Stampa libera o libera stampa (parte seconda)

Stampa libera o libera stampa (parte seconda)

Dicembre 19, 2018 - 17:38

La scorsa settimana abbiamo dato uno sguardo al rapporto tra politica e la stampa. La politica ha (anzi: aveva) bisogno della stampa per diffondere le proprie opinioni. La stampa ha bisogno della politica per avere informazioni fresche. Oggi inizio a trattare il problema delle fake news, spiegando il ruolo del giornalista come soggetto di fiducia. La prossima settimana, nella terza e ultima parte di questo articolo, ragioneremo infine sul concetto di autorevolezza.

Il compagno di classe che dice le bugie
Le prime ossa con le fake news te le fai alle scuole elementari, dove i bambini si allenano a dire le bugie e a fare la spia. Si cresce, alcuni usano le bugie per farsi belli, alcuni esagerano. A una festa a casa mia tanti fa un compagno di liceo arrivò con lo champagne e la sparò grossa: “ragazzi, mio papà ha inventato il vaccino contro l’aids! Festeggiamo!”. Il patata, così lo chiamavano: mentiva sempre.
D’altronde chi non mente? Una bugia piazzata qua e là aiuta perlomeno a star bene con il nostro ego. Ma lo sappiamo tutti: alcune persone mentono come respirano. E quindi dobbiamo proteggerci. Ognuno di noi ha quindi un sensore per cercar di capire se sta davanti ad una bugia.
Oggi le bugie si trovano spesso su internet. Quando la news arriva da lercio.it (p.e.: “scacchista vegano non mangia i cavalli: partita sospesa”) il sito, i contenuti e i toni fanno capire subito che è tutto falso. Non è una fake news, è proprio una cazzata. Poi ci sono le storie. Su reddit.com, il sesto sito più letto al mondo, si sa che quello che si legge potrebbe non essere vero. Insomma, che un articolo potrebbe essere semplicemente una storia.
La differenza fra una bugia e una storia non è sempre facile da individuare. La fake news è parte del mondo delle bugie. Ecco quindi la prima domanda: ma cosa cambia fra una fake news e una storia? Perché la prima è pericolosa, mentre la seconda è una cosa che addirittura ci fa crescere?

Cosa è una fake news?
Riassumendo di molto si può dire che le fake news si presentano come informazioni autorevoli e usano gli strumenti della trasmissione di informazioni vere, delle real news. La fake news è una notizia falsa che ha l’aspetto di una notizia vera.
Le fake news cercano di basarsi su un fondo di verità. Per farlo sfruttano strumenti conosciuti da altre costruzioni informative. Come il complottismo sfruttano la complessità della società e danno risposte rapidi a problemi difficili. Rubano poi l’autorevolezza delle autorità, sia statali sia sociali, cercano quindi di presentarsi come espressioni di siti autorevoli, oppure usano alcune persone famose che le ritwittano o ripostano. Ci cascano un po’ tutti, lo raccontava Michele Serra l’altro giorno: uno scienziato in America ha preso per vero un suo articolo satirico pubblicato in Italia…
Infine le fake news usano gli strumenti che siamo abituati (!) a considerare come portatori della verità: fotografie e video, in particolare se fatti con uno smartphone. Quando una notizia è accompagnata da una presunta prova, automaticamente assume lo status di presunta real news e quindi bisogna provare il contrario per scardinarla. Le famose scie chimiche ne sono l’esempio più palese.

I politici mentono – per fortuna ci sono i giornalisti
Partiamo da una cosa sicura: i politici tendono a dire fake news. Una battaglia per capire chi spara la cazzata più grossa ai nostri giorni sarebbe dura: Tito Tettamanti? La Canonica? Fulvio Pelli? Ma non c’è nulla di strano, si badi bene: come diceva la mia nonna, luganese, “in pulitica come in temp da guèra: püssee ball che tèra”.
I giornalisti servono anzitutto a questo: a smascherare le menzogne dei politici. È successo anche a me, quando mi baloccavo con le elezioni (per poi capire che la politica proprio non fa per me): in un caldo pomeriggio settembrino venivo messo alla graticola dalla Paola Ceresetti, che quando era giornalista era proprio un osso duro. Era più faticoso rispondere a lei che non a Lorenzo Quadri, proprio perché Quadri di principio lo sai che dirà cazzate, mentre con lei bisognava fare attenzione, perché ben sapevo che mi avrebbe corretto alla prima bugia palese che avrei raccontato.
Purtroppo però far politica e mentire sono due facce della stessa medaglia: solo attraverso un abile gioco di verità e menzogna, di fiducia e tradimenti, puoi far cadere gli altri politici nel gioco della tua strategia. Valeva ieri, vale oggi: finché il parlamento rimane un luogo in cui le maggioranze possono variare, la verità rimane un oggetto esterno all’attività dei deputati. Non che la verità non sia importante, semplicemente deve stare altrove: nell’amministrazione, ad esempio, o nel giornalismo.

