Tra tecnica e tradizioni orali: una recensione critica del film Contagion

Tra tecnica e tradizioni orali: una recensione critica del film Contagion

Aprile 20, 2020 - 08:02

Contagion – la pandemia di Soderbergh così simile alla nostra

Ok, ho ceduto e me lo sono guardato pure io. Contagion, film del 2011 diretto da Soderbergh (Erin Brockovich, Traffic, Ocean’s Eleven) con Marion Cotillard, Jude Law e altri attoroni. Attualmente in cima alle classifiche di Netflix. Dieci anni fa pochi applausi, ne parlavano come un film poco ad effetto. Vederlo ora mi ha lasciato di stucco: più che un film sembra un documentario fatto con le stelle di Hollywood! Dietro alla sceneggiatura c’è un lavoro di approfondimento scientifico impressionante. Tutto il lessico tecnico e le procedure che stiamo sentendo in queste settimane si ritrovano uno a uno. Sembra che Soderbergh e i suoi siano entrati direttamente in un Istituto superiore di sanità per vedere che cosa sarebbe successo nel caso di una pandemia da virus influenzale.

L’unica differenza fra la sua influenza e quella che stiamo vivendo è che la pandemia del grande schermo – per motivi facilmente comprensibili – era ben più contagiosa e mortifera della nostra. Quella raccontata da Soderbergh poi fa morire anzitutto donne e bambini giovani, mentre quella che stiamo vivendo ha anzitutto un alto tasso di letalità fra gli uomini anziani (che sono comunque i nostri padri e nonni…). Le reazioni sanitarie che vengono descritte sono però sostanzialmente le stesse.

Come oggi, nel film prevale un linguaggio medico-tecnico che ha sostanzialmente colonizzato il nostro sguardo mediatico sul mondo. Si trovano i vari elementi di disturbo, ad esempio il sostenitore No-Vax che allarma e poi rassicura la popolazione facendo leva sul complottismo. Ben è mostrato il caos informativo, le news ridondanti senza che si sappia se sono verificate e contestualizzate. Fino ai litigi scientifici composti direttamente sulla stampa. Contagion è chiaro anche sul problema della paura, nel senso che non è evidente costruire un’informazione efficace di fronte a un popolo impaurito: dare o non dare la conta dei deceduti? È infine credibile quando ipotizza che, una volta trovato il vaccino, venga distribuito attraverso una tombola.

Il problema del finale positivo e la dottoressa eroica

Rimane comunque un film di Hollywood. Tipica è la scena della dottoressa che crea da sola un vaccino e poi se lo inietta per testarlo, anticipando i tempi (biblici) di controllo. Non basta: va pure dal padre morente, medico pure lui, che fino all’ultimo era rimasto a curare i suoi pazienti prendendosi il virus e quindi stando sul letto di morte, e lei che gli fa vedere quanto è brava e coraggiosa contagiandosi da lui.

Peraltro, il film fa iniziare e finire il virus in due ore, tutti felici e contenti. Tempo per produrre il vaccino a partire dall’inizio della pandemia: poco più di sei mesi. Tutto evidentemente troppo breve (al netto del sacrificio eroico della dottoressa). Altro problema è l’approccio educativo tipico dei filmoni americani: alla fine viene esaltata la stretta di mano fra due personaggi del film, in senso liberatorio e di vicinanza tra esseri umani. Il problema è che quella stretta arriva in un periodo in cui il virus non è ancora passato, oscurando i rischi e le conseguenze psicologiche della crisi.

Insomma, appare evidente l’eccesso di rassicurazione trasmesso dal film. Soderbergh ci educa, ma facendolo ci illude un po’, fa finta da un lato che il sistema tecnico sia in grado di fornirci sempre tutto ciò di cui abbiamo bisogno, dall’altro che la società di fronte alla pandemia sia sufficientemente resiliente per tornare a una “normalità” simbolica in tempi brevi. Non è un documentario, alla fine siamo felicissimi: in due ore il nostro sistema di trasmissione culturale preferito, il cinema, ci ha addirittura spiegato che come sempre c’è un supereroe che ci salverà.

