Testare e chiudere o testare per non chiudere?

Testare e chiudere o testare per non chiudere?

Dicembre 26, 2020 - 22:50
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Tracciamento e isolamento degli asintomatici: un “pilastro" (un po’ “bistrattato”) della strategia che potrebbe essere esteso (per evitare altre chiusure)? Fra le rassicurazioni sul contact tracing ticinese e le proposte di test a tappeto, abbiamo chiesto il parere a tre esponenti politici ticinesi…

Tracciare e/o chiudere. Estremizzando un po', è in questo binomio che in si è mossa finora la reazione della autorità alla pandemia di coronavirus per quanto riguarda il contenimento dei contagi (che è il grosso della strategia anti-covid, non solo in Svizzera, a cui si aggiungono il potenziamento delle capacità ospedaliere, che comunque non è bastato ad evitare nella seconda ondata di trovarsi nuovamente “al limite”, i progressi nelle cure e ora il vaccino). Aggiungiamoci pure le mascherine e le raccomandazioni sulle misure di igiene e di distanziamento sociale. 

Per quanto riguarda l’opzione delle chiusure esse hanno l’evidente limite che costano. E tanto. Nel caso migliore (si fa per dire) è l’ente pubblico a dover pagare con aiuti per i settori colpiti, nel caso peggiore i privati con perdite, licenziamenti e fallimenti. Senza parlare delle conseguenze sociali e psicologiche sulla popolazione, aspetto su cui ora iniziano ad emergere diversi dati, poco edificanti.

Il tracciamento precoce dei contagi e la conseguente messa in isolamento e la quarantena dei contatti stretti può essere un'alternativa alle misure di chiusura? Attualmente è perlomeno un “pilastro” altrettanto valido nella strategia della Confederazione (o dovrebbe esserlo). Recentemente la task force federale, in relazione alla comparsa della nuova variante “britannica” ha invitato ad applicare misure più rigorose (ovviamente, senza però dirci quali), ma anche ad un “immediato ampliamento delle capacità cantonali di test e di tracciamento” (analisi, tracciamento, conseguente applicazione delle disposizioni di isolamento e quarantena, e individuazione dei focolai e delle fonti di infezione).

In Ticino, in merito al contact tracing, il Consiglio di Stato si è recentemente chinato sull’interrogazione del granconsigliere socialista Henrik Bang, che chiedeva lumi su alcuni casi di malfunzionamento segnalati nel servizio di tracciamento (vedi qui).

Dalla risposta del Consiglio di Stato si evince che alcuni problemi segnalati ad inizio mese erano momentanei, dovuti all’implementazione di una nuova piattaforma informatica. Margherita Sulmoni, candidata al consiglio comunale di Lugano per il Plr, in uno scritto inviato alle redazioni ad inizio dicembre, aveva raccontato della sua personale pessima esperienza con il contact tracing (vedi qui). Quanto era avvenuto, ci spiega Sulmoni, è che ”nel mio caso e in quello di mio figlio sono passati nove giorni dal giorno del test positivo a quello in cui il contact tracing ci ha contattato (per avere la lista dei contatti da mettere in quarantena, ndr)”. “A quel punto la quarantena per chi era entrato in contatto con noi di fatto risultava di mezza giornata” e “inoltre non ci hanno chiesto informazioni sui luoghi frequentati”, spiega. "Potrebbe invece essere interessante capire ad esempio che locali una persona che risulta positiva ha frequentato”, prosegue Sulmoni. “Se per esempio nella stessa sera risultano 10 persone che hanno contratto il covid, potrebbe esserci un problema nelle misure di sicurezza del locale da risolvere”.

Ad ogni modo, sembra che ora sia acqua passata, sul fronte dei ritardi, stando alla risposta del Consiglio di Stato. In merito alla raccolta dei dati del luogo di contagio le cose per ora sembrano un po’ più complicate. Un aspetto, quello della mancanza di informazioni sui luoghi dei contagi che il consigliere nazionale della Lega Lorenzo Quadri ha criticato sulle pagine della scorsa edizione de Il Mattino. “Visto che abbiamo anche degli Uffici di statistica preposti a raccogliere dati, sono abbastanza sorpreso che non siano disponibili dei dati con un minimo di struttura, che ci dicano dove si è contagiata la gente, facendo cosa, e qual è la tipologia del contagiato”, ci dichiara Quadri. “Mi sembra dunque si stia andando un po' a naso: si chiudono i ristoranti semplicemente perché si ritiene che non siano indispensabili. Si sono chiusi i musei: vorrei sapere quante persone si sono contagiate in un museo vuoto, mentre vi sono i mezzi pubblici e i grandi magazzini che sono pieni”, prosegue Quadri. “Si fa fatica a intravvedere una logica, sembra che l'obbiettivo sia semplicemente quello di togliere alle persone dei motivi per uscire di casa. Non mi sembra che vi sia una valutazione più strutturata che vada ad agire sui luoghi dove veramente ci si contagia”.

