Stampa libera o libera stampa

Stampa libera o libera stampa

Dicembre 08, 2018 - 08:08

Muta il rapporto fra politica e stampa e mutano i media, sempre più dei colossi economici. Il giornalismo, in "crisi di identità", rischia di perdere la sua capacità di informare.

L’asilo Mariuccia fra Leuthard e 20Minuti
L’altro giorno siamo stati catapultati nell’asilo Mariuccia in salsa bernese: l’ultima stoccata è stata data da Doris Leuthard, che giustamente ha detto che i giornalisti sono un po’ “delicatucci” non appena li si critica. Ha inoltre sostenuto che i giornali gratuiti vanno aboliti. Punto nel vivo, pronta la risposta del Caporedattore del 20 Minuten (giornale di gran lunga più distribuito della Svizzera), che ricorda che non sono stati certo i boulevard ad aver provocato la crisi dei giornali a pagamento. Le parole della ministra sono insomma “stupide” e quindi lei è “al posto sbagliato” (e fa niente se era dimissionaria e quindi si toglieva il classico sassetto…). In sostanza il giornalista ha depositato un Denkzettel a futura memoria per chi prenderà il suo posto: don’t touch.
Eppure la ministra avrebbe potuto essere più profonda nella sua analisi. Il rapporto tra giornalismo e politica è infatti fondativo dello Stato costituzionale, si pensi che nel 1849 il primo governo federale esentava i giornali dalle tasse postali. Altri tempi però: rispetto ad oggi i giornali e i partiti erano strettamente legati fra loro. D’altronde è noto che i politici hanno bisogno dei giornalisti perché questi sono antenne nella comunicazione, espandono le loro idee (o i loro silenzi), regalano loro 5 minuti (ma anche anni) di notorietà. Poi la società evolve. La politica tende usare il sistema mediatico che gli permette la massima diffusione di un’idea con il minimo sforzo e si sposta quindi sulla televisione o su internet. La stampa diventa viepiù indipendente e quindi assomiglia di più ad un attore economico. I politici diventano agli occhi dei giornalisti sostanzialmente laide mucche da cui mungere informazioni, per poi esser scaricati come un sacco di spazzatura quando non servono più (citofonare Savary).

Fare giornalismo è pericoloso – ma anche fare politica impegnata
Al netto dell’asilo (ricordo che anche il nostro Moritz si fece notare per arroganza quando insultò una giornalista secondo lui non sufficientemente preparata – spettacolare in negativo il saluto finale del ministro nel video) bisogna ricentrare il discorso su questo rapporto di odio-amore fra due organi sociali (politica e stampa) che agiscono per definizione nello spazio pubblico. Entrambi questi sistemi hanno a che fare con qualcosa di decisamente più oscuro, ovvero le forze economiche, le organizzazioni criminali e il familismo (che non sempre sono facilmente distinguibili fra loro). I politici devono però ricordarsi che, al netto del narcisismo, devono il loro successo sempre ad un/a giornalista. Devono quindi essere rispettosi del lavoro di ricerca che espone i giornalisti a pericoli anche fisici, visto che il loro compito è anche raccontare quell’Oscuro che invece i politici possono tenersi per sé o evitare. Citare qui i nomi di Daphne Caruana Galizia e di Andrea Rocchelli è un’ode al coraggio della categoria.
Certo, pure chi fa politica corre rischi, guardate anche solo il nostro piccolo Ticino: quale potere hanno palazzinari, banchieri, alcuni forti imprenditori pipidini e liberali, i capi delle cliniche private? Tutto legale, l’Oscuro e la politica da noi non sono completamente distinguibili, siccome non c’è trasparenza sul finanziamento dei partiti. Chi paga le campagne elettorali e i giornali, come vengono dati appalti pubblici dati agli amici degli amici in affari solo formalmente corretti, chi fa accordi sottobanco per tenere alti i prezzi e limitare l’accesso al mercato? Chi si mette politicamente contro queste porcherie si ritrova con un vero e proprio Berufsverbot alla vecchia maniera, dove il sistema di milizia – idealmente una buona cosa – diventa l’ancora alla gola.

Il problema dei grandi gruppi mediatici
L’asilo Mariuccia tra politici e giornalisti è un tipo di polemica che nasconde la questione attuale centrale, ovvero che i grandi gruppi mediatici stanno diventando viepiù un luogo di gestione di interessi economici e sempre meno un luogo di elaborazione di pensieri democratici. Si parla di “giornalisti” richiamando a un nome di categoria che sempre meno ha a che fare con la realtà virtuale di gruppi come Tamedia. Questi fra l’altro si dicono di sinistra (e non so cosa ci sia di sinistra a imporre mediaticamente al PS un allucinato come Mario Fehr a Zurigo…), ma in realtà sono colossi finanziari. Grazie alla sua diversificazione su varie piattaforme, queste aziende mediatiche hanno un potenziale di orientamento dell’opinione pubblica anche più alto di quello della televisione (come ricordava il caporedattore del 20Minuten).
Quando la Leuthard critica i boulevard quindi in realtà non critica più un partner del Potere, come poteva essere ieri, ma critica un suo competitor. Se teniamo fermo il concetto di democrazia come lo abbiamo compreso fino ad oggi, siamo di fronte ad una catastrofe. La domanda è se al netto dell’evoluzione che abbiamo di fronte agli occhi dobbiamo cambiare la nostra idea democrazia o dobbiamo aggredire il giornalismo economicizzato. O se addirittura ci sono terze vie, sempre coscienti del ruolo di alcuni siti internet come google o facebook.