Il panico di massa e l’individualismo: l’idea di popolo che ha Soderbergh

Fra le righe il film trasmette una visione orribile della società, siccome nei momenti peggiori della pandemia mostra il panico di massa in una situazione in cui un quarto degli ammalati rischia di morire, siamo nei peggiori incubi: la gente che ruba cibo agli altri, in farmacia la calca, l’incapacità assoluta di stare calmi. Una devastazione sociale senza se e senza ma, legata ad un approccio iper-individualista consumistico, di cui i supermercati e le farmacie assurgono a ultimi santuari simbolici.

Il popolo di Soderbergh è quindi un popolo asino, che va condotto. Un atteggiamento che svela molto della cosiddetta “società dello spettacolo”, in un approccio top-down al mondo, sempre paternalista. È un modo tipico di esprimersi della nostra società cosiddetta “differenziata funzionalmente”, ovvero composta da tanti campi specializzati diversi l’uno dall’altro, dove gli esperti sono divinizzati e i profani considerati degli idioti. Dove gli esperti hanno il compito di condurre il senso della comunicazione sociale e il “popolino” di seguirli pedissequamente, dove anzitutto contano le “insegne” che fan dare fiducia agli specialisti.

Nella società funzionale&spettacolare ognuno di noi viene inchiodato nella sua condizione di singolo individuo incapace di gestire da solo la complessità sociale e quindi pendente dalle labbra di quegli esperti. Ecco che, in questo tipo di narrativa, il popolo è bue e pure un po’ stronzo, non perché lo sia veramente, ma perché questa è la sua unica descrizione ammessa dal discorso sociale (l’assalto alla carta igienica, alle medicine….). Soderbergh è inchiodato a quella narrativa liberale tecnicistica. Viene il concreto sospetto che non sia tanto la società a ispirarlo, ma piuttosto il contrario: sono i registi come Soderbergh a suggerire gli automatismi bestiali che poi la società adotterà.

Abbiamo esternalizzato la nostra coscienza?

C’è un legame, a mio modo di vedere, fra il film di Soderbergh e una stranezza emersa in queste settimane. Abbiamo avuto la spagnola del 1918, l’asiatica del ’57, la Hong Kong del ‘61, la SARS del 2002, il discorso di Bush del 2005 sulla pandemia, la suina del 2009, il discorso di Bill Gates del 2015 sulla pandemia… eppure di nuovo non eravamo culturalmente pronti all’arrivo del virus! Ripensiamo a gennaio del 2020. C’erano già ammalati in Germania, Francia e Italia – e la nostra reazione è stata quella di pensare che il virus potesse essere confinato al loro corpo. Pensavamo che il virus potesse circolare dagli altri, non da noi, che non ci avrebbe riguardati.

Probabilmente non volevamo accettare la malattia (teoria dell’accettazione). Paradigmatico per questo “oscuramento” è l’atteggiamento delle stazioni sciistiche, rimaste aperte nonostante lo stato di allarme lanciato dal Consiglio federale. Non riuscivamo a comprendere gli stati mentali dei cinesi confrontati con il virus (teoria della mente) nonostante fossimo bombardati quotidianamente dai media. Il fatto che viviamo in un mondo dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti immediatamente, come mi ricorda un amico, fa sì che anche di fronte alla pandemia l’unico vero “diritto umano” che conosciamo è il diritto al consumo, ovvero avere subito una risposta chiara e risolutiva a un disagio diretto: nel caso della malattia, di essere immediatamente curati e salvati.

Di fronte al pericolo si è palesata una discrepanza fra il sapere e il saper essere. Gli informatici (p.e. Marco Trombetti su Repubblica) si mostrano qui stupiti che l’AI non sia stata usata appieno per vedere “arrivare la tempesta” e intuirne “la portata quando è apparsa in Cina”. Eppure quell’automatismo per cui l’AI dovrebbe sostituire la nostra coscienza non è necessariamente un toccasana. Mi dico: forse il problema non è che non usiamo l’AI, ma che anzi proprio perché usiamo troppo la tecnica per pensare al posto nostro, poi non siamo più in grado di capire il mondo. Uno dei nostri problemi potrebbe essere che stiamo esternalizzando la nostra coscienza alla tecnologia? Mi sembrano domande importanti, perché con l’aspettativa che il mondo tecnico ci salvi, noi abbiamo dimenticato di coccolare un mondo “del sentimento” (come spiegava Mattia Mantovani riferendosi a Jünger). Abbiamo negletto le strutture di base che permettono di aprire gli occhi di fronte a una notizia di pericolo.

