Stefano Zamagni. "Bisogna ripensare l'educazione. E servono imprenditori illuminati"

Stefano Zamagni. "Bisogna ripensare l'educazione. E servono imprenditori illuminati"

Dicembre 28, 2019 - 20:40
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L’economista italiano Stefano Zamagni era ospite lo scorso 19 dicembre dello Iuffp a Lugano (Istituto universitario federale per la formazione professionale), per parlare del tema della formazione nell’epoca della rivoluzione digitale. 
Per Zamagni l’attuale modello di istruzione è ancora legato al metodo di produzione taylorista, della catena di montaggio. Oggi è necessario un cambio di paradigma, se si vuole rimanere competitivi. Al termine della sua conferenza (vedi qui), lo abbiamo intervistato. 

 

Stefano Zamagni, perché oggi il modello taylorista è superato?
Il punto che non va mai dimenticato è che il taylorismo è il frutto maturo della seconda rivoluzione industriale. Taylor inventa la catena di montaggio, dove devono accedere persone e lavoratori che abbiano un solo compito: obbedire ai comandi che ricevono. 
Questo modello, che ha avuto grande successo dal punto di vista economico, è entrato in crisi a partire dagli anni '70 del secolo scorso, quando è iniziata la terza rivoluzione industriale. Il colpo di grazia è avvenuto all'inizio di questo secolo, quando ha preso avvio la quarta rivoluzione industriale, legata alle nuove tecnologie del digitale e dell'intelligenza artificiale. Di fronte a questa novità, avere persone che eseguono pedissequamente gli ordini ricevuti porta il mondo delle imprese al fallimento. Oggi quello che occorre è l'innovazione. Ma se uno è abituato solo a obbedire come fa l'impresa ad innovare? La risposta che qualcuno dà, ovvero che per l’innovazione deve esserci un’equipe, è ridicola! Ecco perché oggi il modello olocratico, che è esattamente il modello anti-taylorista, tende a far si che tutti, anche il più modesto neo assunto, possa esternalizzare, attraverso processi che ovviamente vanno ben precisati, per evitare anarchia, le proprie idee e le proprie progettualità. I
 
Quanto conta per il dipendente poter esternalizzare quello che pensa?
Conta moltissimo perché quando un dipendente esternalizza quello che ha dentro, la cosiddetta conoscenza tacita, va a casa che è contentissimo. La persona umana non è come le bestie. Ognuno di noi è felice quando vede che viene realizzato il suo piano di vita e la sua personalità. Questo è il concetto aristotelico della eudamonia, che in greco vuol dire la fioritura umana. Se non capiamo questo è inutile andare avanti. Ci sono dei "testoni" che pensano che gli esseri umani siano più o meno come gli animali. Non è così.
Se io dò la gioia a una persona di vedere che quello che lui ha pensato, proposto o suggerito, ha successo, quella persona sarà la più contenta del mondo. Ecco perché oggi si parla di introdurre all'interno delle imprese i chief happiness officer (accanto al ceo, chief executive officer), ovvero un dirigente che si occupa della felicità dei propri dipendenti.
 
Nella sua conferenza lei ha parlato dell’importanza delle conoscenze tacite, ovvero conoscenze che non possono essere trasmesse con l’insegnamento classico, ma solo con la pratica. Questa trasmissione deve avvenire nelle aziende?
Non solo le aziende, anche l'università! Il problema è che l'università è ancora di tipo taylorista, dove il professore è quello che sa tutto, anche se è un povero cretino e gli studenti devono ripetere. Nell'università il modello olocratico è fondamentale, perché gli studenti possono stimolare i professori, e portare, con l'ausilio della loro creatività, dei suggerimenti fondamentali. .
 
In un contesto universitario come può avvenire quello che lei definiva "coazione", conoscenza e azione allo stesso momento?
In America già funzione. Con il modello del cooperative learning, ovvero l'apprendimento cooperativo. Non si capisce perché le migliori università statunitensi lo adottino e noi in Italia dobbiamo andare avanti con il modello humboltiano del professore, che quando arriva in cattedra gli studenti devono alzarsi sull'attenti. Questo era vero fino a pochi anni fa. L'ho visto con i miei occhi.
 
Per quanto riguarda il contesto europeo, crede che il passo aventi debbano farlo le aziende o il mondo della formazione?
Il passo verso l'altro lo devono fare le imprese, le quali devono accettare questo nuovo corso delle cose. Una volta accettato si potranno cercare concretamente le modalità di cooperazione con il mondo delle università, della scuola e dei formatori. Fino a che non arriveremo ad una massa critica di imprenditori illuminati e ovvio che ci sarà poco da fare.