimamente, è intesa a sostenere il "morale" di chi fa impresa, ma quando le cose davvero si conclameranno per come sono e per come già si intravedono, ovvero che per molte imprese un prestito non è interessante perché non vi è possibilità di rimborso, si dovrà per forza agire sul piano federale. Soddisfatti alcuni criteri, questi prestiti dovranno essere trasformati in contributi a fondo perso per le imprese che non possono restituirne l'importo. Questi criteri potrebbero essere ad esempio il tipo di lavoratori impiegati, se sono precari o con un contratto a durata indeterminata, il livello di stipendio assicurato, che non dovrebbe comportare per i lavoratori la necessità di aiuti sociali, o lo svolgimento di attività non dannose per l'ambiente. Rispettando questo tipo di criteri dovrebbe dunque essere possibile per una parte delle imprese ricevere questi contributi a fondo perso, ma ciò solo quando la situazione sarà conclamata e i loro bilanci dovrebbero altrimenti essere depositati, perché la situazione non è più sostenibile malgrado i prestiti delle banche.

Per ora si sono più che altro aiutate le banche, e non tanto le imprese. Si sono rassicurate le banche che se concedono dei prestiti troveranno l'aiuto della Confederazione nel caso in cui il prestito diventi inesigibile. Molte imprese non chiederanno però dei crediti alle banche, perché non vedono alcuna possibilità di ripagare questi prestiti. 

C'è anche il rischio che alcune imprese possano chiedere questi prestiti, pur non vedendo nessuna prospettiva di vendita, per acquistare titoli finanziari con i quali sperano di ricavare un rendimento che non possono più ottenere vendendo i loro prodotti. Questo vorrebbe però dire aumentare il volume di transazioni finanziare senza delle reali ricadute nell'economia svizzera. Anzi, vi è il rischio di rendere più fragile il tessuto finanziario e le stesse banche, perché questi prestiti potrebbero non essere mai più ripagati.

 

Secondo diversi osservatori quella innescata dal coronavirus sarà una delle peggiori crisi nell’ultimo secolo. Nello scorso secolo un importante ruolo nelle politiche di rilancio dell’economia lo hanno avuto le teorie di John Maynard Keynes, orientate a un approccio più attivo da parte dello Stato. Negli ultimi decenni del ‘900 e nei primi del nuovo millennio la tendenza è invece stata quella neoliberista, di lasciare più margine di manovra al libero mercato. Crede che l’attuale crisi riporterà in auge il keynesismo?

Penso che sarà così e me lo auguro. Probabilmente non si userà più l’etichetta di keynesismo, che viene identificata come qualcosa di negativo, ma si rivaluterà il ruolo dello Stato, non solo come l’istituzione che fissa le condizioni quadro entro cui l’economia di mercato può agire liberamente, ma come un attore importante, che non è opposto all’economia privata, ma la sostiene. Dunque complementare ad essa e non concorrente. Anzi, l’economia privata ha bisogno di uno Stato forte, che si indebiti, anziché indebitare i cittadini e le imprese che non possono sopportare dei debiti troppo pesanti, come abbiamo visto con lo scoppio della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. Penso che questo sia di facile comprensione e che le parti sociali, non solo i sindacati ma anche il padronato, ora siano più sensibili al ruolo che lo Stato deve giocare per far funzionare bene l’economia nel suo insieme.

È chiaro che lo Stato dovrà ripagare almeno una parte dei propri debiti tramite le risorse fiscali, ma questo soltanto quando l’economia privata andrà meglio. Se invece, quando l’economia privata riprenderà a funzionare correttamente, lo Stato non potrà sdebitarsi raccogliendo le necessarie risorse fiscali, si ripartirà come fatto dagli anni ‘70 innanzi, con meno Stato e più mercato, impoverendo il settore pubblico, a danno anche dell’economia privata. Uno Stato debole non può aiutare quando serve.

 

Con la crisi del coronavirus si è assistito a un passo ulteriore di intervento dello Stato nell’economia, con Paesi che hanno imposto ad aziende private la produzione di strumentazione sanitaria o mascherine. Questo è un cambio di paradigma importante, che forse si è visto solo in caso di guerra...

Come spesso accade quando c’è una crisi di portata globale, e che in questo caso addirittura esula dal sistema economico e finanziario, si va da un estremo all’altro. In questi ultimi trent’anni siamo andati sempre più verso il liberismo sfrenato, a discapito della società, dell’ambiente, ma anche dell’economia stessa. Ora si andrà nella direzione opposta, fino all’estremo di uno Stato che controlla, dirige e magari addirittura sequestra degli impianti per produrre non più automobili, ma mascherine e bombole d’ossigeno. 

Quando la fase acuta di questa crisi sanitaria sarà superata, si tornerà nel Juste-Milieu. Si riconoscerà il ruolo dello Stato come attore importante, ma che non deve essere uno Stato onnipresente e che impedisce l’attività privata. Si deve trovare una via di mezzo. Credo che in Svizzera si possa raggiungere questo compromesso, se si ragiona correttamente nell’interesse generale e nel lungo periodo. Ovviamente starà all’economia, alla società, ma anche alla politica, fare le scelte giuste e lungimiranti, traendo le lezioni che questa crisi sanitaria ed economica, e prossimamente anche finanziaria, ci impone di imparare. Su questo però nutro qualche dubbio.

 

Fino a qualche mese fa la grande sfida all’ordine del giorno a livello globale era quella ambientale. Si parlava anche in Svizzera di “Green New Deal” o di “eco-Piano Marshall”, prospettando la necessità di un forte intervento pubblico a favore della svolta ecologica. Oggi nel contesto della crisi del coronavirus è ancora un’ipotesi perseguibile?

Sarebbe prendere due piccioni con una fava. Questo "Green New Deal”, di cui si parla già da qualche anno sul piano globale, potrebbe essere attuato ora rapidamente, inducendo il rilancio di cui l’economia privata necessita. Attualmente le imprese non vanno in questa direzione, perché vi è molta incertezza e ovviamente non si lanciano in sfide epocali quando già faticano ad arrivare a chiudere i conti a fine mese. Lo Stato però potrebbe andare in questa direzione, investendo massicciamente per la transizione ecologica. Ora sta investendo molto per la sanità, ma potrebbe e dovrebbe farlo rapidamente anche sul piano della sostenibilità ambientale. Ciò permetterebbe alle imprese di avere maggiori profitti in questo ramo di attività e di avere una maggiore occupazione. Questo si può fare con le risorse fiscali che poi lo Stato potrà raccogliere, senza dover aumentare le aliquote d’imposta: se l’impresa fa degli utili miliardari, pagherà più imposte rispetto a utili più contenuti, o addirittura se è in perdita, a prescindere dall'aliquota fiscale. 

Se lo Stato finora si è limitato a fare da burocrate e assicurare le condizioni quadro, però, non avrà nei suoi cassetti dei progetti d’investimento per la “green economy”. Ora potrebbe sussidiare le imprese che vanno in questa direzione, ma lo Stato dovrebbe investire lui stesso in questa attività, per poi trascinare l’economia privata in questa traiettoria e andare verso un sistema economico eco-sostenibile. Credo che la classe politica sotto i 40 anni abbia una maggiore sensibilità ambientale e potrebbe, sia sul piano svizzero che dell'Unione europea, fare la differenza a questo riguardo.

 

 

franniga