Il problema di far “aprire gli occhi”

Discutevamo con un amico del fatto che a Zurigo fanno di tutto per non far allarmare la popolazione. Sembra che la sovramortalità fra gli anziani in Svizzera non interessi. Lui mi spiegava che gli svizzeri tedeschi sono utilitaristici. E tra me e me dicevo: cavoli, vuol dire che in realtà il liberalismo anglofilo benthamiano di inizio Ottocento, mischiato con un po’ di hegelianesimo rivoluzionario, è riuscito a agire così in profondo nella conservatrice Svizzera? Beh: sì.

Il razionalismo tecnicista ha esaltato lo Stato di diritto liberale a governo del mondo, mostrando però che nel caso del rifiuto della pandemia il diritto, con le sue sanzioni, serve a poco. Una pena non crea volontà. Gli stessi membri del governo e i medici cantonali devono anzitutto saper aprire gli occhi. Di fronte a questa impotenza lo Stato di diritto per proiettarti nella malattia agisce terrorizzandoti, mandando in avanscoperta la stampa con il compito surrettizio di “sensibilizzare” la società. Invece di parlarti ti obbliga ad auto-fustigarti, considera il popolo in cuor suo un “nemico”, ma governare attraverso la paura è causa di rivolta (paradigmatico il film “L’ammutinamento del Bounty”).

Mi sembra abbastanza chiaro che nella nostra società sono state abbattuti i dispositivi che ci aiutino a fermarci autonomamente di fronte ai pericoli. Prendiamo la frana di Bondo del 2017. Il procuratore ha fatto il suo lavoro e ha statuito che “era un evento imprevedibile, nessuno può essere accusato di negligenza”. Contemporaneo anche lui, perché se guardi le fotografie ti accorgi di un dettaglio interessante: il paese antico non è stato coinvolto dalla frana. Così al terremoto dell’Aquila: la morte ha colpito anzitutto chi stava nelle case più recenti e ha colpito chi ha seguito i consigli rassicurazionisti televisivi, come mostrato dall’antropologo Antonello Ciccozzi. E che dire dei fuochi australiani, dove gli aborigeni da anni chiedono che il mondo accademico si confronti con le loro poesie e canzoni popolari millenarie in cui si spiega come arginare il fuoco?

Con questi esempi non voglio certo dire che bastano “le buone vecchie tradizioni” per scongiurare o affrontare la pandemia. Evidentemente anzitutto servono anche sistemi sanitari che non siano basati sulla corruzione e la commercializzazione (vediamo a cosa han portato in Lombardia). È un problema che non può essere affrontato rimanendo nello schema dello scontro fra tecnica e rusticimo. Penso però che le tradizioni orali, con la loro “magia”, possono avere la funzione di sorreggere la “coscienza collettiva” laddove essa si rifiuta di scorgere i pericoli.

Pendere solo dalle labbra degli esperti significa accettare di essere descritti come pecoroni

Soderbergh fa parte di chi racconta che la sola tecnica ci salverà. Cura il mito della genialità dell’invenzione in solitaria dello scienziato. Il collettivo sarà sempre e solo una rete di singoli scienziati che non si conosce personalmente, ma che parla la stessa lingua. La lingua scientifica diventa l’unico strumento di comunicazione sociale a cui non serve più associare presenza reale. Il medico assurge a figura eroica&individuale per eccellenza, dove i pazienti sono sempre utenti silenziosi che han bisogno di essere salvati. Questa è la famosa “medicalizzazione della società” di cui si parla spesso in chiave foucaultiana.

Siamo in una società che cerca sempre un punto di riferimento gerarchico fra gli esperti per le singole comunicazioni tecniche e in base a quello tutti si orientano. E così se il medico cantonale allarma, allora ci allarmiamo. Se rassicura, allora ci rassicuriamo. La modernità è in sostanza un progetto di azzeramento dei cosiddetti “corpi intermedi”, facendo rimanere il “popolino” inchiodato nella sua funzione di suddito. Non è un caso che il “popolo” sia ribellato alla proposta di tenere i figli a scuola: i brandelli di famiglia che ci ritroviamo sono ancora uno di questi corpi sociali intermedi che hanno la capacità di fare opposizione. Ma è un’opposizione scomposta e comunque anch’essa individualista.

