Un'esperienza da "appestato": virus o passaporto "sbagliato"?

Un'esperienza da "appestato": virus o passaporto "sbagliato"?

Marzo 15, 2020 - 17:28

In tempo di epidemia conta il passaporto, anche se Lugano è più vicina a Milano di altri Comuni lombardi.  Il coronavirus mette in discussione il disordine dei confini nazionali. 

Malato – o col passaporto sfortunato?
 
Anche io ho la mia esperienza da “appestato”, un’esperienza legata al mio passaporto. Nell’ultimo mese ho viaggiato nel Bengala. Quando viaggio preferisco usare il passaporto italiano, perché l’Italia ha una rete consolare capillare e la capacità di gestire imprevisti con genialità. Nella taschina comunque la mia carta d’identità svizzera, che non si sa mai. Quando siamo partiti il virus era (teoricamente…) presente solo in Cina e avevo amici che già erano scappati da Singapore, ma non era segnalato in altri Paesi, comunque non in India, né in Bangladesh. E guardavamo con simpatia i pochi viaggiatori verso l’aeroporto di interscambio a Istanbul che già indossavano la mascherina.
 
Viaggiare in Bangladesh è strano e affascinante. Dhaka non è solo la città più inquinata del mondo, ma soprattutto è quella più densamente abitata. Dappertutto ingorghi umani e di risciò. Una popolazione giovanissima e curiosa. Mi chiedevano da dove venivo ed erano felici alla mia risposta: “Italy!”. Hanno tanti parenti emigrati in Italia, sapevano di cosa parlavo. Tutto però è cambiato il 1° marzo 2020, quando hanno adottato la quarantena domiciliare obbligatoria per chi arrivava dall’Italia. Noi eravamo nel Paese già da giorni, ma la gente ha cominciato a dirmi: “corona?”. Gli albergatori han cominciato a guardarmi con sospetto. Insomma: non potevo più dire che ero italiano.
 
Infine, alla notizia della chiusura integrale della Lombardia abbiamo deciso che dovevo andarmene dal Paese per evitare qualsiasi quarantena. Ho fatto i bagagli di corsa e sono scappato, pregando di riuscire a passare i controlli agli aeroporti. La rapidità è stata centrale: il mio amico, che voleva finire di fotografare il bellissimo festival che stavamo visitando, il giorno dopo è stato arrestato. “Perché gira senza mascherina?”, gli chiedevano. Lo hanno subito rilasciato, lui viaggiava come svizzero, ma alla fine se ne è andato pure lui. E se mi avessero fermato assieme a lui, con il mio passaporto “sbagliato”? 
 
 
Scoprire d’essere un cittadino “sbagliato” senza avere nessuna colpa
 
Per la prima volta io, cittadino d’Europa e della ricca Svizzera, ho sentito la pressione di essere un cittadino sbagliato. È una sensazione strana, che noi figli dell’imperialismo occidentale non abbiamo spesso la possibilità di provare. Nella società descritta da Zygmunt Baumann, quella divisa in due, noi che abbiamo il privilegio di muoverci siamo “sopra”, “sotto” sta chi non ce l’ha. Con il coronavirus quel mare di privilegi improvvisamente è caduto, e così stavo “sotto” pure io. L’unico diritto che rimaneva a noi “italiani appestati” erano due settimane in una stanza cenciosa con blatte grosse così, guerra con decine e decine di zanzare e l’Autan tropical che non serve a niente, un cesso turco con i vermi che galleggiano, la ventola dell’aria che gira a ottomila, che inevitabilmente ti fa prendere tosse e raffreddore, peggiorando la situazione. 
 
Vivere questa esperienza mi ha mostrato con tutta chiarezza che di fronte alla Natura la divisione del mondo in Nazioni è anzitutto una menzogna culturale. Ci sono comuni lombardi, come Bormio ad esempio, che distano il doppio dei chilometri da Milano rispetto a Lugano. Di più: ci sono comuni italiani, come Trapani ad esempio, che sono 10 volte più distanti da Milano che non Bellinzona. Eppure io, che in settimana vivo a Zurigo, ero “appestato” in quanto formalmente cittadino italiano. Vi dico di più: io ho origini svizzere a Lugano e italiane nella Val d’Intelvi. Entrambi i luoghi stanno nelle prealpi lombarde. In entrambi i luoghi si parla il lombardo occidentale. Sono indistinguibili. Addirittura per andare a Milano si fa più in abita a Lugano che non a Ramponio d’Intelvi. Ma per la burocrazia se fossi stato luganese ero sano, mentre viaggiando come intelvese avevo la “peste”. La natura, i fatti, di fronte alla divisione del mondo in Nazioni non contano niente.
 