I giornali non si attaccano più fra loro
Con la televisione, poi con l’informatica, la politica ha gradualmente lasciato i giornali. Di conseguenza i giornali sono diventati fra loro concorrenti anzitutto economici e non più politici. Questa differenza è evidentissima quando si leggono i giornali dei decenni addietro e quelli di oggi: le testate si citavano e si insultavano, i giornalisti si davano dei bugiardi, si commentavano. Le Fake News sono sempre esistite, non facciamo gli ingenui per favore. Solo che cambiava l’oggetto del contendere. Ben consapevoli che i politici parlavano solo per il tramite del giornale, il giornale mentiva sull’interpretazione della realtà. Mentre oggi i politici attraverso i media virtuali (la cosiddetta società im-mediata) possono mentire direttamente sulla realtà, permettendo ai giornali di attaccare i politici sul piano della descrizione del reale e non sul piano delle idee. E così i giornali non si criticano più fra loro, ma criticano il politico. Il politico di reazione cerca alleanze con una parte dei giornali e trova avversari negli altri.
Quello che rimane è un colossale cartello verticistico (per riuscire anzitutto a raggranellare il poco che rimane della pubblicità), che come sempre in economia fa andare d’accordo parti che in teoria si odiano e che si muovono in base a ciò che gli conviene e non in base a ciò in cui credono. In tutto ciò i concetti come “categoria”, “ordine” o “corporazione”, sebbene ancora usati copiosamente dai giornalisti di queste case mediatiche per autodescriversi, stanno purtroppo diventando dei segnaposto svuotati del loro senso storico. I giornalisti (non per colpa loro, invero) sono costretti a non trovare più fondamento nelle idee, ma ad esprimere una coerenza ideologica in base ai buchi di mercato.

Le reazioni di fronte agli spazi del mercato
Non si pensi che chi amministra il Potere sia un ingenuotto e non abbia visto questa situazione, reazioni ce ne sono: Blocher si è comprato tutti i piccoli giornali locali della Svizzera. Fatto che permette improvvisamente l’apertura di spazi impensabili, si pensi al giornale Berner Landbote che zitto zitto riesce ora a trasmettere messaggi di ultra-sinistra facendo finta di far giornalismo come gli altri giornali gratuiti. Chiaramente anche il Consiglio federale si muove, perché loro sono i meno ingenui di tutti. Guardate l’operazione colossale di Bluewin, il sito di informazione svizzero più letto: è di proprietà della Confederazione e tecnicamente è una “assicurazione sulla vita” della politica contro i gruppi mediatici, senza che però si sia sotto il costante fuoco della critica che deve vivere la SSR. La domanda è se sia democratico che il sito internet più visto della Svizzera non sia chiaramente identificato come sito di Stato. Si tratta qui di sistemi di autodifesa basati su possibili “guerriglie” mediatiche, perché tutti sanno che potenza di fuoco hanno Tamedia e 20Minuten quando vogliono ottenere qualcosa.
In tutto ciò il cittadino-elettore diventa un semplice spettatore di uno scazzo generale fra attori del Potere che invece dovrebbero essere al suo servizio. Secondo me, però, il primo perdente in questa rivoluzione digitale è lo/a stesso/a giornalista. Sballonzolati di qua e di là dall’economicizzazione del mestiere, come reazione psicologica misurano la loro dimensione professionale in base a criteri atavici, magari guidati da giornalisti anziani che la sanno lunga. Si lamentano quindi senza sosta delle fake news e si mostrano stupiti di questa evoluzione.

L’autodescrizione dei giornalisti come problema da analizzare
Uno dei problemi di fondo della nostra società quindi è proprio l’auto-descrizione dei giornalisti. Loro sono i nostri fari comunicativi, invece di informarci però oggi sono tutti concentrati a cercar di capirci qualcosa sul loro ruolo nel mondo in cui si sono persi. Questo limita noi nel riuscire a capire come orientarci. Purtroppo, queste barriere mentali che vivono gli attori della stampa non fanno cogliere le modifiche sociali che abbiamo di fronte agli occhi e rischiano di essere esse stesse una con-causa della deriva populista.
Proprio basandomi su queste riflessioni nella prossima puntata di Malleus affronterò quindi la questione delle fake news, nonché l’impatto che hanno sul mondo politico, ma anche sul mondo giornalistico.
(segue)
 

Filippo Contarini, teorico del diritto a Lucerna