Soderbergh in questo contesto fa parte del problema, non della soluzione. Nella sua narrativa l’ospedale diventa cattedrale sociale infarcita di medici-sacerdoti e la nostra salvezza pende dalle labbra dei professori di farmacia. Ci racconta che siamo idioti pecoroni, che o ci meniamo, o seguiamo lo sproloquio di un complottista. Pensa solo alla pandemia che distrugge il collettivo, senza cogliere che invece è anzitutto il collettivo, ovvero la responsabilità collettiva, a distruggere la pandemia (costruendo l’attenzione al pericolo, iniettando la voglia di non infettare gli altri, collaborando alla riduzione del danno, ecc.). Anche lui ci ha inchiodati nella sua narrativa “educativa” paternalista tipica della modernità razionalista.

Manca una narrativa che parli della comunità oltre alla tecnica: come costruire memoria?

Io sento nella nostra crisi del Coronavirus la mancanza di un’altra narrativa del collettivo come luogo di gestione la catastrofe. Una narrativa che insomma vada oltre quella dello Stato salvatore (che salva le banche, che salva la liquidità, che salva i malati…). Alcuni propongono come altra struttura sociale la religione, ad esempio il citatissimo Agamben, che rimpiange una Chiesa non indipendente dalla scienza, “che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo” (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda). Anche lui inesorabilmente retropista, come fa a rimpiangere un’istituzione perfino più paternalista della società di oggi? Altri si rifugiano nel comunismo più becero che elimina sì l’individualismo, ma anche il senso di comunità di base, rendendoci tutti strumenti al servizio dello Stato del controllo. Manca insomma quella sana narrativa “anarchica” che sia in grado di accompagnare la malattia e la relativa cura in un altro modo, che sia in grado ad esempio di gestire i momenti di panico attraverso un’etica comunitaria e solidaristica. Una rete sociale solida che permetta di far fronte alla catastrofe costruendo – prima che arrivi! – un modo di intendersi rete e storia.

La pandemia è un pericolo, che però trattiamo come rischio (il pericolo arriva indipendentemente da noi, il rischio è figlio della gestione comunicativa della complessità sociale). E così cerchiamo risposte sempre e solo nella società consumistica (Beck infatti la chiama “società del rischio”: vogliamo solo essere curati. Se invece affrontassimo l’epidemia come un pericolo, ci chiederemmo se la storia corale abbia qualcosa da raccontarci sul come fare attenzione. Ripenso a quel video sul servizio giornalistico del 1969 sull’influenza “Hong Kong” che circolava online poche settimane fa. Nonostante fosse a disposizione gratis sui nostri server informatici, scaricabile con un clic, semplicemente ce lo eravamo dimenticato. Quindi memorizzando il video, lo abbiamo dimenticato (cosa che era successa già allora, in una società già altamente commercializzata in cui non si faceva prevenzione). Solo settimane dopo l’inizio della pandemia i “noss vecc” hanno iniziato a raccontarci.

Qui si coglie con chiarezza cosa intendeva il biofisico Von Foerster quando, negli anni ’90, diceva che “i sistemi di memoria servono a dimenticare”: ricordare qualcosa significa anzitutto fare un’opera di selezione, sia sui contenuti, sia sui modi di memorizzazione. Questo è ancora più vero con l’arrivo del digitale: sapendo che abbiamo archiviato tutto, non abbiamo più bisogno della cultura popolare di base, né le tradizioni orali. Le registriamo e con un gesto le eliminiamo. Archiviando, rendiamo tutto accessibile, ma nulla è più ritualmente quotidiano.

L’esempio più lampante di questo effetto sostituzione, o peggio: effetto dimenticanza, è il sito www.giallozafferano.it che tutti usiamo per cucinare: ormai ha sostituito istituzionalmente l’amata nonna e il suo mitico libro di cucina. E così non dobbiamo più incazzarci sullo “zucchero q.b.”, perché su giallozafferano si sa sempre di quanti grammi di zucchero c’è bisogno. Ma il “segreto” dell’amare quello che stai facendo svanisce piano piano. La logica del consumo, del cerco-trovo massacra i rituali – e con essi la memoria.