Tornando al contact tracing ticinese, secondo il Governo la nuova piattaforma ha dato risultati “incoraggianti” e una velocità di trattamento del 30% superiore. “In situazione normale”, scrive il Governo, “i casi vengono trattati nelle 12-24 successive al loro annuncio al contact tracing” e ogni positivo ha comportato la quarantena in media di 4-5 persone, dato in diminuzione da metà novembre a una media di 2 persone per caso positivo. La capacità di tracciamento è passata dalle 4-6 persone al giorno di settembre (con 3 operatori), fino alle 300 al giorno di novembre (con 22 unità lavorative).

Bene. Ora questa capacità andrebbe estesa, si diceva.

Nella scia di questo discorso sembrerebbe aver dato esiti positivi l’esperimento grigionese di test a tappeto, utilizzando la possibilità fornita dai test rapidi. Secondo quanto comunicato dalle autorità grigionesi oltre 17’000 test rapidi sono stati effettuati tra l’11 e il 18 dicembre e avrebbero permesso l’isolamento precoce di 192 persone, comportando nell’arco di una settimana un 73% in meno di nuovi contagi.

Ora anche altri Cantoni stanno ragionando su questo possibilità, per ora vista come risposta complementare a quella delle chiusure. Tuttavia sembra abbastanza logico che se si riescono a contenere i contagi (che sia con l’individuazione precoce degli asintomatici che “portano in giro” il virus, con il rispetto del distanziamento sociale, o altro, poco importa), la necessità di misure di chiusura viene meno, o perlomeno si riduce.

La richiesta di test a tappeto anche in Ticino è stata fatta ad inizio mese in un’interpellanza della Lega dei Ticinesi. "Facendo dei test a tappeto su larga scala si possono individuare degli asintomatici e isolarli, riducendo i possibili focolai, ed evitare dunque di dover prendere misure di chiusura, perché si riescono a far scendere i contagi in modo alternativo”, sostiene infatti Lorenzo Quadri, che sulle pagine del Mattino (che ha una linea critica sulle chiusure) si è fatto nelle ultime settimane portavoce di questa richiesta. “Nei Grigioni, hanno detto, l'esito è stato soddisfacente. In Ticino si è un po' persa un'occasione, credo. Quando è stata lanciata la proposta, indirettamente il medico cantonale ha detto che i test rapidi sono inutili o addirittura dannosi, perché vi sono i falsi negativi”, prosegue Quadri. “Può darsi che ci sia qualche falso negativo, ma intanto si identificano tanti veri positivi che senza i test a tappeto non sarebbero stati identificati”.

"Sono favorevole a tutto quanto serve per scoprire più casi possibili”, ci dice in merito Margherita Sulmoni. “È evidente però che se questi test non sono affidabili come un tampone classico e dunque possono indicare falsi positivi o falsi negativi, e questi sarebbero quelli più a rischio di contagiare altre persone, bisogna dire chiaramente che sono degli indicatori e che un test negativo non è ancora un via libera”. “Potrebbero però avere anche un'utilità nel sensibilizzare le persone, magari quelle con malesseri lievi, a farsi testare”, conclude Sulmoni.

Secondo il granconsigliere socialista, Henrik Bang, autore della suddetta interrogazione, l’esperimento grigionese è “interessante” e potrebbe rappresentare un tassello verso una strategia di progressivo allentamento delle misure. “La gente ha bisogno di una certa libertà, della possibilità di lavorare e di svagarsi”, ci dice Bang. Una possibile strategia potrebbe essere “quella di proteggere le fasce deboli, mentre per le altre fasce eseguire test a tappeto, individuando i soggetti asintomatici e spezzando così le catene del contagio”. Delle strategie settoriali, visto che attualmente, prosegue Bang, i giovani sono quelli più “tartassati”. “Ma”, si chiede Bang, “perché dopo aver ricevuto esito negativo a un test un gruppo di giovani che vogliono andare a vedere uno spettacolo non possono?”. Oppure, “qual è il problema se dieci amici che hanno già fatto il covid a settembre, e dunque dovrebbero avere gli anticorpi, fanno una cena assieme?”. Tanto più che ora stanno arrivando i vaccini. Ci vuole insomma, secondo Bang, “una segmentazione dei divieti, mantenendo una protezione per le categorie più a rischio. Si deve iniziare a studiare le strategie di liberalizzazione e in questo senso il contact tracing, i test rapidi e le vaccinazioni, sono tutti strumenti che servono a bloccare la catena del contagio”. “Attualmente si stanno creando problemi con le misure di chiusura”, dice Bang. “C’è un aumento della violenza domestica, di patologie psicologiche. Una situazione che rischia di scoppiare e che non dobbiamo far scoppiare”.

 

 

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