Tra miti elvetici e wokeness femminista: due giornate al Museo nazionale svizzero

Tra miti elvetici e wokeness femminista: due giornate al Museo nazionale svizzero

Aprile 20, 2021 - 20:20

Due mostre del Museo nazionale svizzero. Temi molto diversi fra loro, ma con una tendenza in comune. Un'occasione per riflettere sulla spettacolarizzazione della Storia. 

La visita a due delle sedi del Museo nazionale svizzero

Ho avuto l’opportunità in queste lunghe giornate di chiusura sociale di visitare due mostre del Museo nazionale svizzero. La prima era la permanente al Forum Schweizer Geschichte Schwyz, la sede distaccata del museo a Svitto, e si chiamava “Le origini della Svizzera”. La seconda, temporanea, era alla sede di Zurigo e si chiamava “Donne.Diritti | Dal secolo dei Lumi ai giorni nostri”.

Si tratta di due mostre molto diverse fra loro che vanno, secondo me, visitate entrambe. In comune hanno la tendenza a spettacolarizzare la Storia, percorrendo vie alternative e ottenendo risultati diversi. Quella sulle origini svizzere è importante perché in un’epoca di chiusura dei confini va ricordato quanto sia determinante per la Storia svizzera il rapporto con il resto d’Europa. Quella sui diritti delle donne perché è stata composta per la celebrazione del 50enario del voto alle donne in Svizzera del 1971, passato drammaticamente in sordina a causa del Covid-19. Soprattutto questa seconda mostra è piena di oggetti e testimonianze sulla nostra Storia contemporanea e può dare molti spunti per chi lotta oggi a favore dell’emanicpazione.

In questo articolo racconterò la mia esperienza personalissima in queste due mostre per ragionare con chi mi legge sul significato della Storia oggi. Vorrei riflettere su cosa significa spettacolarizzare la Storia e anche come scriverla.

La mostra “Le origini della Svizzera” a Svitto

Il museo nazionale a Svitto non è molto conosciuto. Eppure già architettonicamente vale la pena di essere scoperto: all’interno dell’imponente palazzo dell’antico arsenale è stata ricostruita una montagna (!) da cui si entra e si esce passando da un punto dell’esposizione all’altro. Si raggiunge la vetta con un ascensore e da qui si scende piano per piano, in un ambiente minimalista, ma molto coreografico. I visitatori sono accolti da video particolarmente accessibili e comprensibili, in tutte le lingue e diversi per gli adulti e per i bambini. In questi filmati, uno per ogni piano, le storiche e gli storici che han curato la mostra ci conducono nel museo attraverso una lingua facile ma senza rinunciare a nozioni storiografiche complesse, dando a chi visita l’idea di essere immerse e immersi in un’opera scientifica, ma contemporaneamente essere divulgativa. Ho vissuto peraltro un sentimento simile nel bellissimo museo etnografico della Valle Verzasca.

Il principio-guida del museo di Svitto mi sembra sia che “bisogna sentire”. Visitatori e visitatrici vengono “immersi” nella storia. Un po’ come alla basilica di San Clemente a Roma, scendendo di piano in piano si viene accolti da scenari inaspettati, “entri” nella Storia. A Svitto il momento più choccante di questa immersione è senza dubbio percorrere l’ultima gradinata in discesa, per arrivare in un ambiente contadino urano, e lì si viene accolti… da una grande vacca sgozzata! Vera, imbalsamata, adagiata a terra. La scena è, brutale, orripilante e al tempo stesso geniale, leggiadra, definitiva. La vacca fiera, che guarda il suo paesaggio alpino, sarebbe il simbolo (anzitutto commerciale) della svizzerità contemporanea. “Milk, Latte, cioccolato, natura alpina!”, ci viene iconicamente da pensare quando vediamo le belle corna. E cosa fa il museo nazionale? La uccide! Mancavano solo le mosche e l’odore di putrefazione, e l’operazione di distruzione programmatica dei miti commercial-nazionalisti svizzeri sarebbe stata definitiva.

La vacca morta serve a spiegare che il problema della Svizzera centrale a quel tempo erano le faide (famigliari), con tutto l’acredine e la distruzione che portavano con sé. E spiega quindi il senso di costruire le reti di alleanze e i vari patti di non aggressione che costellano il Medioevo della Svizzera centrale. Non sazi, curatrici e curatori cassano il Patto federale d’essere poco più di una leggenda e mostrano plasticamente, permettendoci di parteciparvi, un tribunale medievale. Possiamo sederci ad ascoltare, quindi addentrarci in un bosco di alberi al cui interno stanno tanti Patti di non belligeranza la cui funzione è di volta in volta accuratamente spiegata. È una parte del museo contemporaneamente facile e difficile, perché bisogna accettare di essere all’interno di un contesto sociale complesso, non riducibile al solo “ci riuniamo contro il nemico asburgico” come sempre sostenuto dai nazionalisti.