La società funzionale&spettacolare non crea memoria per i pericoli

L’operazione di memorizzazione è anzitutto un’operazione di cancellazione, ogni volta che il sistema memorizza qualcosa, qualcos’altro lo stiamo facendo finire nel dimenticatoio. La mia proposta di risultato: non riusciamo più a far connettere il “sapere” con il “saper essere” perché ci mancano una lingua e una ritualità che connettano le due cose. Gumbrecht suggerisce in questo senso che la rappresentazione sia stata sostituita dalla ridondanza.

Ecco che la pandemia, prima ancora che ai problemi sanitari, ci mette di fronte al problema che nella nostra “società funzionale&spettacolare” non disponiamo della memoria di una rete di senso che ci permetta di allarmarci quando c’è pericolo.

Torniamo al rapporto tra virus e sistema mediatico. Di fronte della pandemia, sarebbe stato importante che la comunità ritrovasse tradizioni di gestione collettiva del pericolo. Noi invece la prima cosa che abbiamo fatto è stato guardare la televisione come delle falene guardano le lampade di notte, sperando che ci fosse un medico che “parla così bene”, magari coi capelli un po’ strani e che sembrasse avere la situazione in pugno.

La spettacolarizzazione appare qui come un elemento che esalta sé stesso e quindi gli esperti che lì mostrano le loro “insegne”, ma sorge il sospetto che in questo modo non siamo nelle condizioni di creare una memoria sociale condivisa. Guardiamo tutti lo stesso programma televisivo, lo stesso sito internet, la stessa serie di Netiflix, mancano la ritualità e il simbolismo del passaggio di informazione. Al massimo ci identifichiamo nei personaggi televisivi, ma non parliamo con loro. Il risultato: i giornalisti provano in tutti i modi a farci capire cosa succeda là fuori, ma noi ne siamo immunizzati. Loro parlano, ma la comunicazione non passa. Peggio: è come se l’aver archiviato on-line tutte le informazioni avesse contribuito a farle morire, come se avesse contribuito a eliminare memoria sociale sulla pandemia!

Come creare memoria di base? E chiedere agli antropologi?

Ora che fare? Un esempio potrebbe essere ricostruire delle “oasi sociali” dove esercitare la tradizione del sapere. Un esempio fenomenale di questo modo di costruire cultura lo fa ad esempio il museo della Valle Verzasca a Sonogno. La bellezza di quel museo è che si rifiuta di funzionare solo come luogo di archiviazione, ma è per l’appunto un luogo di scambio.

Al loro sforzo encomiabile va però affiancato uno sforzo di un altro tipo: pianificatorio e strutturale. Sebbene abbiamo scoperto che l’intergenerazionalità sia un fattore di accelerazione pandemica, dobbiamo comunque costruire le nostre città in modo che giovani e anziani entrino di più in contatto fra loro e alimentino le storie su come si vive la comunità e su come di affrontano i pericoli (e non: i rischi!).

Infine potremmo fare una cosa simile a quell’idea per gestire il traffico sul Gottardo e la questione ambientale: la “borsa dei transiti alpini”. Potremmo fare qualcosa di simile per la nostra cultura comunitaria di base, una “borsa degli scambi delle tradizioni orali”. Significherebbe che ogni volta che un ente pubblico o privato vuole aumentare la capacità di archiviazione, allora deve controbilanciare quella nuova offerta finanziando dei progetti mirati a tutela dell’intergenerazionalità e del racconto corale.

La democrazia non può accontentarsi di essere gestione della tecnica. Solo delle comunità solide, dei corpi intermedi che siano considerati come base sociale e non solo nuclei composti da cretini inesperti, possono tramandare una coscienza sociale di fronte ai pericoli. Qua al nord lo chiamamo “Quartierarbeit”, lavoro di quartiere.  Questa cosa non è religione, non è tecnica, non è statalismo e non è nemmeno lo stantio familismo tipico del Ticino. È un’altra cosa, sono forme moderne di anarchismo, una società di micro-comunità in rete. Assomiglia anche al mutualismo e alle camere del lavoro conosciute già nell’Ottocento. Va nella direzione già segnata da Olivetti tempo fa, ma in chiave assolutamente meno religiosa.

Di nuovo: non penso che queste idee permettano di guarire da una pandemia. Penso però che permettano di gestire in modo solidale alcuni fenomeni individualisti e tecnicisti che sembrano sì dare salvezza immediata, ma in realtà sono autodistruttivi.

 

 

Filippo Contarini, teorico del diritto