 
Le pandemie arrivano, ognuna diversa dall’altra
 
In famiglia ora abbiamo deciso di non vederci più fino ad aprile, facciamo prevenzione. Sappiamo cosa sia una pandemia: la storia della mia nonna luganese è segnata proprio dalla morte per spagnola del mio bisnonno, che cambiò totalmente la sua vita. Ma il discorso sul virus e il suo rapporto col confine non può fermarsi qui, alla certificazione che viviamo un momento atroce. Possiamo usare questa esperienza per capire meglio il mondo in cui viviamo.
 
Il confine nazionale altro non è che un’immagine culturale, che va braccetto con il razzismo. Da un lato una scritta su un passaporto “ti fa avere il virus” anche se non ce l’hai. Dall’altro la finzione dei confini nega la realtà di ciò che è Lugano, ovvero un paesone in provincia della megalopoli milanese. La razionalità del mondo naturale cade di fronte all’irrazionalità delle frontiere nazionali.
 
D’altronde lo sanno bene le popolazioni africane, che si videro divise in Nazioni dalle potenze coloniali da un giorno all’altro. Lo sanno i bengalesi, che a causa della partizione in due Nazioni, una mussulmana e una indù, fatta due volte dagli inglesi (una suddivisione religiosa che la loro cultura non conosceva) hanno vissuto movimenti migratori spaventosi che ancora adesso segnano gli slums delle loro megalopoli.
 
Lorenzo Quadri sbraita forte in questi giorni. Lui usa il confine per definire la propria identità invece di cercare di riempirla di contenuti. Di ticinese non ha niente se non il definirsi non-frontaliere, non-italiano. Ecco, lui ha sproloquiato e sproloquiato, dando dell’appestato a destra e a manca, senza ricordare che la metà dei frontalieri sta in prima fila con tanti ticinesi nei nostri ospedali, che oggi vanno tenuti in piedi come santuari. Eccola l’irrazionalità del confine, personificata nella comunicazione leghista.
 
 
Usare il coronavirus per questionare il disordine dei confini nazionali
 
La nostra terra la viviamo, e la nostra terra non è un confine, ma è un luogo fatto di relazioni e amori, di passioni, di economia, di intrecci che delle linee disegnate per terra non sanno cosa farsene. Di fronte al virus l’ordine nazionale, quello dei vuoti confini, si mostra per quello che è, ovvero nudo. Esso si mette in mostra come il mondo dell’ordine, ma mostra solo rude potere e imbarazzante disordine. Di fronte ai confini e ai muri nazionali la realtà viene ridotta a mero supplément informativo.
 
Il mio pensiero va ora a chi a causa di questa situazione (non il coronavirus, ma l’avere il passaporto “sbagliato”!) non vive quattordici giorni, ma magari vive anni di angosce. E magari finisce morto in mare. Mare che, nell’indifferenza, ha fatto più vittime del coronavirus, ricordiamocelo. Dobbiamo rispetto a chi si trova, senza nessuna colpa, ad avere il “passaporto sbagliato”. A chi è vittima di culture vuote, che ha bisogno di una linea per terra per poter dire di non-esser-l’altro. Usiamo questa nuova “influenza spagnola” per riflettere sulla nostra cultura, invece di puntare il dito contro gli altri.
 
Potremmo scoprire che è ora di smettere di suddividere il mondo semplicemente nelle due categorie “noi” e gli “stranieri”, la Nazione e i suoi confini, cominciando invece a chiederci come riuscire a convivere meglio tutti assieme nel rispetto della natura che ci attornia. Io ho fatto la mia surreale esperienza di “appestato” senza aver messo piede in Italia, ho scoperto che per la comunicazione moderna un luganese dista da Milano più di un pugliese. Ho scoperto che per questo ordine nazionale la realtà non conta.
 
 
Filippo Contarini