La rinuncia radicale all’egocentrismo nazionalista e ai suoi miti

Il museo fa la storia del Medioevo svizzero e ripercorre l’epoca dei miti di fondazione, su cui si è sempre detto fin troppo senza mai verificare se quel che si diceva fosse anche vero. Proprio perché si vuole proporre alcuni messaggi centrali, tutto lo sforzo è basato su questo far “sentire” al visitatore quello che succedeva nel Medioevo nella regione della Svizzera centrale. Tutto si può toccare, e talvolta la narrativa storica è talmente dominante che si rinuncia ad un approccio filologico preciso: capita p.e. che ci si debba accontentare di fotografie di oggetti antichi invece che di oggetti veri nelle teche come siamo abituati a vedere negli altri musei. Gli asini con le some sul dorso sono rinaturati, come fai a non voler accarezzarli? Geniale il calcolo dei costi di trasporto disegnato direttamente sui muri. O l’omino un po’ kitsch sospeso a cavalcioni sul Ponte del Diavolo. Fenomenali le grandi cartine europee con i luoghi del commercio e la Svizzera in piccolo al centro. L’obiettivo di questa riduzione coreografica è, secondo me, far entrare in testa al visitatore un concetto semplice, ma a cui gli svizzeri sono sempre refrattari, ovvero: la Svizzera non è un’isola! Non lo è ora, non lo era ieri.

Il Museo nazionale svizzero di Svitto ci dice chiaramente che se si vuole parlare di Svizzera, allora bisogna capire che la Svizzera è al centro di qualcosa d’altro a cui va dato uguale attenzione. Bisogna ogni tanto “sfocare” la Svizzera stessa e concentrarsi sul suo rapporto con l’estero, insomma. La nostra Storia può essere capita solo parlando di ciò che ci sta attorno, perché le nostre evoluzioni dipendono dal fatto che dalle nostre montagne si passa e si passava, che siamo in mezzo. Incredibile ma vero: tutta una parte del museo nazionale svizzero è quindi dedicata… alla Francia! In particolare alle fiere della Champagne, il luogo dove erano dirette le merci che gli abitanti della Svizzera centrale trasportavano di qua e di là.

La mostra “Donne.Diritti | Dal secolo dei Lumi ai giorni nostri” a Zurigo

Sebbene anche questa fosse al Museo nazionale, la mostra temporanea “Donne.Diritti | Dal secolo dei Lumi ai giorni nostri” è completamente diversa da quella di Svitto. Non tanto nell’approccio ideologico (chi cura queste mostre è pur sempre parte di un club intellettuale chiuso e schierato), ma in quello metodologico e museologico.

L’idea di fondo della mostra è senza dubbio corretta: 50 anni fa la Svizzera ha riconosciuto il diritto di voto alle donne ed è importante che la Storia se ne occupi anche con una grande mostra nazionale. Anche perché la scienza (anche giuridica) in questi anni ha fatto passi da gigante e ha mostrato molte nuove sfaccettature su come la società abbia trattato le donne perlomeno negli ultimi due secoli. I visitatori sono qui accolti da un lavoro filologico sopraffino: le curatrici hanno collezionato materiale praticamente sempre originale e lo hanno voluto esporre in modo tale che si veda tutto. Direi plasticamente che vogliono far capire che è tutto vero, che sebbene sembri incredibile, è proprio così che è andata la Storia. È una mostra sull’evoluzione dell’emancipazione femminile con il chiaro intento di cambiare la narrativa sociale su queste questioni.

L’idea di fondo è che gli uomini sono refrattari da secoli al cambiamento, e quindi la mostra si propone come alternativa della lettura della nostra Storia, scritta sempre con quel focus legittimante la narrativa fallocentrica. In questo senso non è una mostra completamente diversa dall’approccio di Svitto, perché anche questa vorrebbe essere educativa, ma i metodi per farlo sono completamente diversi. Io come uomo che cerca di questionarsi sono rimasto leggermente “irritato” per l’approccio giocato completamente dall’altra parte, nel senso che in me è emersa durante la visita la sensazione che mancasse un punto di vista. Questa mancanza non è da criticare: fa parte della lotta femminista proporre anche una visione unilaterale alternativa.

