Torna a casa Letta (fra la via Emilia e il West)

Torna a casa Letta (fra la via Emilia e il West)

Marzo 13, 2021 - 00:12
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Il segretario del Pd Nicola Zingaretti dà le dimissioni e al suo posto i media italiani vedono il già "sereno” Enrico Letta, ex primo ministro ed ex vice-segretario di Bersani, di ritorno dall'esilio francese. Quando il “decostruttivismo” viene applicato ai partiti…

Il 5 marzo, dopo averlo preannunciato il giorno prima, il 4 marzo, sui social media, Nicola Zingaretti ha rassegnato le dimissioni da segretario del Pd, partito democratico, il più importante partito di centrosinistra italiano.

Vita travagliata quella del Pd, nato, frettolosamente, per iniziativa di Veltroni. Dopo la sconfitte alle elezioni politiche del 2008 contro Berlusconi, Veltroni reggerà ancora un anetto alla guida del Pd, per poi capitolare e dedicarsi "all'ippica" (o meglio a scrivere libri, girare documentari e fare interviste - quella a Claudio Signorile dell'estate 2020 era una bella intervista). Arriva come "reggente" uno degli ultimi due astri nascenti della Dc, democrazia cristiana, tale Dario Franceschini (cristiano sociale e "aclista" come il suo mentore Pierre Carniti). Carisma zero, idee chiare ancora meno, visione, strategia e progetto, lasciamo perdere.

Siamo nel 2009 e la base del Pd, con le primarie, decide di farsi guidare dallo "smacchiatore di giaguari", alias Pierluigi Bersani, in gioventù con simpatie trozkiste, in età matura “prodiano" con l'ambizione di stare a metà strada fra D'Alema e Veltroni. Insomma Bersani è il "Lionel Jospin piacentino" e riesce a rimanere alla guida del Pd per ben 4 anni (record di durata per un segretario di questo partito, eguagliato solo da Matteo Renzi). Nel 2013 passerà alla storia come colui che vince le elezioni, senza avere una vera maggioranza parlamentare. "Anatra zoppa", dopo che i 101 franchi tiratori impallinano Prodi come presidente della Repubblica, vi è la rielezione come inquilino del Quirinale di Giorgio Napolitano, compagno di partito di Bersani, però "migliorista" e sostenitore della trattativa "Stato-Mafia", nonché da sempre molto disponibile con Berlusconi, Craxi (divenne presidente della Camera nel 1992 grazie all'allora inquisito Bettino che lo sostenne contro il candidato ufficiale del suo partito, il Pds, Stefano Rodotà, facendo infuriare il povero Occhetto), nonché sponsor prestigioso di Matteo Renzi. Napolitano decide di silurare Bersani, incaricando il suo vicesegretario, Enrico Letta di formare un Governo.

Nessuno nel Pd obiettò al siluramento del povero Bersani e al "tradimento" del suo vice, Letta, che subito si mostrò disponibile a fare quello che Napolitano voleva e che Bersani invece era un po' troppo recalcitrante, ovvero fare una coalizione fra Pd e Berlusconi.

Ma anche Letta a furia di "stare sereno" fu ripagato con la sua stessa moneta ed "esiliò" in Francia (c'è sempre qualcuno più servizievole e "lecchino" nella vita, alias il “cocco" di Napolitano, tale Matteo Renzi).

Intanto il Pd sarà retto (fino a congresso/primarie nuove) da Guglielmo Epifani. Carisma si veda  quanto scritto a proposito di Franceschini (nonostante lui provenisse dai vertici del sindacato). Epifani è filo-sionista e craxiano della prima ora (a lui non bastava un solo difetto, ne preferiva avere due), era succeduto a Cofferati a dirigere il più grande sindacato italiano, la Cgil, ed era stato il primo segretario generale della confederazione generale dei lavoratori di area socialcraxiana, allievo prediletto dell'abruzzese e fedelissimo di Bettino Ottaviano Del Turco.

Le primarie pre-natalizie del 2013 del Pd consacrano Matteo Renzi nuovo segretario.

Il "fonzie fiorentino" con i suoi Lotti, Carrai, Boschi, … , creerà un blocco monolitico di potere ("il Giglio magico"), che andrà a schiantarsi contro la votazione popolare sulla riforma costituzionale, facendo resuscitare nei dibattiti su La7 democristiani come il capopopolo di Nusco, alias Ciriaco De Mita e il campano Cirino Pomicino, facendoceli rivalutare (almeno per capacità dialettiche).

Renzi che dal 2013 comandava nel Pd (con una parentesi, nel 2017, in cui affidò il ruolo di segretario del Pd al suo compagno di "Playstation" Matteo Orfini), nel marzo del 2018 si arrende e lascia la guida del Partito al "reggente" Maurizio Martina (un altro che in fatto di carisma, visione, strategia e progettualità fa passare Franceschini come novello Ché Guevara. Il carisma di Martina è inferiore a quello di un manichino dell'Oviesse o dell'Upim).

Il merito di Maurizio Martina è quello che quando è arrivato a Lugano all'hotel De la Paix per un comizio-conferenza, è riuscito a far passare, al confronto suo, la municipale socialista di Lugano Cristina Zanini Barzaghi come una "pasionaria" (e ce ne vuole!)!