Il/la giornalista e le mezze verità
Ciò che distingue i politici dai giornalisti è la gestione della verità. Entrambi non devono dire la verità: un buon politico deve saper mentire bene, mentre il buon giornalista deve saper nascondere bene la verità.
Tutta la verità? Assolutamente no: il/la giornalista lavora sì per scoprire le menzogne dei politici, ma non certo per far venire fuori tutta la verità che conosce. Quello che il giornalista dice è infatti solo una parte della verità, c’è sempre qualche informazione che si tiene per sé.
Prendete la costituzione svizzera: la parola “segreto” è scritta sì due volte, ma solo una volta è scritta per dire che il segreto è tutelato: si tratta del cosiddetto “segreto redazionale” del giornalismo. Il giornalista funziona così: lui (o lei!) sa diciamo 100, ma al lettore deve riportare al massimo il 20% di quel che sa. Questa è la chiave che lo rende interessante, il motivo per cui tutti gli raccontano segreti: si sa che lui non li racconterà tutti, che alcune cose le terrà per sé.
Lavorare con un buon giornalista significa che ti puoi fidare. Sai che all’esterno dirà solo i fatti che servono per tirar fuori il torbido, senza però metterti nei guai. Il giornalista deve poter tenere nascoste le sue fonti. Questo gli permette di essere un megafono dei segreti altrui, ma selettivamente.

Il giornalismo come relazione di fiducia
Partiamo da un assunto: i fatti del mondo sono tanti, difficili, talvolta nascosti. I famosi “fatti” che raccontano i giornalisti, quello che dovrebbe essere alla base delle “real news”, sono anzitutto qualcosa di creato artificialmente, sono delle storie. Centrale per sapere se la real news è vera: le prove.
Le prove possono essere tangibili (come in un processo davanti a un tribunale, per dire), oppure vengono da una cosiddetta “fonte sicura”. Che tu non devi conoscere, ma che il giornalista conosce. Ecco che si capisce meglio cosa sia una “real news”: essa è il derivato di una relazione di fiducia, in cui il lettore si fida di una mezza verità (ovvero non ti assilla chiedendoti: “ma da dove lo sai?”). Contemporaneamente la fonte confidenziale si fida del mantenimento del segreto. Il/la giornalista è il nodo di questa relazione.
Il diritto di avere segreti del giornalista gli dà potere, il famoso quarto Potere. Esso è basato sul diritto costituzionale di non dover dire tutta la verità. E in questo modo il giornalista riesce a smascherare quando un politico, o un manager, ecc., non dicono la verità.

La funzione polemica del giornalismo nella sua storia
Attenzione però: la funzione dei giornalisti non è spiegare la verità. Per quello c’è già la scienza. Ci sono le perizie. I giornalisti servono a spiegarti cosa c’è dietro la verità, cosa qualcuno sta cercando di nascondere: le famose tre S, ovvero i tre tabù della nostra avidità (sesso, soldi, sangue). Cose che se si dovessero sapere (“lo sai che xxx va aletto con xxx tradendo xxx?”) provocano la nascita di conflitti fra persone e fra famiglie.
La professione del giornalista si regge sull’idea che qualcuno sta nascondendo qualcosa e il giornalista lo può sputtanare grazie alla soffiata di qualcun altro. È così anche nella storia, sin da metà del Settecento, da quando nelle corti imperiali improvvisamente l’etica illuminista della curiosità e del sapere mise in crisi i segreti del principe.
Non capiamo il problema delle fake news se prima non accettiamo con precisione il giusto ruolo polemogeno (ovvero: che crea polemica) del giornalista. E la fake news opera in quel contesto: crea mega-polemica.
(la prossima settimana segue la terza e ultima parte)

Filippo Contarini, teorico del diritto