Una critica però penso che vada fatta, e sta nel modo in cui la scienza deve occuparsi della Storia. Un approccio che emerge proprio attraverso il modo di esporre la mostra. Se infatti dalla mostra sulle origini svizzere uno esce trionfante, a Zurigo si esce con un certo amaro in bocca. Questa infatti è “troppa” (soprattutto per chi non ha molto tempo a disposizione). Come il museo napoleonico a Roma, quando si entra si viene sommersi dal materiale espositivo. Il risultato è che non si riesce a cogliere appieno cosa ci volessero dirci le curatrici. A differenza di Svitto non si viene accompagnati in un’immersione, ma piuttosto si viene travolti da un fiume di parole e oggetti. Le curatrici cercano di salvarsi usando la tecnologia: il mare di fonti storiche è sostenuto da svariati iPad in cui sono contenute le informazioni didascaliche e i contesti, che non si trovano invece sotto il materiale esposto. Quando sei davanti a una teca, p.e., non hai idea di cosa sia il materiale contenuto e non puoi contemplarlo da lontano.

Quale contestualizzazione in una mostra sui diritti delle donne?

La mostra occupa un grande open space a forma di gipfel ed è strapiena di teche, quadri, immagini, scatoloni, bandiere, divani, sculture astratte, ecc. Il tutto è pensato per mostrare l’evoluzione dei diritti delle donne dalla fine del Settecento a oggi, c’è quindi un ordine sostanzialmente cronologico in cui al centro stanno i codici, i diritti umani, i momenti elettorali, la schedatura degli oppositori politici, le manifestazioni, l’associazionismo. Sopra le nostre teste invece una imponente serie di pannelli giganti che cercano di riassumere i passaggi salienti delle conquiste ottenute dai movimenti femministi in questi due secoli. Si tratta di una mostra molto artistica e coreografica, uno show, dove i tanti dettagli rimangono relegati a chi veramente ha interesse a chinarvisi sopra. Grande attenzione è quindi dedicata a dare un senso emozionale. Non appena si entra si inizia con un intrigante video a tutta parete di Pipilotti Rist in cui una signora va in giro con un fiore rigido che funge da mazza. Rompe finestrini di automobili posteggiate per strada, davanti agli occhi di una poliziotta che non interviene. Questa gigantografia fa il paio con il video finale, di nuovo a tutta parete, di persone transessuali che si presentano a visitatrici e visitatori.

A causa della loro dimensione, questi sono gli unici due video che mi son rimasti veramente impressi. E posso immaginare che questo fosse proprio lo scopo delle curatrici. Il messaggio mi è sembrato chiarissimo: chi visita questa mostra deve aver in chiaro che si tratta di un’operazione di critica sociale, non solo storiografica. Al netto dello show cronologico, le curatrici hanno programmaticamente rinunciato allo spazio per l’approfondimento dei contesti. Questo punto è centrale: tutta la mostra rappresenta la storia del mancato ascolto da parte degli uomini della questione femminile, ma perché quell’ascolto mancava? Quali erano i dispositivi che rendevano questa barriera così invalicabile – e in che senso era invalicabile? Paradigmatico in questo senso un manifesto elettorale esposto nella parte sulle votazioni sul diritto di voto alle donne. Il manifesto, del 1958, era contro quel diritto di voto ed era stato fatto da un’associazione di donne (!) basilesi. Importante che le curatrici abbiano dato spazio a questo manifesto, ma non ci spiegano (nemmeno nel Pad) come mai alcune donne si opponessero al voto alle donne.

Militanza in un museo di storia?

Lo stile della mostra “Donne.Diritti | Dal secolo dei Lumi ai giorni nostri” insomma è piuttosto chiaro: nell’anno della ricorrenza del voto alle donne, due anni dopo lo sciopero delle donne, è stata tracciata in una storia di continuità sulla (comunque giusta, a mio modo di vedere) pretesa di vedersi riconosciuti i propri diritti. In essa emerge anche che gli sforzi femminili per il riconoscimento sociale stanno dando i loro frutti. Si spiega che quell’abuso maschile sui diritti delle donne è esistito, è stato reiterato, è stato difeso coi denti da chi non voleva riconoscere quei diritti. Tutto questo è una verità storica.