Il 17 marzo 2019 il Pd elegge nuovo segretario nazionale del partito Nicola Zingaretti, il "fratello del commissario Montalbano", che il 5 marzo 2021 ha gettato la spugna e ha rassegnato le dimissioni.

Se Derrida &Co in filosofia hanno dato vita al concetto di “decostruttivismo", portato nell'architettura da Frank Gehry e Zaha Hadid, il Pd italiano ha voluto traslarlo alla forma partito, spingendosi fino al “decostruttivismo del vuoto pneumatico che diventa partito" (il M5S e Forza Italia, negli ultimi anni, hanno aderito a questo movimento surrealpolitico).

Adesso, secondo tutti i media italiani, si farà tornare dall'esilio francese il buon Enrico Letta (il "stai sereno" di renziana memoria e colui che "tradì", dopo aver fatto un decennio di politica gomito a gomito, Pierluigi Bersani).

Enrico Letta è un democristiano di marca. I suoi referenti sono quelli della sinistra (ma non troppo) democristiana come Mino Martinazzoli e soprattutto Beniamino Andreatta (di cui è stato l'ultimo allievo, mentre il primo è stato Romano Prodi). Letta è cresciuto fra "Il Mulino" e tutti i vari think tank (e riviste intellettual-politiche) presenti “fra la via Emilia e il West" (nonostante lui non abbia origine padane, ma della Marsica), che a cavallo fra gli anni '90 e i primi anni 2000 erano frequentati dai vari Arturo Parisi, Giulio Santagata, Paolo De Castro e tanti altri, senza dimenticare il presidente della facoltà di economia dell'università di Bologna Stefano Zamagni.

È “fra la via Emilia e il West", fra articoli e simposi, che si è andati a dar forma e consistenza a quella visione che "rivalutasse" il pensiero di Ferdinando Caffé ("non ha senso che lo Stato produca passate di pomodori"), si mettesse in soffitta il pensiero di Alberto Beneduce e Donato Menichella sull'interventismo statale nell'economia e si approdasse ad una filosofia politica più "light", che dicesse che lo Stato poteva/doveva intervenire prevalentemente in due ambiti economici: quello dell'infrastrutture (ferroviarie, telefoniche, elettriche, stradali, gas, ecc.) e il Terzo settore (lodando la sussidiarietà come nuovo paradigma), dove mondo cattolico e l'associazionismo rosso (di matrice comunista e socialista) potevano unirsi per perseguire assieme un nobile obiettivo: farsi finanziare dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni e dall'Ue.

È tra la via "Emilia e il West" che pezzi importanti del Pds/Ds e della Dc/Pp/Margherita hanno avallato da una parte la dismissione (leggi privatizzazioni) da parte dello Stato della “passata di pomodoro" (e già che c'erano anche dell'olio d'oliva Bertolli, dei dolci Motta ed Alemagna, dei surgelati Surgela, dell'Autogrill, dei supermercati GS, dei pavesini, ...) e dall'altra la "privatizzazione" dei servizi erogati in materia di politiche sociali, affidandoli al "benedetto" (laicamente) terzo settore (fatto da associazioni no profit, cooperative sociali, fondazioni,...).

Anche in Ticino le teorie elaborate fra la via "Emilia e il West" hanno trovato molti proseliti (ma alla fine, chissà perché, tutti si accasano nello Stato, magari approdando alla formazione continua del Decs).

Letta l'ha "battuta" in lungo e in largo la strada tra la via "Emilia e il West" e adesso come premio ha via Nazzareno a Roma (sede del Pd) e forse un giorno la possibilità di tornare a Palazzo Chigi.

Ma intanto il "decostruttivismo" impera e nominare come segretario di partito una riproduzione un po' sbiadita di Prodi, manco fosse la sceneggiatura scritta da Fellini per il suo "Amarcord", non farà risorgere il Pd.

Il Pd è figlio, con 30 anni di gestazione, di quel compromesso storico fra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ma loro sono morti e anche Romano Prodi non è più giovanissimo. Ma soprattutto, non c'è più quell'Italia del 1978 (e neanche quella del 2008, anno di nascita del Pd). Enrico Letta aveva 18 anni nel 1984 (quando moriva Berlinguer) e ne aveva 12 anni quando moriva lo statista pugliese e dopo 43 anni dalla Renault 4 rossa, tutto è cambiato. Non c'è più una classe dirigente degna di questo nome, non ci sono più i milioni di iscritti al partito, non ci sono più né i conventi Santa Dorotea, né le "Frattocchie" dove analizzare ed elaborare qualche idea politica del 21esimo secolo.

Non c'è più niente, se non il bisogno impellente di stare al Governo (per fare che cosa poco importa), "avvinghiati come l'edera". Fuori dal Palazzo, il decostruttivismo politico-partitico non ha prodotto un nuovo paradigma come in architettura e in filosofia, ma solo macerie e desertificazione.

L'alternanza, concetto molto caro a quelli "tra la via Emilia e il West" (come Arturo Parisi, Goffredo Bettini, Maurizio Migliavacca, Stefano Menechini, ecc) oggi va declinato fra "un'ammucchiata con dentro tutti" (dal Pd ai 5MS, a Salvini, Renzi e Berlusconi) e una Giorgia Meloni sostenuta da Casa Pound e affini. Che culo.

Forse era meglio "morire democristiani".