Cerco di essere femminista anche io e riconosco alle curatrici di aver fatto un lavoro sopraffino nel dare forma a questa Storia. Ai miei occhi (non dico che per tutti i visitatori la sensazione sia stata quella eh!) lo scopo che emerge è comunque quello di dare un abito storico a una lotta ideale. La mostra assume quindi il gusto di uno statement, di una riparazione morale a un torto storico. La questione va posta: è compito dei musei riparare il torto storico nel mentre della ricostruzione della Storia? Mentre la mostra a Svitto la partecipazione e il coinvolgimento sono la chiave metodologica per riuscire a scaturire un dubbio storico, basandosi su un duro metodo analitico materialista (commercio, conflitti, eventi naturali sono i tre elementi cardine storiografici che compongono la cornice), a Zurigo le curatrici ci sommergono senza farci immergere. La sensazione è che le curatrici avessero l’impeto della completezza, senza voler mettere le visitatrici e i visitatori al centro. E così, mentre a Svitto curatori e curatrici ti prendono per mano attraverso i video accompagnatori, letteralmente mostrandosi, a Zurigo non si capisce chi sia l’autore della mostra. “È la Storia a parlare”, sembra  di sentire in lontanza.

Il museo moderno come luogo di costruzione immediata della Storia?

La mostra di Zurigo sembra un’espressione piuttosto plastica dell’arrivo del discorso delle scienze umanistiche che si sta svolgendo anzitutto negli USA, secondo il principio del “wokeness”. Questo “risvegliarsi” di fronte alle ingiustizie sociali non permette mezze misure e quindi la scienza deve avere la forma della militanza. Il risultato è costruire mostre museali dal carattere molto ideale, con il rischio però di confondere la storia con il simbolo.

Come esempio di questa tendenza non posso che citare un oggetto esposto in una teca alla fine della mostra, il Pussyhat, un cappellino di lana simbolo della marcia femminista del 2017. È giusto che il simbolo diventi Storia prima che la Storia abbia fatto il suo corso? Non ê la prima volta che assisto a una “techicazzione” del genere e il sentimento che dà incastonare il simbolo come se fosse storia. Lo ho visto ad esempio a New York, nel museo di Ground Zero, dove hanno esposto lo zainetto che indossava il tizio che nelle famosissime immagini del crollo di una delle torri gemelle correva verso la telecamera. Ma anche nel museo nazionale di Dhakka, in Bangladesh, hanno esposto a mo’ di reliquiario vari oggetti del padre della rivoluzione (peraltro padre anche dell’attuale premier). Ecco che l’oggetto esposto è ancora carico del suo proprio simbolo e non è invece la storiografia che se ne reimpossessa attraverso gli studi filologici.

Attraverso questo modo di costruire mostre ideali le visitatrici e i visitatori sono sottoposti a uno statement in cui si cerca di performare il presente attraverso il passato, non invece alla costruzione di un dubbio attraverso l’approccio scientifico. La costruzione di un passato-presente è chiamato da Gumbrecht “presente ampio” ed è pura espressione di una modernità che ci sommerge.

Quali critica e resistenza nei musei?

Nella modernità si pretende che il presente sia immediatamente Storia e che la Storia sia modulabile dal presente. Il presente si impone come la sua propria Storia, diventa indistinguibile dalla Storia. Di fronte a questo modo di vivere il mondo si può fare resistenza. La bravura dello storico, ma soprattutto del museologo, sta nel far immergere senza sommergere. La dimensione critica e resistente del museo devono oggi, a mio modesto modo di vedere, controsterzare al bisogno di linearità di qualsiasi narrativa legittimante della Storia. Viene immediatamente da chiedersi: ma una mostra femminista non assolve esattamente questi scopi, ovvero risvegliare critica e resistenza?

Certo che sì, ma bisogna parlare anche di metodo. Se la modernità è quel momento culturale che crea dipendenze e nasconde la complessità attraverso narrative lineari (ad esempio sulla ineluttabilità del dominio dell’uomo sulla donna), allora secondo me il museo come luogo di critica e di resistenza ha il compito di costruire il dubbio e per farlo deve costruire rotture basate sulla presenza e non sulla mera immagine. Mentre l’operazione è sublime alla permanente del museo di Svitto, essa secondo me non è riuscita alla temporanea del museo a Zurigo. Qui hanno sì provato a “risvegliare” in noi delle coscienze, ci hanno addirittura invitati a distruggere i finestrini!, ma non ci hanno permesso di sentire attorno a noi il con-testo. Qua sta il difetto della scienza militante, a mio modo di vedere: essa mette al centro anzitutto sé stessa, mentre la lezione dei filosofi descostruzionisti era che attraverso lo smembramento dei discorsi si può far danzare il dubbio e far emergere i paradossi, e quindi mettere in crisi le strutture di dominio.

 

Filippo Contarini, teorico e storico del diritto